Martedì, 15 Settembre 2015 09:56

Scuola. Va davvero tutto bene come annuncia Renzi? Intervista a Silvia Chimienti

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ROMA - Riaprono le scuole e subito il governo mette in evidenza le cifre a suo favore: dopo una primavera-estate di polemiche roventi, manifestazioni e sit-in in tutta Italia contro la cosiddetta “Buona scuola”, il 97 per cento dei docenti ha accettato, sia pur con molti dubbi e ritrosie, la cattedra che è stato loro assegnata, affrontando, in alcuni casi, trasferte di centinaia di chilometri, lontano dalla famiglia e con molteplici incognite per il futuro.

 

video-post.jpgMa va davvero tutto bene, come annunciano da giorni Renzi, la Giannini e l’informazione al seguito? Poiché nutriamo tuttora qualche dubbio in merito alla bontà e all’efficacia di questa riforma, abbiamo chiesto un parere a Silvia Chimienti, insegnante precaria e attualmente deputata del Movimento 5 Stelle, colei che, durante la dichiarazione di voto su questo provvedimento, chiese espressamente al PD di togliere il nome di Berlinguer dalla propria sala riunioni. Ne è nata una conversazione piacevole, in cui si affrontano anche la questione giovanile e il futuro del nostro Paese, con l’auspicio, condivisibile, che le nuove generazioni non perdano definitivamente la fiducia in sé stesse e nel domani. Dopo mesi di proteste che hanno scandito l’iter di approvazione della “Buona scuola”, l’estate è stata caratterizzata dalle preoccupazioni di migliaia di docenti riguardo al proprio futuro. Molti di coloro che hanno finalmente conquistato la titolarità di cattedra, sono stati costretti a cambiare città, in quanto gli insegnanti sono prevalentemente al Sud e le scuole al Nord. Alcuni di essi, sconfortati, hanno parlato addirittura di “deportazione”. Qual è la situazione della scuola italiana alla ripresa dell’anno scolastico?

La  situazione è invariata rispetto agli scorsi anni. Anzi, a ben vedere, è  peggiorata. Continueremo infatti ad avere classi sovraffollate, docenti  che entrano in classe a settembre inoltrato e decine di migliaia di supplenti annuali ma, in aggiunta rispetto a tutto questo, ci saranno molti problemi legati all’esodo di massa degli insegnanti, in particolar modo dal Sud al Nord, e al fisiologico aumento delle supplenze annuali,  coperte dagli insegnanti a cui Renzi non ha voluto riconoscere il  diritto all’assunzione. Frustrazione del corpo insegnanti, disagi per le  famiglie e caos nelle segreterie scolastiche: questi saranno gli  effetti più tangibili e immediati della legge 107.

Molte polemiche sono legate anche alla suddivisione degli insegnanti in diverse categorie: TFA, PAS, GAE, prima e seconda fascia. Facciamo chiarezza: che differenza c’è fra di loro e quali prospettive li aspettano?

Esatto, facciamo chiarezza. Tutte le categorie nominate, che la politica ha scientemente e colpevolmente frazionato nel corso degli anni, hanno  esattamente lo stesso identico diritto di essere assunte a tempo  indeterminato. Sono quindi accomunate da un destino comune, gli anni di  precariato, e da percorsi di studio post-laurea che, pur essendo  afferenti a momenti storici differenti, erano finalizzati al  conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento. Si tratta quindi di  personale abilitato e selezionato che, per motivi banalmente  cronologici, è confluito in graduatorie diverse. Per gli uni (GAE) Renzi  ha inventato il mostro dell’organico dell’autonomia che consentirà di  assumere un bel po’ di docenti che non servirebbero strettamente alla  scuola ma che verranno messi a fare i tappabuchi e attività diverse  dall’insegnamento. Agli altri (PAS, TFA e seconda fascia in generale), il PD ha sottratto ogni speranza di un futuro nella scuola, costringendoli a gareggiare in un nuovo concorso che  verrà bandito su 60mila posti per una platea di circa 180mila aspiranti.  Renzi non è partito dal fabbisogno delle scuole ma dalla volontà di chiudere la graduatoria ad esaurimento. E comunque non ce la farà perché il suo progetto, come dimostrano le prime fasi assunzionali, non funzionerà.

È superfluo sottolineare la tua contrarietà all’impianto complessivo della riforma. Cosa prevede di preciso? Quali sono gli aspetti che ti lasciano maggiormente perplessa? C’è qualcosa di positivo, qualcosa che salveresti o è tutto da buttare?

