A colloquio con Erika Morri, autrice di “Empowerment per la vita: la meta del rugby femminile”

“Il rugby è educazione emotiva”. A dirlo è Erika Morri, ex rugbista azzurra con 21 anni di carriera, fondatrice del progetto internazionale “Wo*men sport land of freedom –Chi semina sport raccoglie futuro” e la curatrice del saggio “Empowerment per la vita: la meta del rugby femminile”.

Un’opera corale, a cura della stessa Morri e di Simona Castellano edita da Armando Editore, che si incentra sul rugby femminile, non solo come mero sport agonistico, ma come spazio di evoluzione personale e di autodeterminazione.

Questo volume che è integrato nella collana “I futuri della didattica” dell’Università di Bologna, afferisce al progetto di ricerca e narrazione internazionale “Rugby l’Ottavo Continente:la storia rivoluzionaria di uno sport declinato al femminile” che dà voce a 135 rugbiste di oltre 60 Paesi, dall’Australia al Burkina Faso, che raccontano come il rugby sia stato strumento di consapevolezza e veicolo di cambiamento sociale. E sono proprio questi valori positivi che Erika Morri intende trasmettere alla presentazione del libro in programma a Frascati il 26 marzo alle 18.30 presso la sede dei “Lupi Frascati Rugby” in via del Fontanile Tuscolano, dove la coach incontrerà il club che ha al suo interno, anche una squadra femminile juniores .

Per saperne di più, ne parliamo con la stessa autrice e formatrice Erika Morri.

All’evento del 26 marzo, che messaggio vorrebbe trasmettere alle giovani leve del rugby e alle loro famiglie?

Alla presentazione di “Empowerment per la vita: la meta del rugby femminile”, evento patrocinato dalle “Olimpiadi della Cultura Milano-Cortina”, l’obiettivo è rendere consapevoli le giocatrici e le rispettive famiglie del potenziale del “rugby come allenamento quotidiano”. “Giocando e creando si pensa con le mani” è il mio motto da formatrice e la sintesi di ciò che il rugby rappresenta: uno strumento di apprendimento per capire come agire e reagire, come alzarsi dopo una caduta nella vita e sul campo e come integrarsi in un gruppo e in una comunità diversificata, in cui ogni apporto è di fondamentale importanza.

Empowerment per la vita: la meta del rugby femminile”, a che obiettivo aspira questa pubblicazione?

Lo scopo è diffondere e condividere una delle ricerche più vaste al mondo sull’empowerment femminile in ambito sportivo. Si tratta di 135 interviste ad atlete provenienti da oltre 60 Paesi diversi – dall’Iran alle isole Cayman – alle quali è stato chiesto in che modo “il rugby avesse impattato sulla loro vita quotidiana”, confermando come per tutte – giocatrici manager e coach –  lo sport sia stato uno strumento di consapevolezza e di autodeterminazione, in grado di favorire l’abbattimento degli stereotipi di genere, lo sviluppo dell’autostima e la creazione di reti solidali.

Erika Morri

Qual è, dunque, il ruolo del rugby nell’emancipazione femminile?

Negli ultimi decenni si è assistito nella società a una forma dissociazione tra corpo e mente, come se quest’ultimo fosse un involucro a se stante; in realtà, il corpo è uno strumento fondamentale per conoscere se stesse, anche interiormente, per mettersi alla prova e testare la propria resistenza. Il rugby, dunque, può contribuire a questa rivalutazione della corporeità come strumento di emancipazione e crescita personale femminile. Infatti, trattandosi di uno sport di contatto, dove trionfano la fisicità e la resistenza, si passa dallo stereotipo del corpo femminile “da mostrare” a quello del “corpo da vivere”.

Come si potrebbe favorire lo sviluppo del rugby “in rosa” qui in Italia?

Si potrebbe dare una spinta propulsiva a questo sport, promuovendo la capacità che ha, di aiutare le future donne a conoscere a fondo se stesse e di allenarsi ad affrontare le difficoltà e le sfide che la vita comporta, come avviene nel campo di rugby, sempre nel rispetto di chi si ha di fronte.

Questo sport che cosa ha rappresentato per lei e cosa vorrebbe rappresentasse per le altre?

Il rugby mi ha insegnato il valore dell’impegno e della volontà, della fatica e della dedizione costante, ponendomi di fronte a importanti scelte di vita. Aver partecipato a 2 Coppe del Mondo, a 7 Campionati Europei e aver giocato fino al compimento dei 40 anni, senza smettere di studiare e lavorare, ha costituito un valore aggiunto nel mio percorso di empowerment. Un percorso di vita e relazionale non così comune, ma del quale sono tutt’oggi fiera: per me non sono stati sacrifici, ma scelte. E sarei contenta se altre atlete potessero approcciarsi a questa vita e sperimentare come l’allenamento a “volate e cadute” sia utile nel quotidiano.

Cosa auspica per il futuro del rugby femminile in Italia?

L’augurio è di riuscire a trovare degli sponsor che possano diffondere il messaggio: evidenziando come lo sport possa essere uno strumento di emancipazione sociale e una base solida per le donne e le cittadine del futuro, assurgendo a una vera e propria educazione emotiva.

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