Martedì, 23 Settembre 2014 18:01

Jobs Act. Ancora tensioni nel Pd, Serracchiani “niente veti a Renzi, decide la direzione”

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ROMA - Non accennano ad attenuarsi  le tensioni e le divisioni all’interno del Pd  in relazione al Jobs Act.  C’è infatti chi continua a non voler arretrare dinnanzi ai diktat di Matteo Renzi che, nei giorni scorsi, parlando di scontro ideologico tra vecchia e nuova guardia, è stato molto chiaro con la minoranza ‘ribelle’ del Pd: ” con me cascate male io le cose le cambio sul serio”. 

Tuttavia è pure evidente la volontà di uscire fuori da questa impasse e arrivare a una soluzione di ‘convergenza’.  Motivo per il quale  questa mattina,  un gruppo di circa 40 senatori del Pd ha  presentato in Senato un pacchetto di 7 emendamenti sull'articolo 4 al Jobs Act, quello che introduce il contratto a tutele crescenti, poi i singoli dem presenteranno proposte di modifica anche su altri punti. I primi firmatari sono Cecilia Guerra, Lucrezia Ricchiuti, Maria Grazia Gatti, Federico Fornaro e Erica D'Adda. Spiega Cecilia Guerra: “vogliamo precisare meglio alcuni contenuti su punti qualificanti e introdurre qualche correttivo. Il nostro obiettivo è migliorare il testo”. 

I senatori del Partito democratico si sono poi confrontati con il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il responsabile economia del partito, Filippo Taddei, in un’assemblea nella quale Poletti ha ribadito che le polemiche in caso di licenziamento discriminatorio sono infondate. “Sull'articolo 18 la mia posizione è che prima bisogna avere chiaro il quadro degli ammortizzatori” ha detto il ministro. Intanto è prevista per lunedì prossimo la direzione del del Pd.  "Daremo chiarezza sul reintegro. La legge delega su lavoro e ammortizzatori sociali estende i diritti e le tutele per una platea di almeno 1,3 milioni di lavoratori”, spiega Taddei.

Gli emendamenti alla riforma del lavoro allo studio al Senato sono stati anche l’oggetto di discussione della riunione alla Camera della minoranza dem,  un incontro durato  due ore circa,  in cui si è ipotizzato il ricorso ad un referendum.  Presenti tra gli altri Stefano Fassina, Alfredo D'Attorre, Pippo Civati, Cesare Damiano, Francesco Boccia, Barbara Pollastrini, Paolo Fontanelli, Rosy Bindi, Vannino Chiti, Franco Monaco, Gianni Cuperlo.  

La posizione del gruppo al momento è chiara e il modello di riferimento è quello tedesco, quello stesso, forse incautamente indicato anche da  Matteo Renzi nei giorni scorsi. Incautamente perché il modello tedesco prevede di fatto il reintegro come possibilità, in casi di manifesta infondatezza del giustificato motivo che viene addotto per il licenziamento. Ma forse questo  particolare era sfuggito al premier. 

Lo stesso Cesare Damiano (Pd), presidente della Commissione Lavoro alla Camera,  intervenendo ad Agorà (Rai3), ha fatto esplicito riferimento proprio al modello tedesco, sottolineando, ancora una volta, l’esistenza del reintegro nel posto di lavoro e ha spiegato che,  mentre in Italia attualmente agisce per le aziende che hanno più di quindici dipendenti, in Germania agisce nelle aziende che hanno almeno dieci dipendenti. E sempre a proposito dell’art. 18, Damiano ha rimarcato le contraddizioni insite nella proposta di riforma di Renzi: “Se è vero che il diritto è universale, perché Renzi propone una riforma dell'articolo 18 che mantiene una tutela di serie A per me che lavoro e invece una tutela di serie B per mio figlio che entrerà nel mondo del lavoro?”

Stefano Fassina è stato lapidario, ha addirittura parlato di ‘riforma regressiva’  piuttosto che ‘progressiva’,  rispondendo alle intimidazioni del Presidente della Repubblica, che ieri, pur non facendo esplicito riferimento all’art. 18, ha invitato a non rimanere prigionieri di ‘conservatorismi e  corporativismi’. “Il problema è che il corporativismo è di chi vuole continuare a svalutare il lavoro pensando che questo serva per la ripresa” - ha incalzato Fassina - “Ci manca solo che il Pd pensi di derogare alla Carta fondamentale dei diritti dell'uomo del 1948”. 

Insomma ad oggi, nonostante i tentativi di smorzare i toni e contenere gli attriti,  il problema sull’art. 18 rimane ‘pericolosamente aperto’, ma fortunatamente ancora in discussione, visto che si sta parlando di una legge che oltre a difendere dei diritti, tutela anche e soprattuto la dignità dei lavoratori.

Cambiare, rinnovare non deve necessariamente significare cancellare palesemente tutti i diritti. Lo ha sottolineato anche Stefano Rodotà, questa mattina, nella conferenza stampa di presentazione di una proposta di legge popolare per l'abrogazione dell'articolo 18, alla Camera dei Deputati,  “nel momento in cui si deve ricostruire la cultura politica, non si possono cancellare impunemente i diritti” ha dichiarato il costituzionalista.  In questo caso specifico infatti l’attacco ai diritti non è più neanche dissimulato,  ma drammaticamente  evidente. 

Ma se la posizione di Giuseppe Civati può lasciare intravvedere uno spiraglio, avendo dichiarato che sull’articolo 18 il finale non è ancora scritto,  le parole di Debora Serracchiani, finalizzate a smorzare ogni polemica, sembrano davvero non dare spazio a troppe interpretazioni: “Niente veti a Renzi, decide la direzione”. 

 

Ultima modifica il Martedì, 23 Settembre 2014 20:13

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