Domenica, 20 Marzo 2011 22:47

Guerra e pace, tra il dire e il fare…

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ROMA - Carlo Von Clausewitz, soldato e teorico militare prussiano, vissuto tra il 1780 e il 1831, sosteneva che “La guerra rassomiglia al camaleonte perché cambia natura in ogni caso concreto”.

Quelle che le guerre hanno in comune è semmai la giustificazione che ne viene data: sono sempre a scopo difensivo, umanitario,  nobile,  soprattutto servono a risolvere i problemi.   Pur volendo credere nella buona fede di chi le indice, sorge spontanea la domanda: non esistono altri sistemi per risolvere i conflitti?
Ultimamente ci sono state guerre contro Saddam Hussein, contro Milosevic, adesso è in atto quella contro Gheddafi, domani l’imputato potrebbe cambiare ma la situazione potrebbe ripresentarsi analoga, con costi prevedibili.  Tuttavia se al momento altre soluzioni non vengono adottate, è perché, almeno in questa fase della storia, l’umanità non è pronta. Nel secolo scorso però, dopo il passaggio di Gandhi, l’uomo che è riuscito senza violenza a portare l’India all’indipendenza dagli Inglesi; dopo l’avvento della bomba atomica, da più parti si sono alzate voci a difesa delle tecniche non violente di superamento dei conflitti.


La psicanalisi ha tolto il velo a credenze grazie alle quali la forza bruta veniva contrabbandata come santa. In un carteggio sul tema del “perché la guerra", Albert Einstein scriveva a Sigmund Freud:  “l’ uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani. (…)Arriviamo così all’ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?”   Per trovare una risposta si sono mosse diverse correnti di pensiero: psicoanalitiche, sociologiche, spirituali, artistiche, scientifiche, religiose. Le conclusioni sono diverse e in continua evoluzione. Molte concordano sul fatto che l’educazione individuale conta sino a trasformare la società. Molte mirano  alla crescita della persona, alla possibilità di supportare la creatività umana in contrapposizione agli istinti distruttivi.


Nella seconda metà del secolo scorso il pacifista Martin Luther King, nella lotta contro il razzismo, è prevalso sulla filosofia bellicosa delle Pantere Nere. Il movimento hippy ha diffuso idee di fratellanza e pace attraverso l’arte, soprattutto musicale. Il Buddismo di Nichiren Daishonin  la cui filosofia è diffusa in 190 paesi del mondo oggi si muove affinché il desiderio di pace e di felicità degli esseri umani avvenga hic et nunc: è una pratica di salute mentale e crescita spirituale, più che una religione, che  sta allargandosi a macchia d’olio. La psicologia sociale, il cui più alto esponente è Erich Fromm, si è in profondità occupata dell’arte di amare, delle condizione di vita fondata sull’avere e sull’essere, ha analizzato la distruttività umana. Danilo Dolci, nostro  sociologo poeta candidato al nobel, studioso dei meccanismi del dominio dell’uomo sull’uomo, ha fondato un metodo educativo maieutico da adottare nelle scuole per sviluppare la creatività come antidoto ai conflitti.


Ma la risposta violenta appare ai più rapida ed efficace, in un mondo che non sa trovare soluzioni alternative. Di certo una guerra non risolve i problemi che l’hanno causata e la violenza chiama altra violenza. Il prezzo è sempre incalcolabile.  Prova tangibile della riuscita delle tecniche non violente l’ha portata Gandhi,   ma ancora non si vedono alternative alla forza bruta. Scrive Danilo Dolci: “A chi obietta che finora nella storia non sono stati possibili cambiamenti strutturali con metodi nonviolenti, che non sono esistite rivoluzioni nonviolente, occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia. (da Non sentite l'odore del fumo?, Laterza 1971, p. 90). L’accettazione della guerra come soluzione, il non saper individuare metodi diversi dal ricorso alle armi, il non saper prevenire le ragioni che generano i conflitti,  sono ramificati nel tessuto culturale della nostra società: siamo tutti per la  pace, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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