Battisti, Sauro e Filzi: un sogno chiamato Italia

Ricorre oggi il centesimo anniversario della scomparsa di Cesare Battisti e Fabio Filzi: due irredentisti italiani, entrambi assassinati dagli austriaci il 12 luglio di un secolo fa, nella fossa situata sul retro del Castello del Buonconsiglio di Trento, adibito a caserma dall’esercito austro-ungarico nei tragici giorni del primo conflitto mondiale.

Un mese dopo, il 10 agosto 1916, la medesima sorte sarebbe toccata a Nazario Sauro, nativo di Capodistria e patriota in lotta per la liberazione e l’annessione delle terre istriane e giuliane all’Italia.

Per questo, benché la storiografia ufficiale tenda a storcere il naso, è a mio giudizio corretto considerare la Prima guerra mondiale come la Quarta guerra d’indipendenza, almeno per quanto concerne il fronte italiano, in quanto gli ideali che indussero questi uomini coraggiosi a battersi e a morire per la liberazione delle proprie regioni dal giogo di un impero ormai in disfacimento e che, soprattutto, ritenevano ostile ed invasore meritano rispetto e non possono essere ignorati con tanta superficialità.

Ma chi erano davvero Battisti, Sauro e Filzi? Degli eroi o dei traditori? Dei combattenti o dei venduti? Diciamo che avevano senza dubbio un carattere difficile, idee politiche pervase da visioni mazziniane e socialisteggianti, una passione per gli ultimi e per gli oppressi, un forte senso della giustizia e della comunità, il miraggio di emancipare ogni popolo, al punto che Sauro arrivò a chiamare una figlia Albania come segno di solidarietà nei confronti dei sogni di libertà del popolo albanese dal dominio austro-ungarico, e una concezione ingenua e ai limiti dell’epica sia della politica che dei rapporti di forza.

Erano figli del proprio tempo, di una stagione sospesa fra il non più e il non ancora, nella quale era ormai chiaro che tanto l’Impero ottomano quanto quello austro-ungarico segnassero il passo e fossero prossimi a cadere ma il Vecchio Continente non aveva alcuna certezza circa il proprio futuro, tanto che lo sbocco naturale delle tensioni belliche fu, purtroppo, la discesa agli inferi culminata, in Italia e in Germania, con l’avvento dei regimi totalitari che tutti sappiamo.

Impregnati di ideali risorgimentali, ciò che può sembrare incredibile a un ragazzo di oggi è che avessero messo in conto fin dall’inizio la possibilità di morire e lo considerassero quasi un onore, al punto che affrontarono con incredibile fierezza il patibolo e gli insulti che furono costretti a subire a causa delle proprie scelte.

Ribelli, indomiti, con un profondo rispetto per la vita ma, al tempo stesso, nessuna paura della morte, siamo di fronte a tre personaggi che anche quando la sentenza era ormai di fatto già scritta non rinunciarono a difendere la propria dignità, come testimoniano le parole di Battisti nel corso del processo che si sarebbe concluso con la sua condanna alla forca: “Ammetto inoltre di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l’Italia, in tutti i modi – a voce, in iscritto, con stampati – la più intensa propaganda per la causa d’Italia e per l’annessione a quest’ultima dei territori italiani dell’Austria; ammetto d’essermi arruolato come volontario nell’esercito italiano, di esservi stato nominato sottotenente e tenente, di aver combattuto contro l’Austria e d’essere stato fatto prigioniero con le armi alla mano. In particolare ammetto di avere scritto e dato alle stampe tutti gli articoli di giornale e gli opuscoli inseriti negli atti di questo tribunale al N. 13 ed esibitimi, come pure di aver tenuto i discorsi di propaganda ivi menzionati. Rilievo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell’indipendenza delle province italiane dell’Austria e nella loro unione al Regno d’Italia”.

E non fu da meno Sauro nelle due lettere rivolte, rispettivamente, al figlio Nino e alla moglie Nina. Al primo scrisse: “Caro Nino, tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere d’italiano. Diedi a te, a Libero ad Anita a Italo ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla carta; questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l’ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa patria, giura o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani! I miei baci e la mia benedizione. Papà. Dà un bacio a mia mamma che è quella che più di tutti soffrirà per me, amate vostra madre! E porta il mio saluto a mio padre”. 

Alla moglie, invece, dedicò il seguente pensiero: “Cara Nina, non posso che chiederti perdono per averti lasciato con i nostri cinque bimbi ancora col latte sulle labbra; e so quanto dovrai lottare e patire per portarli e lasciarli sulla buona strada, che li farà proseguire su quella di suo padre: ma non mi resta a dir altro, che io muoio contento di aver fatto soltanto il mio dovere d’italiano. Siate pur felici, che la mia felicità è soltanto quella che gli italiani hanno saputo e voluto fare il loro dovere. Cara consorte, insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo. Nazario”.

Un secolo, un destino, un Paese e in mezzo la nostra storia, le nostre conquiste, le nostre speranze, le nostre sconfitte e il nostro domani. Perché se oggi siamo ciò che siamo, al netto di tutti i nostri difetti e le nostre divisioni, è soprattutto grazie a figure come le loro, martiri di un tempo buio e costellato da tragedie indicibili, capaci di rinunciare al bene più prezioso nel fiore degli anni per consegnarsi all’eternità, a una gratitudine sincera che è bene conservare e battersi affinché non vada perduta.

Roberto Bertoni

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