Sgarbi e i Bronzi: far circolare la bellezza

Fragilità? Una bugia. C’è un pregiudizio di inamovibilità: il “Satiro Danzante”, in stato peggiore, viaggia il mondo

ROMA – È di ieri la nomina di Vittorio Sgarbi ad “ambasciatore delle Belle arti”  per Expo 2015. E come gli si confà, senza giri di parole, da subito Sgarbi punta in alto: chiede di avere i Bronzi di Riace a Milano, da settembre a dicembre 2015. “ArteMagazine” lo ha incontrato per parlare dei Bronzi, delle polemiche alimentate dalla sua richiesta, e di altri progetti per l’Esposizione.

Lei vuole i Bronzi di Riace a Milano. E la questione della loro fragilità? Perché, a chi dice no alla trasferta, risponde che si tratta di “pregiudizio di inamovibilità”?
«La questione della fragilità è una menzogna pseudoscientifica cui cui sono sempre stati ingannati tutti, da ultimo l’ex ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, che qualche tempo fa mi raccontava del loro spessore: si sarebbe col tempo eroso fino a diventare di due millimetri; invece è sempre stato di otto. Non si erode un bel niente. Questa menzogna della fragilità deriva dai soprintendenti e dai restauratori che, di fronte a delle opere importanti, usano come alibi il certificato medico, per dire che non devono muoversi da un luogo. Certo che i Bronzi sono simbolo identitario di Reggio, ma lo sarebbero comunque anche altrove e talvolta le opere possono essere in luoghi che sono insufficienti alla loro stessa espansione, come in questo caso».

Quindi i Bronzi dovrebbero essere spostati da Reggio?
«I Bronzi di Riace dovrebbero stare a Roma: una cosa è Roma e una è Reggio Calabria. Roma infatti è la Capitale che succede ad Atene, proprio nel senso della logica della storia. Non è che se si ha un capolavoro negli Stati Uniti lo si mette a Dallas invece che a New York. Ma il mondo è pieno di cretini, e una parte di questi sono le soprintendenze. Non cretini, ma in malafede, sono invece coloro che si occupano di restauro, i quali offrono gli strumenti perché i cretini affermino la loro stupidità. È un mondo da cui non si esce e, oltretutto, sui Bronzi si è combattuta una battaglia che è stata immediatamente contraddetta a pochi chilometri, quasi 300 andando verso sud, dove a Mazara del Vallo è stato recuperato un bronzo che si chiama Satiro Danzante che è della stessa epoca dei Bronzi ed è in condizioni peggiori: ebbene, quel Satiro, senza alcun danno, ha girato il mondo. Come può darsi il caso che le condizioni di tutela e conservazione di Tizio e Caio siano opposte se sono uguali? E poi tutti i bronzi possono essere mossi senza difficoltà perché la loro fragilità è marginale. In più qualunque persona è più fragile dei Bronzi di Riace: hanno resistito 2.500 anni sott’acqua».

E quale sarebbe il vero motivo delle continue risposte negative alle trasferte?
«È evidente che questa costruzione intorno ai Bronzi è un pretesto, un pretesto frutto di pigrizia mentale, per difendere e ribadire il fatto che devono per forza stare lì, o magari perché la Calabria non ha nient’altro di più importante, o anche per una serie di altre considerazioni che sono comunque poco interessanti rispetto a un prestito. E dirò di più: i prestiti, per esempio, potrebbero avvenire ogni cinque anni; i Bronzi resterebbero fuori tre o quattro mesi per poi rientrare a Reggio nel periodo estivo, quando i turisti ci sono. Non ci vedo nulla di male, almeno finché non avranno consumato il loro tour nei continenti: potrebbero andare in Europa, in America, in Asia, e in Australia. Ma non ne vedo la concreta prospettiva».

