PFAS, l’Italia frena: la deroga del Governo preoccupa l’Europa

Inquinanti eterni, tra obblighi Ue e scelte nazionali controverse

Sui PFAS, le sostanze per- e polifluoroalchiliche note come inquinanti eterni, il Governo sembra compiere un passo indietro proprio mentre l’Europa accelera sul fronte della tutela della salute pubblica. Da pochi giorni, infatti, è scattato in tutta l’Unione europea l’obbligo di monitorare i livelli di PFAS nell’acqua potabile, ma la nuova Legge di Bilancio italiana introduce una deroga sui limiti, sollevando forti perplessità tra esperti, ambientalisti e autorità sanitarie.

Una scelta che appare ancora più controversa se si considera che l’Italia è tra i Paesi europei più colpiti dalla contaminazione da PFAS, con casi emblematici emersi negli ultimi anni soprattutto nel Nord del Paese.

La direttiva europea: limiti stringenti per proteggere la salute

Il punto di riferimento normativo è la direttiva europea 2020/2184 sulle acque destinate al consumo umano, che impone ai Paesi membri soglie precise e uniformi. In particolare, stabilisce:

  • un limite massimo di 500 nanogrammi per litro per i PFAS totali;
  • un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS selezionati.

Si tratta di standard minimi comuni, pensati per arginare un fenomeno sempre più diffuso e pericoloso. I PFAS, infatti, sono composti chimici estremamente persistenti nell’ambiente e nell’organismo umano, associati a rischi per la salute che vanno dal cancro ai disturbi endocrini, fino a effetti sul sistema immunitario e riproduttivo.

I passi avanti dell’Italia e la frenata della Legge di Bilancio

Negli ultimi anni, proprio a causa della gravità delle contaminazioni rilevate, l’Italia aveva intrapreso una strada più rigorosa. Con due decreti approvati nel 2023 e nel 2025, il Governo Meloni aveva infatti scelto di introdurre limiti ancora più stringenti rispetto a quelli europei, ampliando il numero di sostanze controllate.

Nel computo dei 100 nanogrammi per litro, oltre ai 20 PFAS indicati dall’Unione europea, l’Italia aveva incluso anche GenX, Adona, C6O4, 6:2 FTS e sei molecole ADV, prodotte dalla Solvay di Spinetta Marengo (Alessandria). In questo modo, il totale delle sostanze monitorate arrivava a circa trenta composti, un approccio più prudente e coerente con il principio di precauzione.

Accanto a questo, era stato introdotto anche un limite ancora più severo, pari a 20 nanogrammi per litro, per i quattro PFAS indicati come prioritari dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA):
PFOA (cancerogeno), PFOS (possibilmente cancerogeno), PFNA e PFHxS.

Una linea chiara, che riconosceva la pericolosità di questi composti e la necessità di una protezione rafforzata della popolazione.

Il nodo TFA: dal 2027 un limite dedicato

Un ulteriore tassello della strategia italiana riguarda il TFA (acido trifluoroacetico), considerato l’inquinante eterno più diffuso al mondo. Dal 2027 entrerà in vigore un limite specifico pari a 10.000 nanogrammi per litro, una soglia che punta a tenere sotto controllo una sostanza sempre più presente nelle acque superficiali e sotterranee.

Una deroga che divide: tutela ambientale o compromesso politico?

L’introduzione di una deroga nella Legge di Bilancio rischia ora di vanificare i progressi compiuti, riaprendo il dibattito tra tutela della salute pubblica, interessi industriali e sostenibilità ambientale. In un contesto europeo sempre più orientato alla riduzione drastica dei PFAS, la scelta italiana appare come un segnale ambiguo, che potrebbe indebolire la credibilità del Paese nella lotta agli inquinanti eterni.

La questione PFAS, infatti, non riguarda solo l’ambiente, ma tocca direttamente il diritto fondamentale all’acqua sicura e alla protezione della salute. Un tema che merita chiarezza normativa, coerenza politica e una visione di lungo periodo, capace di coniugare sviluppo industriale, sicurezza sanitaria e sostenibilità.


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