Venerdì, 10 Gennaio 2014 18:55

Lo spread è tutt’altro che uno scherzo

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ROMA - Ogni volta che in Italia si comincia a parlare di riforme strutturali, torna, puntuale come un orologio svizzero, il dibattito sullo spread e sulla possibilità di sforare il celebre rapporto deficit/PIL, fissato al 3 per cento dai parametri di Maastricht del 1992. E puntuali tornano in gioco, come sempre, i cantori dello sfascio: coloro secondo cui è possibile sottoporre ai cittadini un referendum sull’euro, sforare i parametri di Maastricht, non rispettare alcun vincolo, tradire gli impegni presi con Bruxelles, non saldare i propri debiti e andare avanti così, come se niente fosse, come se le ingiustizie, i ritardi e le carenze ataviche del nostro sistema-Paese non esistessero o fossero solo una bislacca impuntatura di qualche editorialista un po’ burlone.

 

Ora, per carità, di editorialisti un po’ burloni la stampa italiana è piena: da coloro secondo cui le uniche ricette salvifiche sono quelle del neo-liberismo (meno tasse per tutti, tagli drastici alla spesa pubblica, insulse giaculatorie sulle supreme virtù del merito e simili) a coloro la cui visione internazionale è talmente ristretta da renderli ciechi e sordi di fronte alla necessità di collocare ogni discorso nazionale in un contesto più ampio, europeo ma anche globale, perché in un mondo così interconnesso “nessun uomo è un’isola” né, tanto meno, si può pensare di ragionare ancora in base ai confini geografici dell’immediato dopoguerra.

Per fortuna, però, vi sono anche analisti ed editorialisti con i fiocchi come, ad esempio, gli esperti de “Il Sole 24 Ore” che da tempo si interrogano in merito al dibattito sorto nel Vecchio Continente in seguito alle dichiarazioni di Draghi dell’estate 2012. Il 25 luglio di quell’anno, infatti, lo spread italiano, nonostante gli sforzi e i sacrifici dolorosissimi richiesti fino a quel momento dal governo Monti, veleggiava ampiamente sopra quota 500, non lontano dalla soglia da allarme rosso che, pochi mesi prima, aveva costretto Berlusconi a rassegnare le dimissioni, al termine di un penoso galleggiamento durato circa un anno. Ebbene, quel giorno il neo-governatore della BCE pronunciò la frase “whatever it takes to preserve the euro” (“ciò che è necessario per salvare l’euro”), facendo capire al mondo intero che l’euro era un processo irreversibile, che non sarebbe stato possibile per nessuno tornare indietro e che la Banca Centrale Europea avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere fare per evitare il default dei paesi più indebitati e a rischio, dando vita a un ingente acquisto di titoli del debito pubblico italiano che fece storcere la bocca ai rigoristi duri e puri della Bundesbank ma consentì al nostro Paese di giungere finalmente in zona salvezza, prima di imboccare la via di una sia pur lenta e faticosissima ripresa.

Nacquero così le OMT (Outright Monetary Transactions): operazioni grazie alle quali Draghi consentì l’abbassamento della febbre finanziaria che aveva investito Italia e Spagna e mise entrambi i paesi nelle condizioni di avviare un sano processo di riforme senza lo stress, per non dire l’incubo, di essere sull’orlo del baratro.

Non a caso, è proprio questo che i sostenitori dell’austerità fine a se stessa rimproverano a Draghi: il fatto di essere italiano e di avere una mentalità in netto contrasto con la ruvidezza nordica; senza contare la ferma contrarietà dei liberisti delle varie associazioni e fondazioni, spesso ospiti di grandi giornali italiani e stranieri, i quali, non si è ancora ben capito in nome di quali princìpi economici, da tempo hanno formulato una sorta di “teoria dello stress”, per la quale solo lo stress da baratro imminente può indurre i pigri governi dei paesi indebitati a varare le riforme che essi ritengono indispensabili.

Peccato che sia vero esattamente l’opposto: che sotto stress nessun popolo, né tanto meno un governo, sia in grado di compiere costruttivamente le azioni necessarie per risollevarsi e far ripartire crescita e sviluppo; e peccato che le loro ricette vadano esattamente nella direzione opposta a quella da intraprendere, essendo basate unicamente sulla devastazione del welfare, l’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro (sempre in omaggio alla “teoria dello stress”), l’innalzamento senza limiti dell’età pensionabile, lo smantellamento dell’ottimo sistema retributivo a favore del pessimo, e socialmente insostenibile, sistema contributivo e la denigrazione spietata di tutti quei paesi (ad esempio la Francia di Hollande) che, contravvenendo alle loro sublimi tesi, hanno scelto di risanare i conti pubblici senza perseguire la strada del massacro sociale, senza rendere il mercato del lavoro un campo minato e senza creare atroci e intollerabili discriminazioni fra chi ha avuto la fortuna di iniziare a costruirsi un futuro negli anni in cui ancora prevalevano le teorie keynesiane e chi ha avuto la sventura di dover costruire il proprio domani negli anni della barbarie reaganian-thatcheriana.

Infine, una certa considerazione la merita la bella analisi apparsa qualche giorno fa su “Il Messaggero” ad opera di Marco Fortis. Si tratta di un articolo ben scritto e ricco di spunti di riflessione, nel quale l’autore invita giustamente il governo Letta a far conoscere di più e meglio all’estero la solidità dei fondamentali dell’economia italiana, la ricchezza del nostro patrimonio privato, la bontà della nostra industria manifatturiera e le straordinarie risorse di cui ancora disponiamo, a differenza di altri paesi sconvolti dalla crisi ma meno ricchi del nostro, con meno “know how”, meno tradizione industriale, meno valore culturale e artistico.

Scrive, in conclusione, Fortis: “Per far scendere lo spread italiano e in vista dell’imminente semestre europeo, una importante cosa da fare, oltre a stabilizzare il quadro politico (che ci fa perdere credibilità) ed avviare le agognate riforme, è perciò darsi finalmente una bella svegliata sul piano della comunicazione”. Giusto! Come sarebbe altrettanto giusto affiancare alle valutazioni di natura macro-economica, che riguardano l’andamento del Paese e del sistema europeo nel suo complesso, quelle di natura micro-economica, che riguardano da vicino la vita quotidiana di milioni di persone.

Se qualcuno in Italia pensa di andare a votare a maggio o, peggio ancora, di costringere Letta a un logorante galleggiamento lungo un anno, tra accuse e insulti, caos e confusione, lo dica apertamente e se ne assuma la responsabilità davanti al mondo.

 

 

 

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