Lady Diana e l’estate del tormento

Lady Diana fu una principessa tanto romanzata, ammirata, paparazzata ed inseguita dalle cronache rosa quanto drammaticamente triste. Morì a soli trentasei anni nella drammatica notte parigina del 31 agosto 1997, schiantandosi in automobile contro un pilone del tunnel de l’Alma, e di quella folle corsa a bordo di una Mercedes ci restano unicamente dubbi, ricostruzioni contraddittorie e interrogativi che vent’anni di indagini, retroscena, analisi e pubblicazioni a più non posso non hanno ancora fugato.

Di Lady D., della sua fragilità, del suo amore mai sbocciato con il principe Carlo e con la Regina Elisabetta, della rivalità feroce con Camilla Parker Bowles e della prigione dorata nella quale si era rinchiusa, giovanissima, inseguendo una passione acerba rivelatasi poi un incubo, ci rimarrà, dunque, soprattutto il suo sguardo dolente, la sua amarezza interiore, il suo tentativo di essere popolare in un contesto da sempre noto per la sua formalità, il suo pensiero aperto e l’educazione moderna che ha impartito ai figli, facendone due ragazzi in grado di comprendere i drammi della società e le esigenze dei ceti più deboli.

Non sopportava i formalismi, non apprezzava una certa rigidità di corte, non amava gli schemi e i rituali della famiglia Windsor, non le piacevano i barocchismi, i fronzoli, le parate eccessivamente sfarzose e i fasti avulsi dalla realtà che fino a quel momento l’avevano fatta da padroni a palazzo, dimenticando o, comunque, non tenendo nel dovuto conto l’esempio di re Giorgio VI, il quale non si sognò mai di abbandonare Londra sotto le bombe dei nazisti. 

E se oggi William ed Harry sono due bravi ragazzi, di cui il primo sposato con una bellissima donna e padre di due figli, ma soprattutto cultore di una certa sobrietà e di uno stile apprezzabile anche in tempi di crisi, e il secondo finalmente con la testa a posto dopo qualche eccessiva sbandata giovanile, se tutto questo è avvenuto, il merito è da ascrivere in particolare a lei, alla sua tenacia e alla sua forza interiore nel mantenere la barra dritta nonostante la miriade di ostacoli che le furono posti sul cammino.

Di Lady D., della sua vita breve, della sua impossibilità di essere felice, del suo sguardo enigmatico e del suo essere diventata un’icona e un’eroina moderna, simbolo dell’emancipazione femminile e dell’eterna battaglia delle donne contro lo strapotere maschile, ci rimarrà, poi, l’esibizione di Elton John ai suoi funerali, con le note di “Candle in the wind” a scandire lo scoramento e la sofferenza di un intero popolo, condensando in una canzone i sentimenti di spaesamento, incredulità e sconcerto di un Regno Unito in bilico fra le antiche tradizioni monarchiche e i venti nuovisti propri del blairismo in ascesa. 

Lady D., infatti, se ne andò pochi mesi dopo la vittoria a valanga di Blair, mentre il Regno Unito si apprestava ad entrare nel Ventunesimo secolo e in una fase storica nella quale ancora molto sembrava possibile, le speranze avevano volti giovani e ambiziosi e non era assurdo sognare un avvenire migliore, benché le premesse fossero purtroppo premonitrici dei disastri cui abbiamo assistito nei due decenni successivi. 

Morì giovane, sola, incompresa, vittima delle sue illusioni e del barbaro tradimento delle medesime. Morì quasi disperata e rinacque, nei cuori di milioni di persone in ogni angolo del mondo, come esempio di lotta e di coraggio, di passione civile, di sguardo rivolto al domani e di bellezza interiore ferita dal cinismo dei molti che si sono approfittati della sua bontà d’animo. 

Scomparve una donna ma rimase una protagonista del nostro tempo che oggi continua a vivere fra noi, nel ricordo e nella passione comune, negli occhi dei suoi figli e nelle aspirazioni di quanti si ostinano, nonostante tutto, a non rassegnarsi alla malvagità e alla cattiveria gratuita, persecutoria e intrisa di un abominevole squallore che, purtroppo, sembra farla da padrona un po’ ovunque.

Neanche Lady D. era una santa, intendiamoci, ma in un mondo destinato a sprofondare nell’abisso di una crudeltà senza precedenti e che non lascia spazio ad alcuna possibilità di futuro, era comunque una persona perbene. 

Ci lasciò nell’estate del tormento, la stessa in cui fu assassinato il suo amico Gianni Versace, e oggi, vent’anni dopo, al rimpianto si è aggiunta la certezza che quegli ultimi giorni di bonaria frivolezza, con il loro carico di glamour, ingenuità e verità celate ad arte, non torneranno più.

Roberto Bertoni

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