Pavoni, Bach e il lupo: cronaca di una passione tutt’altro che improbabile

Il secondo appuntamento della rassegna internazionale d’organo Improbabylon – creatura voluta, costruita e, verrebbe da dire, teatralmente orchestrata da Alberto Pavoni, già titolare della cattedra d’organo al Conservatorio di Santa Cecilia – si è presentato al pubblico con un titolo tanto semplice quanto carico di sottintesi: Passione.

Un titolo che, sulla carta, rimandava opportunamente alla Domenica delle Palme (il concerto del 29 marzo), ma che in realtà si è rivelato un abile dispositivo retorico per raccontare molto di più: l’impeto, la tensione, la qualità quasi febbrile dell’impegno interpretativo dello stesso Pavoni.

Alberto Pavoni

Fin dalle prime battute del Preludio e Fuga in mi minore BWV 548 di Johann Sebastian Bach, l’organista si è imposto con una schiettezza priva di filtri, quasi brutale nella sua sincerità. Pavoni si muove come un camaleonte, attraversando con naturalezza i contrappunti più fitti e incandescenti, fino a evocare – per sua stessa dichiarazione – un possibile parallelismo tonale con l’apertura della Passione secondo Matteo. Suggestione forse ardita, ma non priva di fascino, soprattutto in un contesto in cui la tonalità diventa terreno simbolico prima ancora che struttura musicale.

Il percorso trovava poi il suo momento più alto, quasi sospeso, nel celebre corale O Mensch, bewein dein Sünde groß BWV 622, tratto dall’Orgelbüchlein. Qui il discorso si faceva intimo, raccolto, quasi confessionale: una tela di fioriture delicate, cesellate con un controllo del tempo che trovava il suo culmine nell’“adagiosissimo” bachiano dell’ultima battuta. Un momento di autentica commozione, restituito con una misura che raramente si ascolta in contesti accademici.

Il vero colpo di scena del pomeriggio arrivava però con Peter’s Walk di Franco Mirenzi, compositore ispirato nonché direttore dello stesso Conservatorio. Una pagina sorprendente, costruita come una sequenza di quadri tascabili, chiaramente debitrice – ma senza mai cadere nell’imitazione – dell’immaginario di Pierino e il lupo di Sergej Prokof’ev.

Qui l’organo della Sala Accademica mostrava tutta la propria autorità fonica: registri sfruttati con intelligenza, effetti repentini, cambi timbrici quasi cinematografici. La scrittura di Mirenzi, vivace e narrativa, trovava in Pavoni un interprete ideale, capace di restituirne il gusto descrittivo senza mai scadere nel bozzetto illustrativo. Una promenade dal sapore russo, ironica e visionaria, che ha rappresentato senza dubbio il vertice drammaturgico del concerto.

La seconda parte si apriva invece su un terreno più scopertamente trascrittivo, con due rielaborazioni dello stesso Pavoni: il Laudate Dominum dai Vespri del Confessore di Wolfgang Amadeus Mozart, trattato con libertà e gusto timbrico, e soprattutto Una notte sul Monte Calvo di Modest Musorgskij.

In quest’ultimo brano Pavoni ha dato prova di una teatralità controllata ma efficace, trasformando l’organo in una vera macchina sinfonica, capace di trascinare il pubblico fino a una meritata standing ovation.

E, come spesso accade quando il pubblico non vuole abbandonare la sala, il finale si è trasformato in una celebrazione bachiana: la Toccata e fuga in re minore BWV 565 e la Fantasia in sol minore BWV 542. Un doppio sigillo che, più che chiudere il programma, ne ha ribadito l’asse portante.

A ben vedere, il programma – pur presentato sotto l’etichetta di Improbabylon – aveva in realtà ben poco di improbabile. Anzi, appariva attraversato da una forte coerenza interna, quasi da un’urgenza emotiva: un percorso che oscillava tra espiazione e narrazione, tra il rifugio spirituale e la dimensione favolistica.

Da un lato Bach, con il suo universo di colpa e redenzione; dall’altro il mondo di Pierino, il bambino che sfida il lupo, lo cattura e lo consegna alla realtà. Una metafora che sembra adattarsi sorprendentemente bene allo stesso Pavoni: un “Peter” contemporaneo, armato di passione e ostinazione, intento a tessere le fila di un festival d’organo tanto visionario quanto necessario.

E in questa prospettiva, la cifra più interessante dell’interprete emerge con chiarezza: la musica non è più schiava dello strumento, ma del feeling che l’interprete riesce a modellare. Persino Bach, in questo gioco, smette di essere archetipo e diventa materia viva, plasmabile, quasi uno strumento tra gli strumenti.

Un’operazione rischiosa, certo, ma condotta con una coerenza e una personalità che meritano attenzione.

L’appuntamento è ora per il 24 maggio, sempre alle ore 17 in Sala Accademica, con un programma interamente dedicato alla scuola francese: terreno ideale per verificare fino a che punto questa “passione” saprà ancora trasformarsi in visione.

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