Giovedì, 10 Luglio 2014 08:29

Prandelli, dalla Turchia, lapalissiano: “scurdammoce 'o passato....”

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ROMA - Con i mondiali in pieno svolgimento e nonostante la disastrosa eliminazione dell'Italia, non è passato inosservato il trasferimento lampo di Cesare Prandelli al Galatasaray, una  delle più importanti squadre turche. Tempo alcuni giorni dalle fulminee dimissioni  e dal rientro a casa che l'ex C.T. azzurro, senza neppure concedere un doveroso straccio di giustificazione, di spiegazione, di chiarimento  e, perché no, di scuse per la magra figura rimediata in Brasile di fronte a milioni di tifosi delusi e inviperiti, ha subito allacciato un nuovo, conveniente legame,  sottoscrivendo un contratto biennale (2 milioni annui) addirittura superiore a quello appena vergato solo in aprile con la nostra Federazione e immediatamente disdettato al 91' dopo la debacle con l'Uruguay.

Praticamente,  Prandelli, uscito dal giro delle nazionali è rientrato, sic et simpliciter, in quello dei club, rimediando pure un sostanzioso aumento di stipendio manco provenisse da risultati meritevoli di riconoscimenti....

E' scappato di corsa insieme ad Abete, fischiato, criticato da tutti, da calciatori della nazionale e delle altre squadre, da dirigenti, da semplici tifosi, illusi prima e delusi poi.                                                 

Dai  tempi di Edmondo Fabbri,  non s'era mai  vista una critica così aspra e unanime nei confronti di un CT:  per come Prandelli aveva gestito l'intera spedizione brasiliana, dalla scelta logistica (sua)  del ritiro in un mega Resort da far rischiare un colpo a papa Francesco se l'avesse visto, a quella tecnica (e di chi altri se non sua ?) con  decisioni strampalate, tardive o deleterie, senza essere riuscito a plasmare  neppure la bozza di una squadra. Il tutto avallato da una Federazione cieca e sorda che, alla fine, si defila pure lei con l'uscita del suo massimo esponente, Abete, il quale, però, pro domo sua, continua a mantenere le altre cariche al Coni e alla Fifa. Perché ?

Altri personaggi, forse, al ritorno in patria, a bocce ferme, avrebbero indetto una conferenza stampa, innanzitutto,  chiedendo scusa per gli errori commessi e, poi, magari, fornendo pure qualche giustificazione, con umiltà, con sincerità, col cuore in mano come dicono i milanesi.

Invece il Cesare di Orzinuovi, dal 24 giugno in poi,  se n'è stato zitto e quieto, agendo nell'ombra, lasciando ai giornali l'oneroso compito di comunicare al mondo calcistico che lui aveva già trovato una nuova, comoda,  sistemazione sulle sponde del Bosforo, “premiato” da una società bisognosa di presentarsi bene nei confronti dei propri tifosi e quale occasione migliore poteva essere quella di sfruttare il nome di un ex allenatore della Nazionale italiana ? Non fa nulla che lo stesso, in quattro anni,  non abbia vinto niente, rimediando solo un secondo e un terzo posto e, alla fine, facendosi estromettere al primo turno dal massimo dei tornei calcistici per mano di avversari di secondo piano o quasi.  

Così,  Cesare Prandelli, a Istanbul, finalmente fa la sua prima, pubblica, uscita, disteso e sorridente,  come se nulla fosse successo,  distribuendo complimenti alla sua nuova società, alle sue rinnovate ambizioni e persino al suo centro sportivo !

E di quell'Italia, che era stata sua fino a due settimane fa, cosa ha detto ? Ha parlato di preparazione scientifica, di tante cose forse “un po' troppo avanti” con due frecciate pungenti a Rossi  e a                                                                    

Balotelli;  l'unico accenno ai tifosi o pseudo tali lo fa riferendo di minacce ricevute insieme a critiche giudicate feroci; per le prime, da condannare, riteniamo che Prandelli abbia presentato denuncia, per le seconde, forse avrebbe fatto meglio a fornire  quelle giustificazioni che il Paese intero ancora attende.  

Per la figuraccia rimediata in Brasile, per la fuga dalle proprie responsabilità, per il comportamento  tacito e opportunistico, caliamo un definitivo velo pietoso, però,  ringraziamo doppiamente Cesare Prandelli  per aver tolto il disturbo non solo dall'Italia, come nazionale calcistica,  ma anche dall'Italia come Paese, perché consapevole che, qui, il suo nome, almeno per ora,  non sarebbe stato più spendibile.

Alla triste fine della sua avventura l'ex C.T. azzurro, andandosene frettolosamente e convenientemente,  si è limitato ad applicare il vecchio adagio napoletano del “chi ha avuto,  ha avuto, chi ha dato, ha dato, scurdammoce 'o passato....” .

 

 

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