Giovedì, 08 Aprile 2021 09:43

Libri. A 7 secoli dalla morte, l’Italia parla ancora con i versi di Dante

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In occasione della giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri a settecento anni dalla morte, il gruppo Corriere della sera manda in edicola diciotto volumi con la vita, le opere, le letture, i saggi e gli studi su Dante a cura di Enrico Malato.

Apre la collana un’ottima edizione della Divina commedia che in mille pagine di tre luminosi volumi offre l’occasione per una sorprendente rilettura del poema dantesco: per molti lettori può essere la prima dalla lontana esperienza liceale. Chi oggi riprende in mano l’Inferno, il  Purgatorio e il Paradiso si accorge subito  quanto i versi del poema dantesco, a sette secoli di distanza, siano ancora parte integrante della lingua italiana. E’ confortante constatare che pur fra tanti inglesismi l’Italia del terzo millennio parli ancora con i versi di Dante.

Mio padre, commerciante, che non era certo un dantista ma nemmeno un illetterato, soleva dire di chi non si decide a prendere posizione “è tra color che son sospesi”, di una cosa terribile diceva “che fa tremare le vene ai polsi”, e aprendo la pagella del figlioletto poco studioso brontolava: ”Ora cominciano le dolenti note”: tutti versi danteschi dal I, II e V canto dell’Inferno. 

Mia madre, donna di casa, non era da meno: per raccontare alle amiche in salotto dell’inatteso innamoramento fra giovani conoscenti ricorreva all’Alighieri quando concludeva il pettegolezzo dicendo “Amor che a nullo amato amar perdona”. E poiché i due piccioncini, (Paolo e Francesca) erano presi dalla lettura di un libro (oggi starebbero attaccati al computer) mia madre sospirava: “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”. (Inferno, canto V). 

“Ahi Pisa, vituperio delle genti”. (Inferno, canto XXXIII). In Toscana non c’è lucchese, fiorentino, livornese o aretino che quando ne ha occasione non inveisca esattamente come fece Dante contro i pisani, magari solo per rivalità calcistica. Sempre in tema di tifo da stadio, non è infrequente sugli spalti lo striscione “Lasciate ogni speranza o voi che entrate” rivolto alla odiata squadra ospite.  I più raffinati fra gli ultrà sono arrivati a scrivere a lettere cubitali: “Per me si va nella città dolente”.  (tutti versi del terzo canto dell’Inferno). 

“Fiorentino spirito bizzarro” (Inferno, canto VIII) è spesso il commento non proprio benevolo rivolto a chi se lo merita, come ad esempio un uomo politico toscano dalle iniziative poco comprensibili, ma anche l’allenatore della squadra del cuore che abbia deluso le aspettative dei tifosi con scelte tattiche a dir poco stravaganti. 

Sono frequenti i titoli di giornale che, riferendo di clamorose dimissioni di personaggi noti, rispolverano il tautologico “Che per viltade fece il gran rifiuto”, come Dante nel canto III dell’Inferno a proposito di Celestino V. 

“La bocca sollevò dal fiero pasto” scrive il Sommo Poeta in apertura del canto XXX dell’Inferno, a proposito del conte Ugolino rinchiuso a vita in una torre con i quattro figli giovinetti, per concludere con l’atroce sospetto di cannibalismo “poscia, più che il dolor potè il digiuno”. Sono versi con cui oggi meno drammaticamente qualche colto burlone evoca le grandi abbuffate fra amici crapuloni e con buone reminiscenze liceali, riuniti davanti a fieri piatti di pastasciutta. 

“Fui sesto tra cotanto senno” racconta agli amici l’ex manager dalla brillante carriera per dire che, prima di andare in pensione, aveva lavorato al fianco di cinque pezzi grossi fra i quali non sfigurava. (Inferno canto IV). Se invece l’argomento o le persone non meritano attenzione, il consiglio dantesco tuttora in uso nel nostro quotidiano linguaggio è sempre quello: “non ragioniamo di loro ma guarda e passa”. (Inferno, canto III) 

“Papè Satan, papè Satan aleppe” fa dire il Poeta al ringhioso Pluto che tenta di impedirgli l’ingresso nell’inferno. Gli esegeti della Commedia spiegano che il verso che apre il settimo canto va inteso come un’esclamazione di significato incerto, forse sta per “Oh Satana, oh Satana re”. Da generazioni, per irrispettosi liceali all’ora della ricreazione diventa “Pane e salame, pane e salame a fette”.  Ma il verso che più colpisce a scuola all’ora di italiano è l’ultimo del canto XXI: “Ed elli aveva del cul fatto trombetta”, sconcio segnale di risposta del capo drappello col quale il Sommo Poeta irride ai diavoli che incolonnano i dannati. Qui Dante ha sempre fatto ridere i suoi giovani, coatti lettori fra i banchi. Soprattutto quelli che un paio di generazioni fa erano costretti dall’insegnante di italiano a imparare memoria interi brani della Divina Commedia, a cominciare dal bellissimo “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio” che apre l’ultimo canto del Paradiso, e che nella mente di chi l’ha studiato rimane come la più alta espressione poetico, anche se non è entrato fra i modi di dire di oggi.

Nelle cronache politiche si legge spesso di parlamentari, per lo più dell’opposizione, che nei loro interventi alla Camera o al Senato citano i versi di Dante. Fra i deputati più sconsolati: “Ahi serva Italia di dolore ostello / nave senza cocchiere in gran tempesta” (Purgatorio canto VI); fra i senatori più aggressivi con gli avversari “Uomini siate, non pecore matte) dal quinto canto del Paradiso; i più romantici: “Quali colombe dal disio chiamate” (Inferno canto V); i più crepuscolari: “Era già l’ora che volge il desio e ai naviganti intenerisce il core” (Purgatorio, canto VIII). Non è mancato il sottosegretario leghista alla cultura che ha attribuito a Dante la frase “Chi si ferma è perduto” ignorando che è solo il titolo di un film di Totò e che semmai fu attribuito nel Ventennio a Mussolini (forse per questo gli era restato in mente). Lo riprese Walt Disney per una storia di Topolino, ma Dante non c’entra proprio. 

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Il più recente omaggio letterario all’ultimo verso dell’Inferno lo ha reso di recente Aldo Cazzullo che proprio A riveder le stelle ha intitolato il suo bel libro sulla prima cantica del capolavoro dantesco. Ma chi almeno una volta non se n’è uscito con questa dotta citazione quando con la macchina è riemerso dal traforo del Monte Bianco o più semplicemente è uscito da un cinema affollato dopo un film insopportabile? E ha trovato l’Alighieri a dargli l’ispirazione!   

  

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