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Musica. Concerto impeccabile degli Interpol al Palasharp di Milano

“Baby don’t you try to fight me Baby don’t you try to fight 
Baby don’t you try to fight me 
Baby it will be allright.”

Così  Paul Banks nel mezzo di una splendida “Take you on a cruise” , uno dei momenti più toccanti del concerto tenuto dalla sua band in un Palasharp abbastanza gremito mercoledì 17 novembre a Milano. E’ l’unica data italiana del tour europeo degli Interpol ed arriva dopo un’assenza di circa tre anni dal loro ultimo show nel nostro paese.

E’ anche l’occasione per riscattare una quarta prova su disco che ha lasciato abbastanza perplessi: annunciato come un ritorno alle atmosfere del pirmo lavoro – quel “Turn on the brights lights” del 2003 che fece gridare al miracolo, intriso com’era di toni dark e echi alla Joy Division – ci riesce solamente a metà, anche per la mancanza di brani da considerare memorabili. Un tipico lavoro di transizione quindi, che ai più è apparso come una vera e propria mancanza di personalità da parte di un gruppo che forse ha sparato le proprie cartucce troppo presto.
La band si presenta sul palco alle 21,30 dopo che i Surfer Blood, gruppo proveniente dalla Florida con all’attivo un solo album, avevano provveduto a riscaldare l’ambiente. La line up è quella originale, con l’eccezione di Dave Pajo, ex Slint, al basso al posto di Carlos D, uscito dal gruppo dopo le registrazioni del disco.

Sembrano trarne vantaggio gli Interpol, con  Kessler alla chitarra che divide la scena con Banks, mentre Sam Fogarino alla batteria trova nel nuovo arrivato un più che valido partner. Anche i pezzi del nuovo lavoro – solo cinque, e i più riusciti – reggono bene il confronto con quelli più vecchi: soprattutto  è “Barricade” a sorprendere, brano ruffiano su disco  ma che dal vivo riesce finalmente a coinvolgere.
Si parte con un brano nuovo, “Success”, subito seguito da “Say hello to the angel”, con l’intro di chitarra alla Johnny Marr, accolto da un vero e proprio boato, come se tutti fossero lì principalmente per riascoltare quei primi due formidabili  album.
E’ “Antics” che viene saccheggiato quasi interamente, ben sette le canzoni estratte:  “Slow hands” è il pezzo che riceve più entusiasmo,  se “Lights” decolla il merito è dell’accoppiata Fogarino-Pajo, mentre Kessler in ”NYC” sembra essere leggermente in anticipo rispetto al canto, da brividi, di Paul Banks.

Il resto del concerto scorre senza particolari sorprese: le versioni dal vivo dei brani ricalcano abbastanza fedelmente quelle in studio. Ciò che colpisce favorevolmente è l’interazione di Paul Banks con il pubblico: sorride, ringrazia più volte il pubblico in italiano, presenta le nuove canzoni, niente male per uno che viene considerato introverso, soprattutto sul palco.
“Not even jail” chiude la prima parte del concerto: pochi minuti di break e sono di nuovo sul palco, per una “The lighthouse “ dal controverso “Our love to admire” eseguita in solitudine da Kessler e Banks. Ci pensano poi gli ultimi due brani,  “Evil” e “The Heinrich maneuver” , soprattutto la prima, a chiudere degnamente un concerto impeccabile e a mandare a casa tutti i presenti felici: ok, mancano all’appello “Obstacle 1”, “Stella was a diver and she was always down ”, “Public pervert”, ma va bene lo stesso.

 

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