Lunedì, 16 Novembre 2015 10:10

Teatro Quirino. Intervista esclusiva a Lina Sastri, umana “Lupa” di Verga

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L’intervista è ascoltabile anche in versione audio

ROMA - Dal 17 al 29 novembre, Lina Sastri sarà sul palco del Teatro Quirino di Roma con “La lupa” di Giovanni Verga. Il regista Guglielmo Ferro, su consiglio dell’attrice, ha messo in scena il testo tratto dal libretto del 1896, scritto da Verga insieme a Federico De Roberto per un’opera lirica che doveva essere composta da Giacomo Puccini (poi in realtà da Pier Antonio Tasca). La storia sviluppa l’omonima novella del 1880, contenuta nella raccolta Vita dei campi. Verga scrisse anche un dramma teatrale.

Lina Sastri è un’artista versatile, capace di spaziare dal cinema alla prosa, al teatro musicale e alla televisione. Ha lavorato con i maggiori registi e condiviso la scena con i più noti attori. Nella sua carriera ha riportato numerosi riconoscimenti, tra cui tre David di Donatello e un Nastro d'argento. Ha preso parte, con ruoli importanti o da protagonista, a film di rilievo come Ecce Bombo diNanni Moretti, Mi manda Picone di Nanni Loy, Baarìa di Giuseppe Tornatore, e a produzioni televisive, tra le quali ricordiamo Natale in casa Cupiello di e con Eduardo De Filippo. Oltre la costante presenza sui palchi teatrali, va ricordata la sua "doppia vita" in musica, con vari dischi all'attivo.

Perché ha deciso di interpretare il personaggio della Lupa di Verga?

Negli anni me l’avevano chiesto varie volte, ma ho sempre rifiutato, perché non mi sentivo portata verso quel personaggio. Forse adesso, nella maturità, ho trovato degli angoli, delle luci, delle ombre, delle umanità che spero di restituire. C’è un insieme di carnefice e vittima, ci sono sfaccettature del personaggio, che forse prima non riuscivo a vedere nella sua profondità, nella sua complessità.

“La lupa” è stata interpretata anche da altre importanti attrici, ma penso soprattutto alla Magnani, di cui lei è in qualche modo una figlia artistica. Nel 1965 la Magnani interpretò “La lupa” con la regia di Franco Zeffirelli. Ha tenuto presente questo modello?

No. Su internet si possono vedere alcune parti. Non ho tenuto presente questo modello però: perché non è il 1965, è il 2015, perché la regia non è di Franco Zeffirelli, è di Guglielmo Ferro, e perché io non sono Anna Magnani.

Rispetto alla visione che tutti hanno del personaggio di Gnà Pina, detta Lupa, quali novità porta la sua interpretazione? 

Ognuno ha la sua visione. Io personalmente non la vedo come una donna assatanata di sesso.  Forse nella novella il personaggio, così come si staglia, lo è, ma nella tragedia lirica che noi mettiamo in scena no. È una donna: una donna sola, vedova, nel pieno della sua vitalità, attraente, seducente, non ancora vecchia, non più giovane. Questa donna vive in un mondo molto chiuso, quello della campagna siciliana di fine Ottocento, ma potrebbe essere anche quello di adesso. È una donna sincera, oltre le regole, non si cura del giudizio degli altri e viene chiaramente giudicata male. È una diversa, paga la sua libertà.

In che modo?

S’innamora perdutamente, di passione fisica e sentimentale, per questo contadino, che non è, come di solito si propone a teatro, molto più giovane di lei. No, non è un anziano, ma non è molto più giovane. Infatti abbiamo Giuseppe Zeno, attore bravo, ma che non è un ragazzo. In questo caso non è la donna matura che si prende d’amore per il giovane. È una donna che s’ innamora appassionatamente di un uomo. Diventa vittima di questa passione. Dà all’uomo tutto quello che ha: la casa, i suoi beni, la figlia. Lui è un uomo concreto: un contadino che non ha niente, che si deve sistemare, che, pur essendo anche lui innamorato della Lupa, non può permettersi una storia con una donna chiacchierata. Lei gli si offre, ma lui le chiede la figlia, non pensando mai che gliela conceda. Invece lei gli dà tutto, fino alla vita… È una tragedia d’amore.

Che ruolo hanno le musiche, lei come dialoga con esse?

È scritto da Verga che a un certo punto, nella festa campestre, tutti invitano Pina a dedicare uno stornello a qualcuno. Lei lo rivolge ovviamente all’oggetto del suo amore, che è Nanni. C’è questo “Jarofulu pumpusu, duci amuri”, che fa parte del dramma. Invece che cantarlo “a stornello”, lo interpreto con le note elaborate da Franco Battiato. Io accenno più che cantare, a cappella. Poi c’è un altro momento: un canto d’amore mentre lei è sola con la luna. È stata una mia idea: c’è una musica di Massimiliano Pace e dentro gli spazi vuoti della musica io ho inserito il canto d’amore.

Quali scelte sono state fatte in merito al linguaggio?

Parliamo in italiano. Non con l’accento siciliano, anche se molti attori sono siciliani, quasi tutti. Abbiamo trovato una specie di musica, un esempio: “Feci del male solo a me stèssa”, invece che “stéssa”. Ma, ecco, si tratta di una coloritura.

Lydia Alfonsi mi ha raccontato che quando interpretò la “La Lupa”, un bambino si avvicinò al palco e le gridò: “Tu sei cattiva”.

In effetti, la parte più superficiale dell’espressione di Pina è anche questo. Soprattutto nelle scene con la figlia. Io che ho appena finito di fare la madonna – più madre di così − nella “Passio hominis”con la regia di Antonio Calenda, e anche una madonna moderna nel film “Le nozze di Laura” di Pupi Avati che andrà in onda il 7 dicembre su Raiuno, o “Filumena Marturano”, qui mi ritrovo a vivere una maternità diversa. Una maternità che però non è cattiva. Spero di riuscire a restituire anche la sua inquietudine, la sua contraddizione interiore. Come lei dice a Nanni: “Se ho fatto del male, non l’ho fatto a voi, né a nessuno, l’ho fatto solo a me stessa e al mio cuore, che non conosce che tormento”. 

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