Praticamente tutto, purtroppo. Non possiamo accettare una riforma scolastica che accentri ogni potere nelle mani del dirigente attraverso il meccanismo della chiamata diretta, che rischia seriamente di iniettare anche nella scuola torbide dinamiche di clientelismo che già si sono radicate in altri settori della pubblica amministrazione. La chiamata diretta e l’indebolimento degli organi collegiali introduce una visione manageriale della scuola, che è invece l’ente pubblico per eccellenza. In secondo luogo, il piano assunzionale: era già iniquo prima del passaggio al Senato, ma se possibile è stato addirittura peggiorato. Oltre a condannare alla disoccupazione migliaia di precari, abilitati e titolati a tutti gli effetti a ricevere una cattedra, non porterà come sbandierato sui media alle 100mila assunzioni a settembre 2015. Tutt’altro: questa sorte toccherà (peraltro con le vecchie regole, peggiorate da una massiccia coazione alla mobilità) a circa 40mila fortunati. Gli altri 50mila sono assunti solo virtualmente, con decorrenza giuridica da settembre 2015 e col rischio di doversi trasferire anche a centinaia di chilometri di distanza pur di continuare a lavorare: ciò significa, in pratica, che non percepiranno un euro di stipendio per tutto il prossimo anno, prima di essere fagocitati nell’incomprensibile meccanismo assunzionale che partirà dal 2016.
In terzo luogo, la follia dell’organico per il potenziamento dell’offerta formativa: docenti assunti unicamente per fare i tappabuchi perché privi delle opportune competenze didattico-disciplinari (sappiamo bene come nelle GAE vi sia una carenza estrema di docenti abilitati nei settori scientifico-matematici, cui corrisponde un eccesso di docenti abilitati nelle discipline umanistiche).
C’è poi il gravissimo capitolo dello school bonus, il credito d’imposta per i privati che investono denaro nelle singole scuole, oltre alle detrazioni fiscali delle rette per le famiglie che iscrivono i figli alle scuole paritarie: se esiste un ordine di priorità dettato dall’emergenza, questi soldi andrebbero immediatamente dirottati sulla scuola pubblica statale, che ad oggi sopravvive grazie ai contributi volontari delle famiglie.

Il M5S ha presentato un suo programma sulla scuola, consistente di sette punti specifici. Di cosa si tratta? Dove trovare le eventuali coperture per realizzarli?

Si tratta di sette punti fondamentali per far ripartire l’istruzione nel nostro Paese: dal piano di finanziamento strutturale degli interventi nell’edilizia scolastica a quello pluriennale di immissione in ruolo di  docenti e del personale scolastico precario, dalla fissazione del numero  massimo di alunni per classe al cibo bio e a km zero nelle mense, dall’ampliamento dell’offerta formativa tramite nuove discipline, quali  ad esempio l’educazione affettiva, al ripristino delle materie e del  tempo scuola tagliato dalla Gelmini, dai libri digitali e gratuiti al  finanziamento dei fondi scolastici per porre fine al fenomeno dei  contributi volontari pagati dalla famiglie, dalla lotta rigorosa allo scandalo dei  diplomifici alla valorizzazione di forme pedagogiche e didattiche innovative.
Per quanto riguarda la proposta più costosa, quella relativa al reclutamento dei docenti, avevamo individuato risparmi di spesa dalla razionalizzazione dei regimi di esenzione e favore fiscale,  escludendo ovviamente i redditi da famiglia, lavoro e pensione. Oltre a questo, ipotizzavamo una imposta progressiva sui beni mobili e immobili oltre il milione di euro.

Tornando alla “Buona scuola”, sempre il M5S ha definito incostituzionali alcuni aspetti della riforma e sta presentando mozioni in tutti i consigli regionali in cui è presente per trascinarla davanti alla Consulta. Quali sono gli aspetti che ritenete incostituzionali? Cosa vi aspettate da quest’iniziativa, considerando che quasi tutte le regioni sono a guida PD? Non c’è il rischio che si riveli velleitaria?

