Intervista a Gabriele Lanci: romanziere, saggista , autore di “Baby Gang 74”

Gabriele Lanci è autore di “Baby gang 74 – Ragazzi a caccia di uomini”, un romanzo di formazione, dove si intrecciano memoria storica, cronaca nera e commedia adolescenziale che si ispira a un fatto realmente accaduto a Lanciano nel 1974: il suicidio di un bambino di 12 anni, vittima di violenza sessuale.

Un evento che segnò profondamente la città e che nel romanzo diventa il detonatore di una vicenda narrativa dai toni  drammatici e grotteschi. Originario di Sant’Apollinare, un paese agricolo presso la Costa dei Trabocchi in Abruzzo, dopo aver conseguito la maturità classica e la laurea in lettere, ha svolto la sua attività di insegnante di “Lettere” negli istituti tecnici e nei licei in varie località del Piemonte, del Riminese, ad Ortona ed a Lanciano, approfondendo la conoscenza dei ragazzi e del loro mondo, oltre a dedicarsi alla narrativa e alla saggistica con la pubblicazione delle sue opere in affermate riviste letterarie e culturali. Per saperne di più, ne parliamo direttamente con l’autore. 

Cosa l’ha mossa a scrivere un romanzo di formazione tratto da un fatto di cronaca nera ambientato negli anni ’70?

L’idea di scrivere il mio romanzo è maturata nel corso di diversi anni attraverso una riflessione assidua su circostanze notevoli che hanno riguardato me e degli amici a cui mi ero legato nella mia piena adolescenza. L’episodio di cronaca nera che dà il via alla narrazione – il presunto suicidio a Lanciano di un bambino di 12 anni dopo aver subito violenza – quando si verificò mi sconvolse ed ha lasciato una traccia persistente nella mia memoria.

Gabriele Lanci

Alcuni dei miei amici conoscevano personalmente la vittima. Una decina di anni fa ho sentito in me fortissima l’esigenza di narrare la vicenda rispettandone con onestà le circostanze reali ed aderendo, senza mai distaccarmene, alla psicologia dei miei cinque protagonisti che esercitano il punto di vista della narrazione su un piano di parità e di interscambio.

L’intenzione, quindi, è stata quella di rispettare il più fedelmente possibile: i fatti, i personaggi, il loro vissuto, interpretando il loro sentire attraverso una prospettiva interna al loro modo tipicamente adolescenziale di percepire se stessi ed il mondo che li circondava. Le circostanze specifiche della metà degli anni settanta rendono la vicenda comprensibile, solo alla luce della realtà storica di quegli anni. La mia ha voluto essere una ricostruzione obiettiva della vita di personaggi realmente esistiti a Lanciano, in un preciso momento storico, utilizzando la fantasia solo quando l’ho ritenuta funzionale alla definizione logica dell’intreccio e del modo di essere dei miei personaggi.

A chi consiglierebbe il suo romanzo? Anche ai più giovani? 

Consiglierei la lettura del mio romanzo a persone appartenenti a qualsiasi fascia di età. Quanti hanno vissuto la realtà degli anni ’70 rivivrebbero le atmosfere tipiche di quel periodo  ma anche i ragazzi di oggi potrebbero rispecchiarsi nei miei protagonisti, perché vivono secondo dinamiche di crescita specifiche dell’età adolescenziale con le stesse esigenze di fondo. Ciò che varia sono le circostanze relazionali che riguardano gli adolescenti di oggi: mi riferisco soprattutto al fenomeno delle separazioni tra i genitori, che oggi riguarda una percentuale del 31% dei minori. Le indagini compiute dalla psicologia scientifica sui ragazzi che hanno famiglie separate, hanno evidenziato un notevole grado di disagio, che è stato poi studiato nelle sue diverse manifestazioni. Nella mia esperienza di educatore ho avuto modo di verificare le ripercussioni gravi, anche, a livello scolastico che subentrano nei ragazzi che devono sostenere la separazione dei propri genitori. È un problema evidente, ma di cui si parla poco. A metà degli anni settanta, nel nostro paese, le famiglie erano unite: esercitavano una più chiara e ferma autorità sui figli ed esisteva una percentuale di separazioni irrilevante.

Quale messaggio vorrebbe, dunque, arrivasse al lettore?

