Traffico di scimmie: il lato oscuro della ricerca biomedica

Il traffico illegale di scimmie nel Sud-est asiatico sta diventando una delle emergenze più controverse legate alla ricerca biomedica internazionale.

I macachi dalla coda lunga, considerati tra gli animali più preziosi per la sperimentazione clinica grazie a un sistema neurologico molto vicino a quello umano e difficilmente replicabile con test in vitro, sono oggi al centro di un mercato nero multimilionario.

La loro importanza scientifica deriva dalla possibilità di studiare patologie neurologiche, farmaci e trattamenti complessi attraverso modelli biologici che, al momento, non possono essere completamente sostituiti da simulazioni artificiali o colture cellulari. Proprio questa caratteristica li rende estremamente richiesti dai laboratori di ricerca di tutto il mondo.

Ma dietro la sperimentazione animale si nasconde una realtà drammatica. Ambientalisti e associazioni per la tutela della fauna selvatica denunciano da anni il crescente fenomeno del bracconaggio di scimmie, in particolare in Thailandia, Laos e Cambogia. Gli animali vengono catturati illegalmente in natura, spesso separati violentemente dalle madri e dai gruppi sociali, per essere poi immessi in una filiera clandestina destinata ai laboratori internazionali.

“Le scimmie non valgono quanto chili o tonnellate di droga. Valgono appena poche decine di euro per chi le cattura. Ma il danno che subiscono è enorme: vengono strappate alle loro famiglie e la loro vita viene distrutta”, denunciano gli attivisti impegnati contro il traffico illegale di primati.

Il mercato delle scimmie da laboratorio ha subito un’impennata dopo il 2020, quando la Cina ha sospeso l’esportazione di primati destinati alla ricerca scientifica. Da quel momento i prezzi sono aumentati in maniera vertiginosa, arrivando anche a 30.000 euro per singolo animale nei circuiti internazionali della sperimentazione.

Secondo diverse organizzazioni ambientaliste, il traffico coinvolgerebbe reti criminali, intermediari, allevamenti specializzati e perfino figure politiche locali. I bracconieri ricevono spesso meno di 100 dollari per ogni animale catturato, mentre le grandi aziende di allevamento e distribuzione possono guadagnare fino a 20.000 o 25.000 dollari per ciascun macaco venduto ai laboratori occidentali.

I macachi dalla coda lunga sono oggi tra i primati più utilizzati nella ricerca biomedica mondiale. Migliaia di esemplari vengono prelevati dalla natura ogni anno e trasferiti illegalmente oltre confine, alimentando un sistema che genera profitti enormi e solleva interrogativi etici sempre più profondi.

La questione divide il mondo scientifico e quello ambientalista. Da un lato la ricerca medica continua a sostenere la necessità di alcuni modelli animali per studiare malattie neurologiche e sviluppare nuove terapie. Dall’altro cresce la pressione internazionale per accelerare metodi alternativi alla sperimentazione animale e contrastare un traffico illegale che sta mettendo a rischio intere popolazioni di primati nel Sud-est asiatico.

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