Venerdì, 15 Luglio 2016 10:40

Miseria e tragedia di un Paese in ginocchio

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NIZZA - Nelle prossime ore ne sapremo di più. Conosceremo il nome degli attentatori, conosceremo le loro storie, conosceremo le biografie e le storie personali di ciascuna delle vittime, le reazioni del presidente Hollande e del primo ministro Valls, verranno alla luce retroscena e dettagli che ci indurranno a dire, come sempre, che forse quest’ennesima strage che ha sconvolto la Francia si sarebbe potuta evitare.

Dopo la redazione di “Charlie Hebdo”, il negozio kosher alle porte di Parigi e la tragedia dello scorso 13 novembre, stavolta il terrorismo jihadista si è spostato a sud, sconvolgendo Nizza con un attentato che ha preso forma non attraverso il fuoco dei fucili e delle mitragliette, o quanto meno non solo, bensì soprattutto per via di un grosso camion che, procedendo a velocità sostenuta lungo la Promenade des Anglais, ha causato un numero di vittime in costante aggiornamento, più alcuni feriti molto gravi che potrebbero, purtroppo, aggiungersi al computo dei morti.

Una strage nel giorno dell’orgoglio francese, in quel 14 luglio che da sempre, oltralpe, è simbolo di unità nazionale, rivendicazione dei valori costitutivi della Nazione e dei princìpi che la tengono tuttora unita, malgrado i numerosi problemi, interni e internazionali, che si trova ad affrontare.

Una barbarie calcolata con estrema precisione e messa in atto, con oculatezza, poco dopo la conclusione degli Europei, ottenendo il duplice risultato di guastare la manifestazione a causa della continua allerta terroristica e di colpire quando il governo e anche la popolazione credevano ormai di essere al sicuro.

Perché, in fondo, è proprio questa la missione di questi farabutti: privarci delle nostre certezze, dei nostri punti di riferimento, delle nostre abitudini, della nostra gioia di vivere, impedirci di sentirci al sicuro in qualunque momento, attaccarci quando meno ce l’aspettiamo, così da costringerci a vivere in un costante clima di tensione, tra forze dell’ordine disseminate ovunque, controlli capillari sul territorio, metal detector, aeroporti e stazioni blindati, una miriade di luoghi divenuti ormai sensibili, tornelli e altri apparati di sicurezza che al dunque si rivelano sempre inefficaci. E si rivelano inefficaci per il semplice motivo che è impossibile controllare ogni angolo di un paese che si estende dai Pirenei a Calais, a meno di non voler rinunciare del tutto a ciò che finora ci ha reso unici al mondo, ossia la nostra libertà, la nostra spensieratezza, la nostra convivenza pacifica e civile, ossia quegli stessi ideali che si celebrano in Francia ogni 14 luglio.

E qui torna la nostra amara ma veritiera riflessione, già esposta in seguito ai fatti del Bataclan: questa sfida, ci spiace per la retorica da quattro soldi di Hollvalls e di quei governanti europei che non sanno andare al di là degli slogan e delle frasi fatte, questa guerra contro il terrorismo siamo destinati a perderla; anzi, l’abbiamo già persa, in quanto l’unico modo per vincerla sarebbe quello di diventare esattamente ciò che essi vorrebbero che diventassimo: una prigione in cui ciascuno è costretto a rinunciare a qualunque diritto, dalla privacy alla libertà di movimento.

Potremmo provare ad accantonare i modelli di integrazione sbagliati e fallimentari, potremmo provare ad evitare che le carceri si trasformino in centri di radicalizzazione, potremmo evitare di sfidare il buonsenso con azioni arroganti e insulse come quelle che Hollvalls ha compiuto in questi anni (ispirandosi ad alcune fissazioni pseudo-innovatrici del da poco scomparso Rocard, nell’ambito di un processo mondiale che ha visto la sinistra tramutarsi progressivamente in una versione nemmeno troppo gentile della destra), potremmo ripartire dalle periferie e ascoltarne le esigenze dopo trent’anni di liberismo selvaggio e sinistra fasulla della Terza via, potremmo fare tutto questo e indubbiamente il quadro politico dei nostri paesi migliorerebbe un po’, in quanto la rabbia degli esclusi cederebbe il passo ad un barlume di speranza; tuttavia, non potremmo vincere comunque perché i nemici ormai ce li abbiamo in casa, in questa islamizzazione del terrorismo che altro non è che la punta dell’iceberg della trasformazione di una nobile religione in un’ideologia assassina, la quale ha travisato e strumentalizzato l’islam per farne una dottrina aggregante da scagliare contro gli “infedeli”, ossia contro un modello sociale, politico ed economico, il nostro, da essi considerato demoniaco.

Si rassegnino e stiano, dunque, al posto loro tutti i ciarlatani che nelle prossime ore invaderanno i social network, i giornali, le agenzie di stampa e le televisioni per esporre le loro mirabolanti ricette, spiegando che bisogna bombardare, annientare, distruggere, colpire, attaccare, rispondere, reagire e via elencando, in un crescendo rossiniano di fesserie che, dinanzi a un numero spaventoso di morti, dà solo un gran fastidio.

L’unica speranza che abbiamo di limitare i danni è quella di costruire davvero l’Europa, di mettere insieme l’intelligence, di costituire un FBI europeo e di svolgere quel lavoro culturale dal basso che per almeno trent’anni abbiamo considerato inutile e accantonato, presuntuosamente convinti che bastassero la “grandeur” o i sacri valori repubblicani per tenere a bada un malessere sociale e una radicalizzazione i cui segni, specie in Francia, erano evidenti già una ventina d’anni fa.

E così, mentre vorremmo celebrare il decimo anniversario dalla nascita di Twitter, mentre ci gloriamo di questa democrazia social e globale che ci consente di dialogare e di scambiarci foto, video e riflessioni anche con i nostri amici che si sono trasferiti all’altro capo del mondo, mentre ci crogioliamo nelle nostre certezze di cartapesta, ecco che la realtà irrompe e ci ricorda che la rete viene utilizzata costantemente dai jihadisti per diffondere i propri messaggi deliranti, che ormai i giovani si radicalizzano e vengono indottrinati soprattutto attraverso gli stessi strumenti cui noi non siamo minimamente disposti a rinunciare e che, pertanto, abbiamo a che fare con un nemico che, pur disprezzando tutto ciò che siamo, è talmente abile nel mimetizzarsi e nell’utilizzare i nostri stessi mezzi che non siamo nemmeno in grado di riconoscerlo, salvo poi stupirci del fatto che gli attentatori fossero dei comunissimi ragazzi della porta accanto, improvvisamente spariti per andare chissà dove e tornati in Patria per distruggere lo stesso universo di valori e di speranze nel quale erano cresciuti.

In poche parole, siamo al cospetto di una moderna forma di autodistruzione che ha nella Francia e nel Belgio i propri epicentri e nel resto del Vecchio Continente degli spettatori terrorizzati e convinti, non a torto, visti i precedenti degli anni scorsi, di poter divenire a loro volta dei bersagli.

E così, la nostra miseria è al tempo stesso la nostra tragedia e viceversa, mentre le voci si rincorrono, il bollettino delle vittime continua ad aggiornarsi, i siti di tutto il mondo si riempiono di analisi e noi ci guardiamo intorno, attoniti, al cospetto del nostro immenso dolore e della nostra inammissibile impotenza.

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