Il messaggio, deducibile indirettamente dal mio testo, sarebbe quello di impegnarsi a leggere la realtà interpretandola per come è nei fatti e nelle circostanze reali, cercando di comprendere internamente i sentimenti e le opinioni di chi li ha vissuti. Per questo, bisogna capire che per poter interpretare la vita – il bene fondamentale di cui disponiamo su questo mondo – sarebbe necessario essere scevri da qualsiasi forma di pregiudizio e facile moralismo. Il messaggio non esplicito  riguarda, appunto, la necessità di riflettere assiduamente su tutto quanto si vive quotidianamente, perseguendo il fine di individuarne il senso sostanziale. Da diversi anni, riscontro che la verità effettiva delle cose oggi venga fraintesa ed oscurata per motivi particolaristici. Aggiungo che all’epoca in cui sono ambientati i fatti del mio romanzo, esisteva una forte tendenza a rilevare la verità relativa per quello che era, effettivamente, al di là delle apparenze ed attraverso una discussione aperta. Oggi, al contrario, riscontro una tendenza generalizzata a dimenticare, a non voler affrontare i problemi. Mi riferisco: – solo per fare qualche esempio – alla crisi delle relazioni fra i sessi e della famiglia, alla crisi dei valori identitari della persona e delle comunità, alla fragilità psichica diffusa, all’insicurezza relativa alle proprie condizioni economiche, al fenomeno di una percezione alterata della sessualità. 

Quale soluzione proporrebbe per invertire questa tendenza?

Il riferimento al modello dei Vangeli e quindi alla vita di Cristo potrebbe essere una chiave per iniziare a rapportarsi con gli altri con umiltà, pazienza e senso di solidarietà, oltre a rinunciare a pregiudizi di comodo e rassicuranti. Questo potrebbe essere un modo per scuotere le coscienze da quello stato di pigra apatia che oggi imperversa, in cui ravviso una sorta di rassegnazione. Anche leggere libri di qualità, oggi come allora, costituirebbe uno stimolo per sviluppare le proprie attitudini critiche e di comprensione verso la realtà della vita, malgrado in Italia anche la lettura è in forte crisi.

Qual è la sua opinione sulla situazione dei giovani, oggi assurti  agli onori delle cronache nere e non solo?

Nella mia lunga esperienza di insegnante le posso garantire che certi episodi di violenza, di cui erano protagonisti i ragazzi nelle scuole ed al loro esterno, si verificavano anche in passato . In certi ambienti, come le periferie di Torino dove sono vissuto ed ho insegnato per alcuni anni, erano davvero frequenti. La differenza tra il mondo di qualche decennio fa ed adesso è che i mass media allora non se ne occupavano o non davano loro tanto risalto come avviene oggi.

Mi desta perplessità estrapolare un episodio – come l’aggressione di quel tredicenne affetto da una patologia mentale ai danni della sua  insegnante – per generalizzarlo, estendendolo ad una certa tipologia di ragazzi. Ritengo che, evidentemente, i giornalisti abbiano trovato un tipo di notizia che suscita l’interesse dei fruitori dei mass media: scoop che proseguiranno finché i lettori e gli ascoltatori dei telegiornali si stancheranno di ascoltarli. A questo aggiungo che, secondo delle statistiche, il 70% degli adolescenti ha commesso e commette dei reati, sebbene di poco conto. Questo fenomeno, da non confondersi con la devianza – che pure è un aspetto importante dell’età adolescenziale – corrisponde a quelle tendenze alla trasgressione delle regole che sono specifiche dell’adolescenza e sono funzionali al raggiungimento di una piena emancipazione ed autonomia sul piano morale dal controllo ed autorità esercitato sui ragazzi dagli adulti. 

Ha già in cantiere un’altra opera?

Mi sto dedicando alla stesura di un’opera con caratteristiche analoghe, ma non identiche, a quella da poco pubblicata. Protagonisti sono un gruppo di ragazzi più grandi che vivono in prima persona la fase di passaggio dall’adolescenza all’eta’ adulta, entro circostanze che sono specifiche del periodo di transizione che si colloca tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli anni 80.

Come si definirebbe con un aggettivo?

Nessuno.  Un signor nessuno, con la pretesa di voler capire con la propria testa la vita che vive e che lo circonda, riscontrando ogni volta che questo compito comporta un’estrema difficoltà, malgrado i suoi sforzi. 

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