Scoperti super lieviti resistenti al gelo. Uno studio sul microbioma della mummia del Similaun apre nuove prospettive per la ricerca biomedica e le applicazioni industriali sostenibili
A oltre trent’anni dalla sua scoperta tra i ghiacci della Val Senales, Ötzi continua a raccontare la sua straordinaria storia. La celebre mummia del Similaun, vissuta oltre 5.300 anni fa, è oggi protagonista di una nuova ricerca che ha permesso di mappare in dettaglio il suo microbioma, rivelando la presenza di particolari microrganismi capaci di sopravvivere in condizioni estreme.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Microbiome e coordinato dai ricercatori di Eurac Research, offre una fotografia senza precedenti delle comunità microbiche che hanno accompagnato l’Uomo venuto dal ghiaccio sia durante la vita sia nei millenni successivi alla sua morte.
Cos’è il microbioma e perché quello di Ötzi è così importante
Il microbioma rappresenta l’insieme dei microrganismi che vivono all’interno e sulla superficie di un organismo. Nel caso di Ötzi, gli scienziati hanno analizzato campioni di ghiaccio, acqua di fusione, tessuti interni e contenuti gastrici per ricostruire la flora batterica originaria e distinguere i microorganismi antichi da quelli acquisiti successivamente.
L’indagine ha confermato che il microbioma intestinale dell’Uomo del Similaun presenta caratteristiche molto diverse rispetto a quello delle moderne popolazioni industrializzate, offrendo una rara finestra sulla salute e sull’alimentazione delle comunità dell’Età del Rame.
Scoperti super lieviti capaci di resistere al freddo estremo
La scoperta più sorprendente riguarda l’identificazione di particolari specie di lieviti adattate alle basse temperature. Questi microrganismi sono stati rinvenuti sulla pelle della mummia, nell’acqua di fusione e nel contenuto dello stomaco.
Le analisi genetiche hanno evidenziato una stretta parentela con ceppi provenienti da ambienti estremi come l’Antartide, suggerendo che questi organismi abbiano colonizzato il corpo di Ötzi già migliaia di anni fa e siano riusciti a sopravvivere fino ai giorni nostri.
Secondo i ricercatori, tali microrganismi non rappresentano semplici tracce del passato, ma potrebbero essere ancora vitali grazie alle particolari condizioni di conservazione della mummia, mantenuta a circa -6 °C con elevata umidità.
Dalla conservazione delle mummie alle applicazioni industriali
Le potenzialità di questi “super lieviti” vanno ben oltre l’archeologia. Gli scienziati ritengono infatti che possano trovare impiego in processi industriali a basso consumo energetico, come fermentazioni e produzioni biotecnologiche che richiedono basse temperature operative.
La capacità di funzionare efficacemente in ambienti freddi potrebbe contribuire allo sviluppo di tecnologie più sostenibili e con minore impatto ambientale.
Un ecosistema biologico che continua a evolversi
La ricerca ha inoltre dimostrato che la mummia del Similaun non rappresenta un reperto statico, ma un vero e proprio ecosistema biologico dinamico. Gli studiosi hanno identificato sia DNA antico fortemente degradato sia materiale genetico più recente, segno di una continua interazione tra la mummia e l’ambiente circostante.
Alcuni dei lieviti individuati possiedono inoltre la capacità genetica di degradare il fenolo, sostanza utilizzata in passato durante le operazioni di conservazione della mummia. Questo suggerisce che le procedure adottate dopo il recupero potrebbero aver influenzato l’evoluzione delle comunità microbiche presenti.
Una finestra unica sul passato dell’umanità
Secondo gli esperti di Eurac Research, il microbioma di Ötzi rappresenta un archivio biologico straordinario che consente di studiare l’evoluzione delle popolazioni umane e delle loro comunità microbiche nel corso dei millenni.
I risultati ottenuti non solo migliorano le strategie di conservazione della celebre mummia altoatesina, ma aprono anche nuove prospettive nei campi della microbiologia, della biotecnologia e della ricerca sulle condizioni estreme di sopravvivenza della vita.


