Improbabylon: l’improbabile necessario di Claudio Brizi a Roma

Domenica 13 marzo 2026, nella Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, ha preso avvio la Rassegna Internazionale d’organo Improbabylon, creatura lucidamente visionaria voluta da Alberto Pavoni, che da anni lavora con quella ostinazione silenziosa propria di chi conosce il valore delle cose rare – e soprattutto sa dove trovarle.

E se il titolo della rassegna suggerisce una Babele improbabile, il primo concerto ne ha offerto subito la chiave di lettura: nessuna confusione, ma una raffinata convivenza di linguaggi, epoche e strumenti che raramente si concedono allo stesso spazio acustico senza urtarsi.

A officiare questo rito tutt’altro che accademico – pur nel cuore dell’accademia – è stato Claudio Brizi, titolare della cattedra d’organo al Conservatorio “Morlacchi” di Perugia, musicista e, soprattutto, artigiano del suono nel senso più pieno e antico del termine.

Il programma, significativamente intitolato “Debite appropriazioni”, è stato esattamente questo: un gesto consapevole, quasi teatrale, di sottrazione e ricostruzione. Brizi non interpreta – appropria, trasfigura, riassembla. E lo fa con una naturalezza che rende l’operazione non solo legittima, ma necessaria.

La Sala Accademica si è trasformata, sin dalle prime battute, in un salotto ottocentesco – di quelli dove il tempo non scorre ma si deposita. E in questo spazio sospeso, tra velluti immaginari e odori evocati (una pipa, forse; certamente il tabacco di certe fughe e canzoncine bachiane d’altro stile), si aggirava una presenza: Wolfgang Amadeus Mozart.

Non il Mozart filologico, ma quello evocato, reinventato, quasi ospite inatteso di una conversazione musicale tra epoche diverse.

L’A’ la Mozart di Sigfrid Karg-Elert (1877-1933) è diventato così un menù à la carte – e Brizi, con una disinvoltura quasi gourmand, ha servito variazioni come fossero portate, giocando con le tastiere dell’organo Walcker/Tamburini del Conservatorio, frammentando e ricomponendo la materia mozartiana. Così come Frescobaldi avvertiva il lettore che le sue “Toccate” si potevano principiare da qualsiasi punto in modo da adattarle alla situazione all’humor bizzarro – il nostro camaleontico maitre ha deliziato il salotto variando il tema K284 non solo nella parte ma anche nel supporto stesso tra Ogue Mustel, Grand Orgue, pianoforte attrezzato con una piccolissima Harmonina Debain azionata da un solo mantice a pedale.

Una sonata si trasfigura, si moltiplica, si osserva da più prospettive timbriche: non è più Mozart – o forse lo è ancora di più. È il Mozart possibile, quello che l’Ottocento ha immaginato e il Novecento ha metabolizzato.

E qui Brizi diventa qualcosa di più di un interprete: un ingegnere del suono, un costruttore di ambienti acustici, capace di passare con naturalezza da una tastiera all’altra come un illusionista che, però, svela il trucco mentre lo compie.

Il vero colpo di teatro della serata, tuttavia, è stato proprio l’ingresso in scena dell’Orgue à Célesta Mustel (Parigi, 1897), strumento, oggi, rarissimo, figlio della raffinata organaria francese di fine Ottocento, dove l’harmonium espressivo si arricchisce di un registro di celesta capace di restituire un suono metallico, diafano, quasi infantile e insieme decadente ma allo stesso istante magico.

Con questo strumento, Brizi dopo l’introduzione celebrativa e ritrattista di Karg-Elert , ha dato vita a La Flûte enchantée de Mozart di Clèment Loret (1883-1909): e qui la macchina Mustel ha rivelato tutta la sua ambiguità sonora – tra giocattolo e orchestra, tra salotto e cattedrale.

L’harmonium, spesso relegato a parente povero dell’organo, si è imposto invece come strumento “a strati”, dove il suono nasce dal respiro. Letteralmente.
Il mantice diventa diaframma, la pressione dell’aria diventa fraseggio. E il musicista – se ne è capito bene – non suona: respira lo strumento.

Dopo questo elegante disordine, serviva un architetto. E chi meglio di Johann Sebastian Bach?

Il BWV 593 (trascrizione del concerto op. 3 n. 8 di Antonio Vivaldi) ha riportato una forma, ma senza spegnere l’invenzione. Brizi vi si è mosso con una libertà controllata, attento al linguaggio ornamentale ma mai prigioniero della lettera.

Il bis – inevitabile, come ogni buon rituale salottiero – è stato – sempre una trascrizione di Bach – l’Adagio dal concerto per l’oboe di Alessandro Marcello, restituito con una grazia quasi francese sull’Harmonina Debain applicata al pianoforte: un piccolo colpo di genio timbrico, di quelli che fanno sorridere anche i puristi più severi.

Lunedì 14 marzo, nella suggestiva biblioteca del Conservatorio, il concerto ha trovato il suo naturale prolungamento in una giornata di studio dedicata a César Franck e all’Organiste – opera tarda, concepita per l’orgue expressif.

Qui Brizi ha fatto ciò che pochi sanno fare davvero: ha spiegato senza banalizzare.
Ha mostrato lo strumento, ne ha smontato (idealmente) i meccanismi, ha restituito dignità a registri e combinazioni troppo spesso sacrificati nelle trascrizioni moderne.

Soprattutto, ha ribadito una verità semplice e pericolosa:
la musica, prima di essere suono, è respiro.

E l’harmonium – più dell’organo stesso – costringe il musicista a confrontarsi con questa evidenza. Non si può mentire: o si respira, o non si suona.

Improbabylon è iniziato così: con un concerto che non era solo un concerto, ma una dichiarazione di intenti.

Merito di un interprete fuori asse come Claudio Brizi.
Merito di un’istituzione, il Conservatorio di Santa Cecilia, che dimostra ancora una volta di saper essere laboratorio e non museo.
E merito, soprattutto, della visione di Alberto Pavoni, che ha avuto il coraggio — oggi non scontato — di costruire un progetto dove l’improbabile non è un rischio, ma un metodo.

Il pubblico, fedele e ormai “salottiero”, ha risposto con entusiasmo.
E forse, uscendo, aveva la sensazione – rara – di aver assistito non a un evento, ma ad una vera esperienza.

E in fondo, è tutto qui.

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