Domenica, 08 Maggio 2016 20:19

La politica non è credibile nella lotta alle mafie

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ROMA - Se si vuole contrastare concretamente la criminalità organizzata ed essere credibili nella lotta alle mafie, la nostra classe politica dovrebbe agire con fatti concreti e non soltanto con proclami e propositi a cui poi non corrispondono scelte precise e univoche.

O si combattono con leggi ad hoc corruzione, evasione fiscale, riciclaggio, reati societari e contro la pubblica amministrazione, oppure ben presto le mafie avranno vinto la loro partita contro lo Stato italiano. Tutti i giorni sono sotto i nostri occhi aree “oscura” che coinvolgono mafiosi, politici, imprenditori, professionisti e amministratori pubblici: contiguità e collusioni contaminate da intimidazioni e violenze che poi lasciano il posto alla utilità, alla corruzione, al favoritismo, e più in generale al perseguimento di interessi criminali comuni soprattutto di natura economica. Le mafie si inseriscono nel tessuto economico e politico offrendo quei servizi utili a quelle realtà, primi fra tutti il traffico illecito di voti e di capitali illeciti. Questo genere di simbiosi determina una saldatura criminale garantita dalla corruzione, dal perseguimento del profitto ad ogni costo, dal disprezzo per le istituzioni pubbliche e per il bene comune, attraverso gli appalti, le concessioni pubbliche e l'acquisizione di imprese per l’alterazione del mercato economico e del lavoro. La corruzione, soprattutto in periodi di grande crisi economica come quello attuale, non può che sottrarre risorse al sociale, accentuando così le diseguaglianze e colpendo mortalmente i più poveri.

Chi paga in questo contesto? Pagano gli ospedali, gli ammalati che non ricevono cure, i bambini senza istruzione e senza scuole sicure e così via. Mi piace citare Papa Francesco che su questo argomento afferma che la corruzione sia un peccato più facile per tutti coloro che  detengono potere. Aggiungendo che i peccatori pentiti sono perdonati. I corrotti no, perché rifiutano di aprirsi all’amore. Al tempo di Gesù c’era una classe dirigente che si era allontanata dal popolo lo aveva abbandonato, incapace di altro se non di seguire la propria ideologia e di scivolare verso la corruzione. Interessi di partito e lotte interne erano la normalità. Le energie di chi comandava ai tempi di Gesù erano per queste cose al punto che quando il Messia si palesa ai loro occhi non lo riconoscono, anzi lo accusano di essere un guaritore della schiera di Satana. Spero tanto che la nostra classe dirigente ancora una volta non si trinceri dietro nuovi proclami, ma sia capace di ascoltare e dare risposte concrete nella lotta alle varie illegalità di matrice mafiosa che attanagliano il nostro Paese. Come era solito dire Giovanni Falcone: “Bisogna rendersi conto che la mafia è un fenomeno terribilmente serio e grave, e che va combattuto non pretendendo l'eroismo di inermi cittadini, ma coinvolgendo nella lotta le forze migliori delle istituzioni”.

 

Vincenzo Musacchio

Giurista e docente di diritto penale, Direttore della Scuola di Legalità “Don Peppe Diana” di Roma e del Molise

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