Giovedì, 27 Dicembre 2012 10:27

Enrico Berlinguer,”conservatore e rivoluzionario”

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ROMA - Fanno a  gara Monti, Casini, Montezemolo, Riccardi, un po’ più riservato il presidente dimissionario delle Acli, Olivero, a  chi dice più sciocchezze.

In particolare nei confronti di esponenti della sinistra,  da Bersani a Vendola, della Cgil, da Susannna Camusso a Maurizio Landini nei cui confroni usano parole come “ arcaici”, “nostalgici,”, “ vecchi”,  “conservatori”. Monti, in una delle sue battute più insulse, a Vendola che lo aveva definito un conservatore, ha risposto: “  Malgrado alcune cose buone fatte per quanto riguarda l’ambiente lui è il conservatore”.  E diventano gli alfieri della nuova politica  quando ripercorrono invece le strade della  Dc, del craxismo, della politica del Palazzo. Pensano che con qualche Frattini e qualche Ichino,   il nuovo partito in fieri, possa diventare maggioranza e governare il paese.

L’ignoranza politica e le sciocchezze dei  “Monti-centristi “

Si crogiolano  in una gigantesca ignoranza della storia politica di questo Paese, fino ad oggi tutti presi a ricoprire incarichi in imprese, banche, finanziarie, aziende, enti. I “Montio-centristi", così si dovrebbe chiamare il nuovo partito che sta nascendo nelle stanze di Palazzo Chigi non hanno avuto il tempo di dare un’occhiata a quanto accedeva in questo Paese, alla storia di un dopoguerra lungo, tormentato, difficile, ma anche esaltante per le forze progressiste, per il movimento operaio, vincente e anche sconfitto. Per chi ha difeso la democrazia nei momenti più difficili, dal rigurgito fascista dei governi democristiani alleati con i neofascisti, leggi Tambroni, luglio sessanta, ragazzi con le magliette a strisce uccisi dalla polizia scelbiana, alla lotta contro il terrorismo, l’eversione che in Guido Rossa, operaio metalmeccanico, comunista, Cgil ha un nome simbolo. Non sanno, per esempio, che non è un offesa dire a un “ rivoluzionario” che è un “conservatore”.  A pronunciare queste due parole fu uno straordinario “rivoluzionario” che si chiamava Enrico Berlinguer. Conoscono lor signori questo nome?  E’ stato proprio il segretario del Pci, il più forte partito comunista europeo ad affermare che lui stesso era un “conservatore e un rivoluzionario”. Lo diceva spesso nei suoi interventi, nei suoi discorsi, anche nei comizi che non erano mai propaganda, ma riflessione, invito a pensare, a scegliere sulla base di progetti, di programmi, di cose da fare, di lotte da portare avanti. La questione morale in primo luogo, un valore da non disperdere. Negli appunti di Tonino Tatò, suo stretto collaboratore per tanti anni, si ritrovano queste due parole. Risalgono al 1978 quando il Pci, nell’anno in cui fu ucciso Aldo Moro, era la barriera più solida a difesa della democrazia.

L’uguaglianza, la difesa dei più deboli, la dignità del lavoro

Conservatore, diceva Berlinguer  nel senso di non disperdere mai, di conservare, appunto, i valori originari, fondanti di una forza di sinistra, di progresso: l’uguaglianza, la difesa dei più deboli, il lavoro, la dignità del lavoro, i diritti dei lavoratori che sono  storia del socialismo europeo. Rivoluzionario perché si batte per  affermare il primato della politica a fronte dei poteri economici e finanziari, forza politica non subalterna ai poteri forti, al pensiero unico del liberismo. Sembra oggi, quando  Alfredo Reichlin, a fronte del berlusconismo e del montismo parla di una strategia alternativa, che  si fonda  su una nuova umanità prodotta dalla crisi.  Le primarie vinte da Bersani sono una testimonianza di questa “nuova umanità”. Bersani, scrive Reichlin potrà fare la campagna elettorale ponendosi come garante non solo di una «parte» ma del sistema democratico (moralità, lavoro, coesione sociale) e come il leader di una forza popolare che non ha padroni ma, in compenso, ha una idea forte dell`Italia.

La “ questione sociale” da riaprire  in Europa per rilanciare lo sviluppo


"Forte e moderna nella sostanza"-prosegue-,   significa mettere in grado gli italiani di partecipare al processo di trasformazione dell`Europa che è in atto su scala meta-statale. Ed è in ciò che consiste la possibilità di riaprire la «questione sociale» proprio perché l`Europa rappresenta la sola possibilità di rilanciare lo sviluppo dopo il fallimento ormai in atto della finanziarizzazione, cioè del governo della mondializzazione affidata alla logica dei mercati finanziari. Qui sta la enorme portata di questo passaggio così difficile e contrastato. Ed è ciò che sfida i partiti che chiederanno il voto per governare. La destra questa sfida l`ha rifiutata. Spetta quindi a noi. “ Ascoltando Monti in conferenza stampa e poi nei continui interventi si può dire che  a questa sfida i centristi non hanno mai neppure pensato. Non è un caso che il professore non abbia mai fatto alcun riferimento alla “ questione sociale, ai problemi del lavoro, alla disoccupazione, alla precarietà, al disagio sociale, alla povertà. Non  un cenno ad uno straccio di politica industriale. Si accontenta delle ricette di Marchionne. Fa finta di crederci quando sa bene che i nuovi impegni sono promesse senza alcun fondamento. Senza l’intervento pubblico, non una regalia ma condizionato allo sviluppo produttivo, non c’è’ possibilità di ripresa industriale.

Il professore propone una ricetta vecchia di  trenta anni


Ma Monti, Montezemolo, Marcegaglia, Casini quando parlano di produttività pensano a una cosa sola. Lo dice con grande chiarezza Susanna  Camusso quando afferma che non siamo noi ad essere fermi al passato, è Monti che propone una ricetta vecchia di 30 anni, prevedendo il taglio delle retribuzioni e la riduzione delle tutele nei contratti nazionali di lavoro. Una ricetta che abbiamo già conosciuto con la Thatcher, con Reagan, con il precedente governo italiano. Un programma che ha già dimostrato tutta la sua fallacia aumentando la precarietà e riducendo il valore sia del lavoro sia delle imprese. Ho la sensazione che Monti insista su questa strada liberista anche perché non è abituato a misurarsi con la concretezza dei problemi del lavoro”. “”Credo che per Monti- afferma il segretario generale della Cgil-secondo la sua vecchia impostazione liberista, il lavoro sia solo una variabile di costo da tagliare e non la fonte della ricchezza. “  La partita insomma si gioca tutta sulla “questione sociale”, su un  progetto di società che riguarda il futuro, dell’Europa.   il confronto è politico e culturale.  Si gioca fra destra e sinistra, fra progressisti e moderati, schieramenti che esistono  in tutto il mondo, contrariamente a quanto vogliono far credere Monti e i centristi. Confondere le acque non giova a nessuno. Ognuno faccia la sua parte. A carte scoperte.

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