Tremonti e il libro dei sogni fiscali: il Governo alla ricerca di nuovi bluff

Annunciata, per la trentesima volta, la riforma fiscale dei desideri berlusconiani. Ne parlano dal 1994 e non sono mai riusciti a farla. Ma il Cavaliere deve risalire nei sondaggi


ROMA – «L’anima di ogni riforma è la riforma delle anime». Basterebbe questo giochetto parolaio – l’inversione fra soggetto e genitivo, che oramai è in disuso dagli anni Settanta del secolo scorso ma che qualcuno ancora adopera non avendo altro per stupire gli astanti – a qualificare il roboante incontro con le parti sociali di ieri per annunciare la prossima riforma fiscale, che naturalmente sarà, come quella della scuola, “epocale”.

È dal dicembre del 1994 che l’attuale Presidente del Consiglio e l’attuale ministro dell’economia (sono sedici anni che stanno lì) annunciano la riforma fiscale senza che questa abbia mai nemmeno superato la soglia degli incontri con le parti sociali.

Si tratta – come appare evidente a qualsiasi persona onesta intellettualmente e che non legga “Il Giornale” e non veda il TG1-5-4 – della solita pantomima organizzata da Palazzo Chigi per risalire nei disastrati sondaggi elettorali, al pari della “riforma” della giustizia, che dovrebbe essere presentata al Consiglio dei ministri la prossima settimana. Su quest’ultima, Berlusconi sta spacciando un accordo con i finiani che invece non c’è, come annuncia oggi Fabio Granata in un’intervista a “Il Fatto”.

Ma, pur non essendo altro che una rappresentazione poco sacra, il progetto del ministro dell’economia appare già del tutto iniquo. Nella riforma fiscale «confermiamo la nostra priorità per la famiglia» afferma Tremonti, senza specificare cosa ciò voglia dire (ci saranno detrazioni complete per gli asili nido e maggiori di quelle ridicole di oggi per i figli a carico, si terrà conto del reddito familiare?). Nessuna tassazione supplementare per i grandi patrimoni e per la rendita: oggi qualsiasi rendita finanziaria è colpita da un’aliquota del 12,5%, a differenza, ad esempio, dei redditi da lavoro, colpiti da un’aliquota minima del 23%.  Quindi, diecimila euro incassati da un soggetto a titolo di reddito da capitale (ad esempio, interessi maturati su un’obbligazione o azione) sono colpiti da un’aliquota inferiore rispetto ai diecimila euro guadagnati con il proprio lavoro da un operaio, un impiegato, un dirigente.

Oggi i lavoratori dipendenti sono in credito con lo Stato di circa quattro miliardi di “fiscal drag”, la più iniqua tassa occulta presente nei sistemi fiscali come il nostro, dove esiste la progressività delle aliquote impositive (crescono, cioè, più che proporzionalmente rispetto alla crescita del reddito). Ciò determina che qualsiasi percettore di reddito ha un carico fiscale maggiore anche in presenza di aumenti nominali del reddito (che cresce, cioè, solo in quanto recupera l’inflazione, ma non in termini reali). In pratica, rispetto al fisco, i lavoratori pagano ogni anno più di quanto guadagnino realmente, senza che il Governo abbia mai nemmeno preso in considerazione una restituzione, anche parziale (ad esempio, sotto forma di maggiori detrazioni, tenendo presente il tasso di inflazione reale) di questa “tassa occulta”.

Ma come è possibile pensare che la cultura fiscale del tributarista Tremonti (lo studio professionale di cui è socio è uno dei più grandi in Italia e cura gli interessi di centinaia di clienti eccellenti fra grandi industrie e dinastie imprenditoriali) possa partorire una “riforma” tributaria che tenga conto delle esigenze dei più poveri, cioè dei lavoratori dipendenti? Ed infatti, non se ne cura proprio, ribadendo chiaramente che «abbiamo qualche refrattarietà. Tassare i Bot non è la cosa più razionale», ovviamente e ribadendo il falso enunciato per cui «il risparmio delle famiglie non può essere colpito», mentre il lavoro sì, anche quello la cui remunerazione è talmente bassa da non riuscire mai a diventare capitale finanziario accantonato (quindi, risparmio).

Anche il leader della Cisl Raffaele Bonanni, che pure non gli è certo ostile, nutre qualche dubbio al riguardo («Tremonti deve avere più coraggio», afferma) mentre Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea dei democratici nota: «Non intendono colpire le rendite finanziarie né i grandi patrimoni, non intendono destinare le risorse che provengono dall’evasione fiscale per ridurre il carico fiscale. Ma allora con quali soldi e tra quanto tempo le famiglie, i lavoratori dipendenti e gli imprenditori seri potranno vedersi ridurre le tasse?». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil ancora per due settimane, è tranchant: «Se vogliamo fare le cose seriamente, dobbiamo fare delle scelte», altrimenti «non trovo onesto raccontarci un altro film». Ma, come detto, non si tratta di un film ma di una pantomima.

Fulvio Lo Cicero

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