Ho un’ottima notizia al riguardo! Sabato scorso il governatore  Emiliano ha depositato il ricorso della regione Puglia contro la legge 107. Il merito va al M5S pugliese, ai consiglieri regionali e agli  attivisti che hanno stazionato sotto il palazzo della Regione in  presidio permanente, proprio per chiedere a Emiliano di tener fede alla  mozione M5S che la giunta aveva approvato all’unanimità a inizio  settembre.
I profili di incostituzionalità ci sono e sono molteplici; primo tra tutti la disparità di trattamento tra professori già di ruolo  e docenti che verranno assunti con le nuove regole all’interno  dell’organico dell’autonomia. In questo caso si configura una violazione  dell’articolo 3 della Costituzione, motivo per cui anche in Aula  abbiamo presentato la pregiudiziale di costituzionalità. Abbiamo poi il  tema dell’eccesso di delega e della possibile invasione delle competenze  regionali, quello dell’alternanza scuola-lavoro e quello della chiamata  diretta dei docenti che potrebbe significare violazione dell’articolo  33 che tutela la libertà d’insegnamento.

A tal proposito, Pippo Civati e il movimento Possibile hanno promosso otto referendum, su quattro temi (Buona scuola, Sblocca Italia, Italicum e Jobs Act) a proposito dei quali anche il M5S ha espresso una posizione di contrasto durissimo nei confronti dell’azione di governo. Voi, però, avete annunciato che promuoverete quesiti referendari autonomi a partire dall’autunno. Perché questa scelta? Non c’è il rischio che, procedendo divisi, non si ottenga alcun risultato e si svilisca una battaglia cui soprattutto gli insegnanti tengono molto?

Riteniamo che su temi così rilevanti, come quelli posti dai quesiti promossi da Civati, la prima cosa necessaria da ottenere, prima di lanciarsi in una sfida difficile come quella di una campagna referendaria, sia il sostegno incondizionato delle associazioni che vivono e rappresentano quelle realtà. Nel caso specifico della scuola, tutte le associazioni più rappresentative hanno unanimemente richiesto che i quesiti referendari venissero presentati solo dopo un’attenta e approfondita fase di studio, per superare i vagli di ammissibilità e per non “bruciarsi” la possibilità di allestire una campagna di informazione che, coi tempi giusti e non durante l’estate, desse la possibilità di coinvolgere il numero più alto possibile di cittadini. Civati ha deciso di non ascoltare questa richiesta e di procedere un po’ per conto suo. Noi, da rappresentanti dei cittadini e nello specifico delle associazioni della scuola, non abbiamo potuto far altro che smarcarci dalla sua iniziativa.

Notevoli polemiche sono state sollevate, in particolare da una parte del mondo cattolico, in merito ai rischi legati all’insegnamento della cosiddetta “Teoria gender”. Di cosa si tratta esattamente? Sussistono davvero motivi di apprensione da parte delle famiglie? Qual è la proposta del M5S in merito alla necessità di un’educazione sessuale che parta fin dall’infanzia e responsabilizzi gli uomini e le donne di domani?

Purtroppo nel nostro Paese, ogni volta che si tenta di parlare di diritti e di educazione alla tolleranza squarciando il velo d’ipocrisia che avvolge l’argomento, partono inevitabilmente campagne di disinformazione e di terrore massicce, veicolate da certa cattiva stampa e da sedicenti associazioni cattoliche che, in realtà, nei fatti, non fanno altro che calpestare il vero messaggio cristiano portato avanti con grande coraggio anche da papa Francesco. Nel caso della teoria gender, molto semplicemente, si tratta dell’ultimo pretesto allarmistico e infondato, accampato solo per impedire che finalmente in Italia si volti pagina, avvicinandosi ai sistemi educativi di gran parte dei paesi europei. L’ideologia gender esiste solo nella misura in cui è purtroppo un mero termine retorico, creato ad arte per diffondere un clima di terrore che, in un’ottica di paventato indottrinamento, sortisca l’unico effetto di distogliere dall’attenzione del vero problema, e cioè che purtroppo negli ultimi  anni si sono ripetuti suicidi di giovani ragazzi vittime di episodi di bullismo omofobico in ambiente scolastico. Il termine è abusato: dai Giuristi per la vita alle alte sfere ecclesiastiche, a sedicenti associazioni a difesa della famiglia naturale. Ma non esiste alcuno studio scientifico, alcun dibattito o ricerca da cui desumere  l’esistenza di una ideologia gender. L’utilizzo stesso del termine ideologia, anzi, nasconde la volontà di denigrare, mentre introducendo l’educazione all’affettività nelle scuole non ci si farebbe portatori di alcun dogma prestabilito, bensì solo di domande, dialogo e ascolto.
Con il termine educazione all’affettività intendiamo lo studio delle relazioni tra i generi, ma anche il dialogo sui diversi orientamenti sessuali in una chiave inclusiva e che aiuti a superare il proliferare degli stereotipi, spiegando agli studenti come la costruzione tendenziosa delle differenze abbia portato alle diseguaglianze e, in rapida successione, alle discriminazioni e a conseguenti atti estremi come il suicidio. Per noi introdurre l’educazione all’affettività significa semplicemente dare attuazione alla Costituzione, e cioè rendere le scuole dei luoghi il più possibile inclusivi e aperti a un dibattito che porti a confronti produttivi tra gli studenti, rendendoli cittadini liberi  dai vincoli del pregiudizio e dell’ignoranza. Una disciplina che permei in maniera trasversale fin dalle scuole medie tutti gli insegnamenti coinvolti, poiché la trasmissione di questi messaggi universali di civiltà non può essere più demandata alla buona volontà di singoli docenti virtuosi, ma deve diventare patrimonio di tutte le scuole italiane.

