Libri. Giuseppe Barone: Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta

Per il centenario della nascita dell’educatore-poeta Danilo Dolci – era venuto al mondo a Sesana, una località allora in provincia di Trieste oggi parte della Slovenia, il 28 giugno 1924 – esce per Altraeconomia “Danilo Dolci.

Una rivoluzione non violenta” a cura di Giuseppe Barone. Collaboratore di Dolci sin dal 1985, Giuseppe Barone è attualmente vicepresidente del Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci” e coordinatore del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci. 

Ha, tra l’altro, pubblicato “La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo biografico di Danilo Dolci” (Dante & Descartes, 2000; nuova edizione accresciuta 2024). Di Dolci ha, inoltre, curato il Carteggio con Aldo Capitini (“Lettere 1952-1968”, con Sandro Mazzi, Carocci 2008), il volume antologico “Ciò che ho imparato e altri scritti” (Mesogea 2008) e le nuove edizioni di “Racconti siciliani” (Sellerio 2008; nuova ed. 2024) e “Palpitare di nessi” (Mesogea 2012).

Giuseppe Barone, biografo e conoscitore del pensiero di Dolci, parteciperà dal 26 al 30 giugno al ricco calendario di eventi tra Trappeto e Palermo che esplorano la storia e il messaggio del Gandhi italiano. Saranno presenti anche l’attore e scrittore Moni Ovadia, e il compositore e violoncellista Giovanni Sollima. 

Nell’ultimo periodo c’è un rinnovato interesse per l’eredità di Danilo Dolci, scomparso nel 1997, anche grazie all’attivismo della figlia Daniela Dolci che, coadiuvata da un gruppo di collaboratori e con il sostegno di istituzioni svizzere, è impegnata nella ricostruzione del Borgo dove suo padre ha lavorato: edificio sopra la collina di Trappeto (Palermo) destinato a incontri per studi e iniziative  di  pace attiva, dove si applicava il metodo maieutico, ideato da Dolci, viatico a rapporti umani costruttivi. 

Nel suo “Una rivoluzione nonviolenta” Giuseppe Barone ripercorre la vita di Danilo. Dall’infanzia, appassionata di letture e di musica, all’istintiva ripulsa del fascismo, agli studi universitari di architettura. All’amicizia risalente a prima degli anni cinquanta con Franco Alasia, suo allievo alle scuole serali a Sesto San Giovanni (Milano) e poi per oltre un ventennio suo braccio destro in Sicilia, col quale Danilo condividerà momenti clou: uno per tutti l’inchiesta sui rapporti mafia-politica che porterà nel 1966 al processo contro l’allora ministro del Commercio con l’estero Bernardo Mattarella e il sottosegretario Calogero Volpe.

Dall’ esperienza iniziale di Dolci con Don Zeno Saltini, creatore di Nomadelfia e apostolo degli ultimi, alla scelta di traferirsi a Trappeto, paese poverissimo dove suo padre era stato capostazione. Al suo primo digiuno perché lì era morto un bambino di fame. Al digiuno dei mille per denunciare il fenomeno della pesca di frodo che privava della sussistenza i pescatori. Allo sciopero alla rovescia, che implicava la sistemazione gratuita di una strada demaniale a denuncia della mancanza di lavoro: motivo per il quale il 2 febbraio del 1956 Danilo Dolci venne arrestato. Memorabile l’arringa difensiva di Piero Calamandrei. 

All’attribuzione a Dolci nel 1958 del premio Lenin e alla nascita, con i soldi del premio, del “Centro studi e iniziative per la piena occupazione”. 

Una vita densissima, la cui eredità fisica è simbolo dei problemi fondamentali dell’umanità: la costruzione, con i soli fondi dei comitati sostenitori, della diga sullo Jato, di un edificio scolastico sperimentale, di un borgo di approfondimento e promozione delle risorse creative. 

Le cui tappe Giuseppe Barone contrassegna con i libri e le poesie di Danilo che analizza e riassume come riflessione e lascito. Barone scrive che “Alcuni libri documentano le innumerevoli riunioni tenute con contadini, pescatori, donne, bambini: momenti essenziali di ricerca e di crescita individuali e collettive, enucleazione dei problemi più urgenti del territorio, lenta maturazione di consapevolezza, faticosa costruzione di un primo embrione di società civile”.

Sono i prodromi di un metodo che Danilo chiamerà maieutico, la cui struttura e le sue possibili applicazioni lo porteranno a collaborare con i più importanti educatori mondiali e alla costruzione della scuola di Mirto, nei pressi di Partinico dove Dolci abitava, il cui progetto sviluppato dagli architetti milanesi Giancarlo e Giovanna Polo nacque secondo le indicazioni dei bambini stessi.

Barone segue la produzione delle poesie di Danilo sottolineando con una citazione da “Palpitare di nessi” il nucleo della sua aspirazione vitale: “Provando, osservando, meditando, sbagliando e risbagliando, mentre ormai la mia vita sta compiendosi, mi pare di intuire come un mondo nuovo potrebbe crescere, diverso”.

Fino alla “Bozza di manifesto ‘Dal trasmettere al comunicare’” nella quale, scrive Barone “vengono denunciati i danni derivanti in ogni ambito da rapporti continuativamente unidirezionali, trasmissivi, violenti e si propone l’alternativa della comunicazione, della maieutica reciproca, della nonviolenza”,

“Sono sempre più numerosi i gruppi che, in Italia e all’estero – scrive Giuseppe Barone – individuano nell’esperienza di Danilo Dolci e dei suoi collaboratori e nelle idee che ne hanno alimentato l’attività un prezioso punto di riferimento”.

Completano “Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta” un ricordo di Luca Baranelli, l’intervista a Danilo Dolci di Mao Valpiana e alcuni scritti e poesie dello stesso Danilo.

Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta. La vita e l’opera di un uomo di pace

A Cura di Giuseppe Barone

  • Editore‏ : ‎ Altreconomia; Nuova edizione (14 giugno 2024)
  • Copertina flessibile ‏: ‎ 176 pagine

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