Santa Marta: una conferenza fuori dagli schemi

Nel dibattito internazionale sul clima, spesso dominato da grandi vertici e da dinamiche diplomatiche lente e complesse, sta passando quasi sotto silenzio un appuntamento che, invece, potrebbe segnare una svolta significativa

Dal 24 al 28 aprile, nella città di Santa Marta, affacciata sul Mar dei Caraibi e storicamente legata all’export di carbone, si sta svolgendo una conferenza internazionale che rompe con molte delle logiche consolidate della governance climatica globale.

Santa Marta non è solo una località costiera della Colombia: è uno dei principali porti carboniferi del Paese, un luogo simbolico dove la dipendenza dai combustibili fossili è stata per anni una leva economica centrale. Proprio per questo, la scelta di ospitare qui un incontro dedicato alla fuoriuscita dall’era dei fossili assume un valore politico e culturale particolarmente forte. È come se il cuore stesso del problema diventasse lo spazio in cui immaginare la soluzione.

Ciò che rende questa conferenza diversa rispetto alle tradizionali riunioni promosse dalle Nazioni Unite è innanzitutto il metodo. Non si tratta di un summit convocato secondo le ritualità istituzionali che hanno caratterizzato per decenni i negoziati climatici internazionali, ma di un’iniziativa autonoma, promossa da un gruppo significativo di Paesi del Sud globale.

Stati che sono tra i più esposti agli effetti del riscaldamento globale hanno deciso di non attendere oltre i tempi della diplomazia multilaterale e di creare uno spazio proprio di confronto e decisione, chiamando a raccolta delegazioni ufficiali, governi e organizzazioni della società civile.

Dopo oltre cinquant’anni di negoziati internazionali, dalle prime grandi conferenze ambientali fino agli accordi più recenti, il limite principale del modello basato sul consenso universale è apparso sempre più evidente.

Eventi come l’Accordo di Parigi hanno rappresentato tappe fondamentali, ma anche esempi di quanto sia difficile trasformare gli impegni in azioni rapide e vincolanti quando ogni decisione deve essere condivisa da tutti, inclusi i maggiori responsabili delle emissioni. L’atteggiamento oscillante degli Stati Uniti, storicamente tra i principali inquinatori globali, ha ulteriormente messo in luce questa fragilità.

A Santa Marta, tuttavia, il punto di partenza è diverso. Non si discute più se sia necessario uscire dall’era dei combustibili fossili, ma come farlo e in quali tempi. La cosiddetta phase-out non è più oggetto di negoziazione teorica, ma diventa un obiettivo operativo, da declinare in strategie concrete. Questo spostamento del baricentro del dibattito, dalla legittimità dell’obiettivo alla sua realizzazione, rappresenta uno degli elementi più innovativi dell’incontro.

Un altro segnale forte è la scelta di escludere dalle discussioni le grandi compagnie petrolifere, spesso presenti nei vertici internazionali e accusate di esercitare un’influenza significativa sui processi decisionali. Qui il confronto è riservato ai decisori pubblici, ai governi e ai parlamenti, chiamati ad assumersi in prima persona la responsabilità delle scelte.

Non c’è spazio per mediazioni infinite o per compromessi che rimandano continuamente le decisioni più difficili. L’idea che emerge è che ogni Paese debba agire, anche in modo autonomo, senza attendere un accordo globale perfetto che rischia di non arrivare mai.

In questo scenario, il ruolo dei Paesi del Sud globale cambia radicalmente. Non sono più soltanto territori vulnerabili che subiscono le conseguenze della crisi climatica, ma diventano protagonisti di una nuova fase politica, capaci di orientare il dibattito e di proporre soluzioni. La loro iniziativa mette sotto pressione anche le economie più avanzate, evidenziando una responsabilità che non può più essere diluita nei meccanismi della diplomazia internazionale.

La conferenza di Santa Marta, pur lontana dai riflettori mediatici che accompagnano i grandi vertici globali, rappresenta dunque un laboratorio politico e strategico di grande interesse.

Se questo approccio dovesse consolidarsi, potrebbe aprire la strada a una nuova forma di governance climatica, meno legata al consenso universale e più orientata all’azione concreta. In un contesto in cui il tempo a disposizione per evitare gli effetti più devastanti del cambiamento climatico si riduce rapidamente, la capacità di passare dalle dichiarazioni agli atti potrebbe fare la differenza.

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