Lavoro e ripresa, occhi puntati su Renzi di Cgil e Confindustria

Il Governo presenta le misure per far uscire il Paese dalla crisi e per creare nuova occupazione

ROMA – Sul tavolo del Consiglio dei ministri, in programma per domani, oltre al tanto atteso Job Act (sul tavolo del Governo c’è il contratto unico e più assunzioni ndr) ci sarà anche l’inizio della discussione riguardante il taglio del cuneo fiscale. La copertura per mandare in porto quest’ultima operazione è stimata attorno ai dieci miliardi di euro. Un intervento che si baserà , stando alle prime indiscrezioni, prevalentemente sul taglio Irpef, che potrebbe avere percentuali da brividi(dal 35 al 38%), preferita all’Irap, sulla spending review, su altri tagli alla spesa militare, F35 inclusi. 

Intanto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, in una lettera pubblicata oggi sulle pagine del Corriere della Sera, si dice convinto che “la questione chiave è la riduzione del cuneo pagato dalle aziende. Ridurlo vorrebbe dire venire incontro a chi produce e genera valore in Italia”. Infatti Per Squinzi, “la riduzione del costo del lavoro agirebbe in favore degli occupati e di chi un lavoro purtroppo oggi non ce l’ha, ma lo avrebbe se il suo costo gravasse meno sul bilancio delle imprese”.

E se la Confindustria preferisce la riduzione del cuneo alle aziende, la Cgil, dopo gli ‘avvertimenti’ di Renzi, avverte il Governo “Senza risposte su lavoro e fisco, pronti alla mobilitazione”. La Cgil chiede investimenti sia pubblici che privati; interventi sugli ammortizzatori sociali, come sostenuto dal sindacato nella sua proposta di riforma, per estenderli (a partire dalla cassa integrazione) e renderli effettivamente universali; il fisco da riformare destinando l’insieme delle risorse disponibili al lavoro ed alle pensioni”. Sul punto Camusso è stata assolutamente inflessibile e Renzi, che avrà con le parti sociali solo un incontro esclusivamente di ‘comunicazioni’ sulle scelte prese dal Governo, dovrà tenerne conto, pena la ulteriore divisione di una parte consistente del Pd, che con la Cgil non vuole assolutamente chiudere.

Nel frattempo il presidente dell’Istat Antonio Golini, in audizione oggi alla commissione Finanze del Senato, ha presentato gli ultimi dati rilevati dall’istituto di statistica. In particolare, Golini sostiene che iI valore medio del cuneo fiscale e contributivo per i lavoratori dipendenti è pari al 49,1% del costo del lavoro. D’altra parte i contributi sociali rappresentano la componente più elevata del cuneo fiscale , di cui 28% a carico del datore di lavoro e 6,7% a carico del lavoratore. Ai lavoratori, inoltre, vengono trattenute le imposte sul reddito, (14,5%) inclusive dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali. “I percettori di un solo reddito da lavoro dipendente – ha notato Golini – hanno ricevuto in media, nel 2012, una retribuzione netta di 16.153 euro circa all’anno, di poco superiore alla metà del valore medio del costo del lavoro (31.719 Euro)”. Nel corso dell’audizione il presidente Golini sottolinea come nel 2012, a fronte di una flessione del prodotto interno lordo del 2,4%, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito del 4,7%: si tratta di una caduta di intensità eccezionale, che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino. A pesare sulla contrazione del potere d’acquisto delle famiglie è stato soprattutto l’aumento del prelievo fiscale, a cominciare dall’Imu, le imposte correnti (+5,7% nel 2012, nel Mezzogiorno salgono del 6,7%). Il reddito primario, che esprime l’insieme della remunerazione dell’attività produttiva delle famiglie consumatrici, si è ridotto rispetto all’anno precedente (-1,4%), subendo gli effetti sia della forte contrazione dei redditi da lavoro autonomo, sia della riduzione dei redditi derivanti dall’attività di locazione. Nel complesso, l’incidenza sul reddito imponibile delle imposte correnti sul reddito e sul patrimonio (carico fiscale corrente) delle famiglie consumatrici ha raggiunto il 16,1%, un punto percentuale in più rispetto all’anno precedente e il livello più alto dal 1990. Se a questo si aggiungono le altre imposte, rappresentate essenzialmente dall’Imu, e i contributi sociali effettivi e figurativi, l’incidenza del carico fiscale e contributivo corrente sul reddito disponibile tocca nel 2012 il 30,3% in aumento rispetto all’anno precedente (29,4 %). Inoltre, stando poi ai dati diffusi dall’Istat tra il 2000 e il 2012 la pressione fiscale nei 27 Paesi dell’Unione europea è diminuita complessivamente di 0,5 punti percentuali, mentre in Italia è cresciuta di circa 3 punti. Secondo l’istituto si tratta dell’incremento più elevato se si escludono i casi di Malta e Cipro, dove è cresciuta di oltre 5 punti percentuali ma partendo da livelli molto piuù bassi. L’andamento nel tempo mostra come la pressione fiscale in Italia abbia registrato una diminuzione dal 2001 fino al 2005 (ad eccezione del 2003) per poi riprendere ad aumentare fino al 43,0% nel 2009; dopo una flessione nel biennio 2010-2011, nel 2012 è risalita al 44,0% del Pil. Il punto di minimo nell’arco dell’ultimo decennio è stato raggiunto nel 2005 al livello del 40,1% del Pil mentre gli aumenti più pronunciati si sono prodotti nel 2006-2007 e nel 2012. Negli anni 2006 e 2007 le voci di entrate che compongono la pressione fiscale sono aumentate dell’8,1 e del 6,7%, a fronte di una crescita del Pil in termini nominali attorno al 4%. Nel 2012 la crescita delle entrate del 2,7% ha coinciso con una caduta del Pil dello 0,8%. Secondo i dati provvisori diffusi dall’Istat lo scorso 3 marzo, ricorda Golini, la pressione fiscale in Italia si attesta nel 2013 al 43,8% del Pil, in lieve diminuzione rispetto al 44,0% del 2012. Il dato relativo al 2012 mostra un livello di 2,6 punti percentuali superiore rispetto al livello medio dei paesi dell’Area Euro (41,4%) e 3,6 punti oltre la media dell’intera Unione (40,4%). Solo altri 5 paesi mostrano una pressione fiscale superiore a quella italiana; tra questi la Francia (46,7%). La Germania ha invece una pressione fiscale minore (40,2%).

Diego Sambucini

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