L’estate appena trascorsa è stata, purtroppo, segnata da diverse tragedie che hanno coinvolto ragazzi giovani e giovanissimi, vittime dello sballo e delle droghe. Se domattina, anziché in Parlamento, dovessi entrare nella tua classe, come affronteresti l’argomento con i tuoi alunni? Cosa diresti loro? Quali consigli ti sentiresti di fornire? Credi che esista davvero una “questione giovanile” come sostengono tutti coloro che lanciano l’allarme?

Credo innanzitutto che l’atteggiamento di “tolleranza zero” nei confronti dei locali, assunto quest’estate da varie componenti politiche (“pronti a chiudere altri locali”, come ha detto il ministro Alfano ad esempio), o l’idea di introdurre il cosiddetto tampone non centrino l’obiettivo. La droga, purtroppo, è ovunque: nei locali, a scuola, sui posti di lavoro, per le strade. Io credo che più che concentrarsi sulle discoteche si dovrebbe aprire una seria campagna di informazione e di prevenzione che dovrebbe, ovviamente, partire proprio dalle scuole. Non un generico “non dovete drogarvi”, ma un discorso che si avvalga innanzitutto della testimonianza di chi ha sbagliato e ne ha pagato le conseguenze. Chi inizia a drogarsi non è malato, ma prende una decisione. Occorre che la scuola aiuti con tutte le sue forze i ragazzi a decidere per il meglio: per la vita, per la felicità a lungo termine, per un percorso inizialmente magari più doloroso o difficile ma che se intrapreso li porterà nel tempo sulla strada giusta. E non esiste modo migliore per trasmettere questo messaggio che ascoltarlo dalla viva voce di chi purtroppo ha visto ripercuotersi le conseguenze di una scelta sbagliata e irreversibile sulla propria pelle, sul proprio corpo e sulla propria mente. Nessuna paternale o nessun discorso intriso di moralismi: più forte di tutto, è la voce di chi ha affrontato il calvario della dipendenza.

In conclusione, parliamo un po’ di te. Cosa ti ha spinto a fare politica? Perché proprio nel M5S e non in un partito tradizionale? Come ha reagito la tua famiglia a questa scelta? Come valuti questi primi due anni di attività parlamentare? Cosa speri di aver realizzato e di poter lasciare in eredità al termine della tua esperienza?

Mi sono avvicinata alla politica perché ritengo che sia ancora l’unico modo per cambiare davvero le cose. Dopo la laurea, ho avvertito un profondo senso di delusione e di ingiustizia nel vedere così tanti ragazzi, miei coetanei e amici, sfruttati e privati del futuro, costretti a cedere ai ricatti del mercato senza alcun riconoscimento per gli sforzi compiuti. Ho capito che piangersi addosso non era più sufficiente e che occorreva impegnarsi attivamente. Convogliare questo senso di delusione nel Movimento 5 Stelle è stato quasi naturale: siamo gli unici ad aver costituito una vera rete di cittadini che si sono uniti, hanno smesso di lamentarsi nel chiuso delle loro case e sono usciti per dar voce a una voglia concreta di cambiamento e di partecipazione diretta, senza più delegare a terzi, ma impegnandosi in prima persona. Tutto ciò ha comportato anche dei sacrifici, ma credo che la situazione fosse ormai giunta a un tale livello di intollerabilità che lamentarsi o affidarsi all’ennesimo salvatore della patria non bastasse più. Quanto alla mia famiglia, ha appoggiato fin da subito con entusiasmo la mia decisione di attivarmi in prima persona e, quando si sono svolte leParlamentarie e sono arrivata seconda in Piemonte, sono stati proprio loro a spingermi ad andare fino in fondo, fino all’aula di Montecitorio.
Questi due anni e mezzo sono stati decisamente intensi. Non è stato facile abituarsi alle dinamiche parlamentari, non è stato semplice stravolgere la propria vita per chi come me e i miei colleghi non aveva mai ricoperto incarichi politici. Poi, vissuta dai banchi dell’opposizione, la quotidianità rischia di essere molto scoraggiante e frustrante. Ma quando, nonostante tutto, grazie alla perseveranza, arrivano dei risultati che sono in linea con le richieste dei cittadini (tuoi elettori o meno), la soddisfazione è doppia.
Quanto a me, nel mio piccolo, spero di poter essere la dimostrazione che con lo studio, l’impegno e la curiosità un semplice cittadino può essere davvero il rappresentante di chi gli ha dato fiducia. Sono orgogliosa che tanti insegnanti si fidino di me e abbiano apprezzato le nostre battaglie. Sono orgogliosa del fatto che con il lavoro e la dedizione io e i miei colleghi abbiamo spinto cittadini disillusi e frustrati dalle scelte di questi governi a continuare a credere nella politica.

