Giovedì, 10 Luglio 2014 21:39

Com’è la riforma del Senato

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ROMA - Si chiude il lavoro della Commissione affari costituzionali sul disegno di legge governativo di riforme della seconda parte della Costituzione, che passa in aula senza che ci sia stato tempo di vederlo (un po’ come avvenne per il Porcellum… che sappiamo che fine ha fatto).

Questa la principale notizia: nessuna riduzione del numero dei deputati. La Commissione affari costituzionali del Senato ha infatti bocciato tutti gli emendamenti in tal senso. Peccato. È una modifica che riproporrò alla Camera, dove il mio disegno di legge di riforma costituzionale già prevede che i deputati si riducano a 470.

Un taglio sostanzioso coerente con una democrazia che rappresenta e che funziona, dove gli elettori dovrebbero poter scegliere i propri deputati nei collegi uninominali. Semplice, lineare e realmente efficiente. Altra importante notizia: i senatori non saranno eletti dai cittadini. Rispetto alle proposte iniziali è cambiato molto ma non l’idea della cooptazione, dell’elezione da parte degli eletti anziché da parte degli elettori. Anzi. Mentre l’ancora notevole numero di deputati dovrebbe ancora essere eletto con liste bloccate (che anche grazie alle candidature plurime e alla distribuzione nazionale dei seggi non consentiranno neppure di capire chi è eletto), i senatori saranno sindaci o consiglieri regionali scelti da questi ultimi con metodo proporzionale (e – ovvio –liste bloccate), in modo da consentire ai capi partito di decidere chi diventerà senatore: non può ritenersi più, infatti, una elezione – neppure di secondo grado – ma la classica spartizione partitocratica. Come quella già messa in campo per le province. Così mentre tutti sentono solo parlare di cambiamento, il controllo partitocratico sulle istituzioni prosegue. E si rafforza. Camera e Senato saranno disegnate a tavolino in qualche stanza romana tra poche persone secondo accordi partitocratici, mentre gli elettori saranno sempre più irrilevanti.

Ultima notizia: l’elezione del Presidente della Repubblica. Partecipano solo i parlamentari (senza i delegati regionali, anche se ormai tutti i senatori, in fondo, lo sono) e soprattutto salgono le maggioranze. Ma solo per un po’… Oggi servono i due terzi nelle prime tre votazioni e poi si passa alla maggioranza assoluta. Con questa riforma servirebbero ancora i due terzi ma nelle prime quattro votazioni, poi i tre quinti per altre quattro votazioni e infine la maggioranza assoluta dal nono scrutinio. Un primo punto riguarda il fatto che per eleggere il Presidente della Repubblica potrebbe servire un po’ di pazienza, di sangue freddo. Quello che l’ultima volta è mancato, visto che dopo il quarto scrutinio si è deciso che l’unica alternativa era pregare il Presidente uscente di rimanere. Ma è soprattutto un altro punto a rivestire interesse: dal nono scrutinio (cioè dopo 4 giorni di eventuali noiose votazioni a vuoto, tra schede bianche e nomi più o meno fantasiosi), la maggioranza di Governo, super-premiata dall’Italicum alla Camera e dalla cooptazione partitocratica al Senato potrebbe eleggere chi vuole: i voti necessari sarebbero, infatti 366, solo 26 in più di quelli già ottenuti col premio di maggioranza alla Camera. E questo sarebbe possibile dal nono scrutinio, ma sarebbe chiaro sin dal primo. Cosicché il condizionamento della maggioranza e soprattutto del suo leader sarebbe fortissimo. 

Sarebbe essenzialmente il leader della maggioranza e quindi tendenzialmente il Premier a designare il Presidente della Repubblica, poi votato dai disciplinati parlamentari eletti nelle liste bloccate della Camera o nelle liste partitocratiche nei consigli regionali.Per di più questo innalzamento delle maggioranze richieste, secondo alcuni, vorrebbe ristabilire – puntando su un capo dello Stato condiviso – equilibri e garanzie che questa riforma ha per altri versi così fortemente indebolito.

Anche fosse vero (e abbiamo visto che non lo è), non basta così poco. Serve, infatti, anzitutto, un Parlamento forte e rappresentativo. Servono parlamentari autorevoli e legittimati dai cittadini. Servono, insomma, una riforma costituzionale e una legge elettorale che diano agli elettori la possibilità di scegliere davvero chi li rappresenta e chi li governa. Da tutto questo con questa riforma siamo ben lontani.

Giuseppe Civati

Deputato Partito Democratico

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