Sabato, 26 Luglio 2014 10:06

Verità e giustizia per Giuseppe Uva

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ROMA - Sono passati ormai sei anni da quel drammatico giorno di giugno del 2008 in cui Giuseppe Uva è passato da una passeggiata  con un amico a una caserma dei carabinieri e da lì a una caserma dei carabinieri e alla camera mortuaria di un ospedale, dopo un ricovero durato qualche ora. La procura della repubblica di Varese, interpellata  a suo tempo sul caso, aveva chiesto di archiviare il procedimento ma il giudice delle indagini preliminari Stefano Sala ha deciso di rinviare a giudizio i  sei  poliziotti e due  carabinieri coinvolti nella immotivata morte di Giuseppe Uva che -quella notte di sei anni fa- l’hanno torturato nella caserma in cui è stato condotto e sono imputati oggi di omicidio preterintenzionale, arresto illegale, abbandono di incapace  e abuso di metodi di contenimento.  Il giudice per le indagini preliminari a sua volta aveva respinto la richiesta di non luogo a procedere formulata dal procuratore  facente funzioni Felice Isnardi al termine  della fase istruttoria riaperta da Giuseppe Sala.

Alla prima udienza, che si terrà finalmente il venti ottobre prossimo, comincerà un processo  atteso da quella parte di opinione pubblica democratica  che ha potuto vedere le fotografie del cadavere  di Uva sul tavolo dell’obitorio con un corpo ricoperto dai lividi, dagli ematomi e dalle escoriazioni. Con un’abbondante perdita di sangue, giustificata con una infiammazione delle emorroidi , ma che la sorella e altre persone che hanno seguito assiduamente il caso (che ha provocato negli anni molta commozione in tanti) hanno a suo tempo definito come effetto delle grandi violenze usate contro la vittima arrivata in caserma. L’accusa a Lucia Uva è costata una denuncia per diffamazione e un procedimento penale che ancora è in piedi.

Per molti anni gli otto uomini in divisa (uno dei quali, uno dei due carabinieri, sarà giudicato con rito immediato) hanno determinato dopo la morte di Giuseppe Uva una guerra senza esclusione di colpi tra un magistrato, il pubblico ministero Agostino Abate, l’avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile per la sorella Lucia e i giudici che si sono succeduti nel trattare la complessa questione.  L’ostinazione della sorella Lucia e di alcuni suoi amici hanno impedito che la sua morte fosse trattata come una fatalità dopo che anche i medici si sono allontanati dalla scena. Su quella morte, al di là di interrogazioni parlamentari e di procedimenti disciplinari in atto contro il pubblico ministero Abate, si è aperto un vero braccio di ferro tra organi della giustizia che si è provvisoriamente fermato con l’avocazione da parte della procura generale di Milano estromettendo il pubblico ministero Abate che insisteva a non volere che si arrivasse al processo.

La verità è che, quando si tratta di uomini in divisa, le cose in Italia diventano sempre difficili. Una storia lunga più di un secolo e mezzo, ormai centocinquantatré anni dopo la conclusione del processo di unificazione nazionale, per non parlare di quello che è successo prima soprattutto in qualcuno degli stati preunitari, gli organi giudiziari si trovano in notevole difficoltà. Si ha voglia di partire dal precetto costituzionale in base al quale ogni cittadino è innocente fino a una condanna definitiva e all’altro, sottinteso,  che non pone né le forze dell’ordine né i magistrati al di sopra dei cittadini. Rimane il fatto che viviamo in un Paese che ha una secolare tradizione di sospetto nei confronti di chi è povero o malato e che conferisce a tutti quelli che dispongono di un’autorità anche piccola e che sono considerati per questo intoccabili. E si capisce molto meglio l’atteggiamento di certi magistrati e di una parte delle forze dell’ordine di fronte al pericolo di disordini. E così si spiega meglio, e il pensiero va a certi grandi libri del nostro passato, quello che è successo con Uva, con Aldrovandi o con Pinelli, per far soltanto qualche caso per così dire storicamente fondato.

Nicola Tranfaglia

Storico, politico e docente universitario

www.dazebaonews.it

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