Una larga parte del mondo della cultura sostiene che, invece di far viaggiare i Bronzi, sarebbe meglio che fossero i visitatori ad andare a Reggio per vederli.
«È evidente che un luogo come Reggio Calabria, per quanto possa fare, non può avere la capacità attrattiva di Roma. Ovviamente non è che non possano stare a Reggio, ma che stiano lì ha senso nel momento in cui il turismo in Calabria è legato a delle ragioni. D’estate starebbero lì, ma d’inverno il turismo a Reggio non c’è, è un dato di fatto. Nei mesi che vanno da ottobre ad aprile i Bronzi vengono visti da diecimila persona invece che da un milione. E l’Expo, che è un’occasione unica, potrebbe essere un esperimento molto forte e importante in questo senso, che si attuerebbe senza depauperare l’Archeologico attraverso una controfferta di due dipinti di Caravaggio, che è un pittore molto ricercato ed esercita una forte attrazione, per certi versi anche superiore ai Bronzi di Riace. Potrebbero andare al museo due opere del Fec, Fondo Edifici di Culto, oppure di una collezione privata: c’è la Caduta di San Paolo della collezione Odescalchi. I due dipinti sostituirebbero per quattro mesi i Bronzi, che andrebbero in trasferta dalla fine di settembre a dicembre».

Quali altre opere di Caravaggio ha in mente per l’eventuale scambio?
«C’è il Seppellimento di Santa Lucia che è sempre del Fec, del Ministero degli Interni; poi ci sono i dipinti di Santa Maria del Popolo a Roma, potrebbe andare uno dei due, La crocifissione di San Pietro oppure la Conversione di San Paolo. Ecco, come l’Archeologico di Reggio affianca i Bronzi che sono parenti, si potrebbe fare una mostra che accosti le due versioni di Caravaggio della Caduta di Paolo, quella della collezione Odescalchi e quella di Santa Maria del Popolo. Questo sarebbe un abbinamento vincente, e il museo non sarebbe privo di capolavori – assoluti intendo – pari ai Bronzi di Riace».

Domani, mercoledì 30 luglio, il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, incontrerà il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, proprio per la questione Bronzi. Previsioni?
«Per fare tutto questo basta un po’ di politica, basta un ministro coraggioso. Franceschini deve dire di sì, se dice di no vuol dire che cede al ricatto della pseudoscienza, cioè a quelli che raccontano che le statue sono in cattive condizioni».

Perché ha dichiarato di voler presentare un esposto contro Germano Celant?
«È uno scandalo da magistratura: si fa l’inchiesta sull’Expo e non si considerano sprechi e soldi buttati nelle tasche di un incapace come Celant che non ha nessuna competenza sull’arte antica, che prende 750 mila euro per il disturbo, e sei milioni per una mostra che sarà sicuramente orrenda. Settantamila euro, per esempio, sono una cifra alta e più che sufficiente per pagare il distrurbo di un critico. L’incarico è stato affidato senza bando: a me sta bene, non sono affatto contrario alle chiamate fiduciarie, ma la somma è troppo alta, con quale parametro è stata scelta? Qualsiasi cosa è corruzione e questo no?».

E poi ha definito i padiglioni un incubo
«Prima ancora dei padiglioni, l’incubo è l’Expo Gate, due gabbiotti orrendi davanti al Castello Sforzesco: è evidente che i padiglioni devono avere a che fare con l’Expo Gate e anche se li disegnasse Le Corbusier dovrebbero avere a che fare con l’idea di architettura contemporanea di cui le “porte” di Expo Gate sono il frutto. Per quanto si possa creare una buona opera, essa non sarà mai superiore a Bramante, a Muzio, al Settecento dell’architettura lombarda, a Palazzo Clerici. Se Milano è la quarta città dell’Italia ed è nota al mondo per Leonardo, non occorrerà forse un padiglione “Cenacolo”? Un padiglione “Clerici”? Non sarebbe bastato il Castello stesso come ingresso, senza quelle due oscenità che impediscono di vederlo? Non è che io ce l’abbia con l’architettura contemporanea, tuttavia a me sembra che a Milano essa possa essere affiancata all’architettura esistente, al “palinsesto” della città ricco di costruzioni soprattutto del Novecento, evitando di creare una negazione della città per fare padiglioni industriali come quelli annunciati».

Fulvia Palacino

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