Nel corso del tuo intervento alla Camera contro la “Buona scuola”, hai chiesto espressamente al PD di rimuovere il nome di Berlinguer dalla propria sala riunioni. Perché questa scelta? Chi era per te Enrico Berlinguer? Cosa ti affascina di quella politica così diversa da quella attuale?

Enrico Berlinguer rappresenta la bellezza di fare politica. Una bellezza che purtroppo oggi è rimasta confinata nei libri dei suoi discorsi, nei filmati di quegli anni, e che da allora non ha mai più saputo rivivere di vita propria. Una bellezza dettata dalla passione e dalla sincerità di ogni sua parola, di ogni suo gesto: a prescindere dal contenuto dei suoi messaggi, condivisibili o meno, è la sincerità del suo volto e dei suoi occhi a renderlo un personaggio unico e purtroppo senza eredi nel panorama partitico attuale.
Poi, ovviamente, c’è la grande modernità di certe sue posizioni. Ad esempio la famosa questione morale, ma penso anche a quel “discorso sulla cultura” pronunciato a Mantova nel 1983, in cui Berlinguer ha saputo accostare con grande lungimiranza la questione della cultura e quella dell’ambiente. Quello è un discorso che noi del M5S non possiamo che sottoscrivere, che sembra scritto ieri o anzi domani mattina.
La scelta di invitare il PD a rimuovere la sua targa è stata dettata da una profonda rabbia. Quella provata osservando da vicino, per giorni e giorni, durante l’esame della “Buona scuola”, molti parlamentari del Partito Democratico, giovani e meno giovani, sostenere con arroganza, ipocrisia e cieca convinzione un progetto che nulla ha a che fare con i valori promossi da chi, a torto e senza pudore, viene ancora considerato uno dei padri fondatori di quel partito. Ho sentito il bisogno di ricordare loro che, per preservare un minimo di dignità dopo l’approvazione del Jobs Act, dello Sblocca Italia e della Buona scuola, avrebbero fatto bene a smettere per sempre di associare il nome di Enrico Berlinguer a quello del Partito Democratico.

Il 17 e 18 ottobre, presso l’Autodromo di Imola, si svolgerà la festa annuale del M5S, il cui tema quest’anno sarà: “Il M5S al governo”. Vedete così imminenti le elezioni? Non temi che stiate prendendo una rincorsa eccessiva? Se dovessi tracciare il classico “programma dei primi cento giorni”, quali sarebbero i vostri primi provvedimenti?

Credo che a Renzi e alla coalizione di governo non convenga tornare presto alle urne e quindi, purtroppo, non vedo elezioni imminenti. Ritengo anche, tuttavia, che il Movimento possa e debba dimostrare a tutti la sua crescita innegabile, candidandosi a vera forza di governo e non semplicemente di opposizione ed esponendo con metodo e nel dettaglio la propria idea di Paese. Imola sarà l’occasione giusta per farlo. Quanto al programma dei “primi cento giorni”, cito una proposta su tutte: il reddito di cittadinanza, un reddito minimo garantito a tutti, individuale e incondizionato, che non significa un mero sussidio di disoccupazione. Siamo convinti che vada garantito a tutti il diritto alla dignità sociale e abitativa di cui si parla sia nella nostra Costituzione sia nella Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Occorre poi far ripartire l’economia della piccola e media impresa detassando il lavoro, incentivando le start-up e bloccando sul serio la fuga dei ricercatori e delle nuove idee all’estero, investendo nella scuola, nell’università, nei servizi e nel sostegno alle fasce più deboli.

 

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