Mercoledì, 15 Gennaio 2014 10:06

Renato Curcio, nascita di un terrorista moderno

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Il fondatore delle Brigate rosse fu negli anni ’70 il ricercato numero uno in Italia

 

 

ROMA - Renato Curcio, oggi un distinto 72enne direttore editoriale e saggista dalla voce tenue e dallo sguardo mite, è lontano anni luce rispetto ai tempi della sua turbolenta e tragica gioventù. Negli anni ’70 è stato il simbolo del terrorismo italiano, un uomo temuto e ricercato senza tregua dalle forze dell’ordine del nostro Paese. Curcio è l’ideatore e fondatore delle Brigate rosse, la formazione terroristica più longeva e pericolosa della storia italiana, responsabile della morte di 86 persone, tra cui poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti e uomini politici. Nella storia delle Br sono state inquisite 911 persone che a vari titoli fecero parte dell’organizzazione clandestina che insanguinò l’Italia in oltre tre decenni.

Renato Curcio nasce a Monterotondo in provincia di Roma il 23 settembre del 1941. I primi anni della sua vita furono duri: la madre fu abbandonata dal compagno Renato Zampa, fratello del celebre regista Luigi Zampa. Il giovane Renato Curcio visse l’infanzia tra difficoltà economiche e scolastiche. Cresce nei pressi di Torino, poi torna a Roma per frequentare le elementari e poi si trasferisce ad Imperia. Dopo il diploma come perito chimico conseguito ad Albenga, si reca in Trentino Aldo Adige nel 1963 per iscriversi alla facoltà di Sociologia della Libera Università di Trento. Segue con interesse i corsi del giovane Romano Prodi, allora assistente di Beniamino Andreatta. In questo contesto conosce la sua futura moglie Margherita Cagol.

Insieme si appassionano alla politica: studiano gli scritti di Che Guevara, Mao, Marcuse e Panzieri. Ma non sembra destinato ad essere un leader: Curcio è un ragazzo timido e riservato. Nel 1967 è tra i fondatori di un gruppo di studio chiamato “Università negativa” che abbraccia le tesi marxiste-leniniste e castriste.

Nel 1969 si sposa con Margherita Cagol, allora 24enne brillante studentessa universitaria. Curcio dopo aver superato a pieni voti tutti gli esami, sceglie di non laurearsi per motivi politici. Sempre nello stesso anno i due sposi fondano il Collettivo metropolitano e nel novembre del 1969 organizzano un convegno a Chiavari che sarà tristemente noto come il primo atto fondativo delle Brigate Rosse. L’anno seguente Curcio conosce il giovane Alberto Franceschi e altre figure come Corrado Alunni, Prospero Gallinari, Giorgio Semeria, ovvero il nucleo storico delle Brigate rosse. 

Curcio sceglie Milano come prima sede dell’organizzazione che sarà clandestina con una struttura paramilitare.

Nel 1971 entra nelle Br, un operaio della Sit-Siemens, Mario Moretti, che diventerà il leader dell’organizzazione dopo la cattura di Curcio.

La strategia terroristica delle neonate Brigate rosse si focalizza contro sindacalisti e capireparto della Fiat: auto date alle fiamme, volantinaggio e i primi sequestri lampo.

Dopo Milano è fondata una seconda colonna a Torino e poco dopo a Genova. La prima azione di rilievo fu nei confronti dell’ingegnere Fiat Idalgo Macchiarini, prelevato il 3 marzo del 1972. L’anno seguente sono sequestrati l’ingegnere dell’Alfa, Mincuzzi, e il capo del personale Fiat, Ettore Amerio. Le forze dell’ordine cominciano a indagare sull’organizzazione clandestina con il giovane magistrato Gian Carlo Caselli.

Il 18 aprile 1974 avviene il “primo attacco al cuore dello Stato”: un commando di nove brigatisti sequestra il procuratore di Genova, Mario Sossi. Il Paese è sotto choc.

I terroristi chiedono la liberazione di alcuni giovani extraparlamentari inquisiti da Sossi. Dopo estenuanti trattative, cedimenti e contraddizioni dello Stato, i brigatisti decidono di liberare Mario Sossi il 23 maggio 1974. Per le Brigate rosse è un trionfo della “propaganda armata”.

Le forze dell’ordine però scatenano una vera e propria offensiva: in pochi mesi sono arrestati uno dopo l’altro numerosi militanti delle Br. Risultano latitanti i capi storici, ovvero la direzione strategica: Curcio, Franceschini, Moretti e la Cagol. L’8 settembre del 1974 avviene il gran colpo: i carabinieri del Nucleo Antiterrorismo del generale Dalla Chiesa arrestano a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini. Il vertice delle Br è decapitato ma l’organizzazione riesce a sopravvivere. Il comando è preso da Mario Moretti e con lui le Br saranno diverse: spietate e sanguinarie dichiarando la guerra allo Stato democratico.

Renato Curcio è trasferito nel carcere di Casale Monferrato. Mara Cagol decide allora un’impresa clamorosa mai avvenuta prima: assaltare il penitenziario e liberare il marito. Il 18 febbraio un commando Br con un blitz fulmineo penetra del carcere e riesce a liberare Renato Curcio. Il terrorista si rifugia del covo milanese di via Maderno. Tornato nelle Br, Curcio si rende conto che è stato “messo in minoranza”, colui che decide ed elabora la strategia dell’organizzazione è Mario Moretti, ovvero l’ala militarista ed intransigente delle Br.

Ormai emarginato Renato Curcio è nuovamente catturato nel gennaio del 1976.

In carcere l’ex capo delle Br non cede di un passo: non si pente e non si dissocia dalla lotta armata. Nel primo processo contro il nucleo storico dell’organizzazione che si svolge tra mille difficoltà e intimidazioni, Renato Curcio e il suo vice Alberto Franceschini sono condannati all’ergastolo.

Nel 1987 Renato Curcio insieme ad altri militanti del nucleo storio scrive una lettera in cui dichiara conclusa l’esperienza delle lotta armata. Quattro anni dopo il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, propone di concedere la grazia al fondatore delle Br, in carcere da 15 anni. Ma il Paese ancora non è pronto “a perdonare” un uomo responsabile di tanto dolore e sofferenze. Il 7 aprile del 1993 Renato Curcio ottiene il regime di semilibertà mentre dall’ottobre del 1998 è tornato ad essere un uomo libero.

L’ex fondatore delle Brigate rosse – che ha fondato nel 1990 la cooperativa editrice “Sensibili alle foglie” – attualmente spende il suo tempo scrivendo libri e saggi sulle tematiche del lavoro, sulla condizione carceraria e sulla condizione dei disabili. Rispetto al “ruolo” di nemico pubblico numero uno negli anni 70, Renato Curcio appare da diversi anni come un uomo completamente nuovo.

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