La precarietà uccide. Insegnante esasperato si toglie la vita

ROMA – Di precariato si muore ancora. E’ questo che è accaduto a Carmine Cerbera, insegnante precario di 50 anni che proprio lo scorso venerdì ha deciso di togliersi la vita in un modo atroce.

Carmine è morto dissanguato. Si è reciso di netto carotide e giugulare. Inutile dire che i soccorsi non sono valsi a nulla, la moglie ha forzato la serratura del bagno dove si era chiuso, ma non ha potuto arrestare la devastante emorragia. Carmine lascia  una moglie e due figli. A 50 anni si sentiva sconfitto, impotente, con tutta probabilità inadeguato per questa società. E si è arreso. 

Carmine era un insegnate precario di Storia dell’arte, nessuna cattedra e nessun lavoro quest’anno. Come lui stesso ha scritto poco tempo fa sul suo profilo di facebook aveva appena conseguito la laurea specialistica. Era il 22 ottobre quando scriveva appunto: “Oggi dovrei essere gioioso perché ho conseguito la laurea specialistica, ma sono triste perché il ministro Profumo ci sta distruggendo il futuro….. siamo precari a vita ammettendo di essere fortunati..” 

Oggi alle 13.00 si son celebrati i suoi funerali a Casandrino nel napoletano. La famiglia chiede su facebook che Carmine non venga dimenticato. La sua è una storia simile a quella di tanti altri: imprenditori, operai che hanno preferito andarsene in silenzio e togliere “il disturbo”. Qualcuno ha definito questi suicidi “omicidi di Stato” e il precariato “un reato di Stato”. Di fatto qui non si tratta più del fallimento di un singolo che fugge per vigliaccheria, qui si tratta del fallimento di uno Stato, di un modo di governare e di fare politica, è il fallimento di un sistema culturale ed economico che molto spesso premia i furbi e cancella le tutele, la fatica e il sacrificio di tanti lavoratori. Forse è giunto il momento di ri-pensare e ri-formulare un sistema meno paradossale e insostenibile.

Eppure l’articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

E non è finita. L’articolo 4 precisa: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Insomma, sono solo 2 degli articoli della Costituzione italiana e sono quelli che parlano di diritto al lavoro, di dignità, che rimandano alla possibilità anzi al diritto/dovere per ogni cittadino italiano di sentirsi parte integrante della società, parte di  un “ingranaggio” che dovrebbe consentire una crescita personale e collettiva. La domanda che sorge spontanea però è se questi articoli facciano ancora oggi parte della nostra Costituzione o siano stati nel frattempo aboliti a nostra insaputa. Chissà,  magari tra un pianto e l’altro, qualche ministro non si è reso conto della loro cancellazione. 

Forse sempre tra un pianto e l’altro questi ministri dovrebbero domandarsi anche come ci può sentire a 40 o a 50 anni ad essere precari, emarginati, umiliati, logorati e consumati dall’incertezza di un domani lavorativo che con tutta probabilità non ci sarà mai più. Ma è una domanda che  non si porranno mai, troppo presi a  “normalizzare” e “stabilizzare” un paese con provvedimenti, che oltre che penalizzanti, appaiono addirittura “punitivi” per quasi tutte le categorie di lavoratori, dagli operai, agli imprenditori, passando per gli insegnanti. 

Il processo di misconoscimento sociale del lavoro è giunto ormai ad un punto da minare la dignità della vita della maggioranza delle persone, l’identità collettiva si disperde e senza identità anche quella soggettiva diventa più fragile. Il lavoro è divenuto merce da comprare al minor prezzo possibile e i lavoratori sono diventati  quasi senza corpo fisico e psicologico. E in questo contesto si colloca il fenomeno della precarietà in cui le persone vengono riconsegnate alla loro solitudine individuale.

Primo Levi ha scritto: “L’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità in terra”.  Certo è, invece, che quello che sta accadendo nel nostro paese, in spregio totale alla contrattazione democratica,  è il disconoscimento del disagio, dell’avvilimento e della prostrazione  vissuta da intere categorie di lavoratori, espulse da quella che fino a poco tempo fa appariva come la loro area di lavoro stabile e sicuro. C’è chi per vergogna, per disillusione, forse anche per paura non riesce a tollerare quella che sembra essere diventata una feroce condanna: la precarietà. 

Intanto oggi per la terza domenica consecutiva un gruppo di docenti si sono riuniti davanti al Miur per difendere il loro lavoro dalle riforme annunciate del governo e stavolta anche per ricordare Carmine, perché morire di precariato è inaccettabile. 

Rita Salvadei

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