Giovedì, 03 Maggio 2012 09:40

Un Fondo per la crescita con i beni pubblici

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ROMA - Il programma di riforma del governo Monti ha visto una recente manifestazione operativa nella Agenda per la crescita presentata dal Ministero dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture.

Speriamo che non si tratti di enunciati senza fatti. La insufficiente crescita nel nostro paese si protrae ormai da 15 anni e l’economia oggi è nella morsa recessiva, e presto depressiva, di un rigore contabile troppo fine a se stesso e sganciato da qualsiasi politica di ripresa.

La situazione è drammatica ed occorre intervenire con rapidità. Basti considerare il numero dei suicidi, dei fallimenti, delle ore di cassa integrazione e dei disoccupati

In questa situazione aumentare ulteriormente e indiscriminatamente  le tasse per finanziare il rilancio economico sarebbe esiziale per il nostro apparato produttivo e per l’occupazione. Il ministro Passera sembra consapevole di tale rischio e ha così sintetizzato il suo intervento: “L’Agenda per la crescita deve finanziarsi soprattutto con il recupero di evasione, con la riduzione di sprechi e di spese meno utili, con la valorizzazione di attivi pubblici, con l’attrazione di fondi privati sui progetti infrastrutturali e con un miglior uso dei fondi europei”.

Sono propositi apprezzabili ma c’è l’urgenza di scelte e di decisioni che abbiano effetti nel più breve periodo per dare al “sistema Italia” la necessaria scossa. Occorre intervenire con decisione verso le banche che, come è noto, hanno avuto molto dalla Bce e anche dallo stesso governo italiano.

Serve in breve un New Deal di tipo rooseveltiano per realizzare nuove infrastrutture, una lunga serie di piccole opere pubbliche, interventi per le nuove tecnologie e la ricerca e una maggiore e migliore occupazione al fine di rendere il “sistema Italia” più competitivo e più presente sui mercati europei ed internazionali.

Ovviamente ciò richiede una dotazione finalizzata ad un efficiente sistema di credito che oggi il Paese non ha.

Nei giorni passati coloro che propongono la dismissione, cioè la vendita alla finanza privata, di beni e immobili pubblici, hanno valutato in circa 400 miliardi di euro tale patrimonio. Noi riteniamo che una simile privatizzazione sia in gran parte un’operazione deleteria per gli interessi dello Stato e della collettività.

In tempi brevi si potrebbe invece creare un fondo pubblico con parte degli immobili di proprietà dello Stato ed altri valori mobiliari e immobiliari comunque in mano pubblica. Esso potrebbe essere il capitale di base su cui emettere credito con una leva finanziaria moderata. Ad esempio, con un capitale di base di 50 miliardi di euro e con una leva da 1 a 3, si potrebbero creare crediti pari a 150 miliardi.

Si tratterebbe di un meccanismo di credito simile a quello che ha permesso alla Germania di ricostruire la sua capacità produttiva dopo la seconda guerra mondiale. La Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la Banca per la Ricostruzione tedesca, venne creata con i fondi messi a disposizione dal Piano Marshall e incominciò a concedere crediti e finanziamenti per i progetti di ricostruzione e di modernizzazione. Poi ottenne che le entrate per i pagamenti del servizio di credito rimanessero nella banca, invece di andare a coprire il debito pubblico, e alimentassero un meccanismo virtuoso di nuovo credito per altri e maggiori investimenti. Oggi la KfW è un colosso con un attivo di circa 500 miliardi di euro. Nel 2011 è stato capace di creare nuove linee di credito per 70 miliardi. Rappresenta al meglio il “sistema Germania” non solo sul suo territorio nazionale ma soprattutto sui mercati internazionali e su quelli emergenti.

In verità, nell’Agenda per la crescita presentata dal ministro si fa cenno alla ”costituzione di un fondo immobiliare per la valorizzazione dei beni dei Comuni”. Oggi però l’urgenza impone di non perdersi in lunghi studi di fattibilità ma di passare immediatamente alla concreta realizzazione del progetto. Non serve censire prima tutti i beni pubblici disponibili. Si potrebbe incominciare con quelli che già si conoscono e di cui si conosce anche il valore. Ciò basterebbe per far partire un fondo di sviluppo di notevoli dimensioni

Secondo noi non sarebbe nemmeno necessario creare un nuovo istituto e una nuova burocrazia per gestire il fondo in questione. Si potrebbero utilizzare le risorse e le capacità della Cassa Depositi e Prestiti. Essa svolge già un compito di importanza nazionale e di grande rilevanza nello scenario italiano. Inoltre nel recente passato ha sviluppato competenze in merito. Gestisce infatti fondi per lo sviluppo, quali quelli della cosiddetta “Rete Marguerite”, che operano già in Europa e nel Mediterraneo.

Riteniamo positiva, ma da attuare con rapidità, anche la proposta contenuta nell’Agenda per la crescita che riprende l’esperienza francese del Débat publique circa la programmazione delle grandi opere. Si tratterebbe di formulare di volta in volta una lungimirante strategia di moderne infrastrutture per meglio legare l’Italia ai grandi progetti europei e anche a quelli miranti alla realizzazione di corridoi di sviluppo per l’intero continente eurasiatico.

In sintesi si tratta di ragionare in grande e agire nel concreto per non avere chiacchiere senza sviluppo.

 

Mario Lettieri  e Paolo Raimondi

  • Mario Lettieri Sottosegretario all'economia nel governo Prodi
  • Paolo Raimondi Economista

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