L’emigrazione irrazionale del ventunesimo secolo

ROMA – Sembra che il problema dell’immigrazione, con la depressione, sia divenuto  il problema prevalente di questo inizio del ventunesimo secolo. Politici e parassiti sociali, ci si sono gettati a pesce, non certamente per cercare di comprendere il fenomeno, né tantomeno per trovare una via giusta per trovare il modo di permettere a queste centinaia di migliaia di esseri umani di poter realizzare esigenze e pensieri che li hanno spinti lontani dalle loro terre d’origine.

I politici e i parassiti sociali … c’è una differenza tra le due categorie … o ci dovrebbe essere … diciamo che in alcuni casi, pochi, c’è, e in alcuni casi, molti, non c’è … dicevamo i politici e i parassiti sociali ci si sono buttati a pesce per i loro interessi: elettorali e propagandistici i primi, sfruttamento della mano d’opera e della menti i secondi. Poi ci sono quelli che uniscono i due interessi perché coincidono con il loro essere e sappiamo chi sono … volevamo dire chi è.

Aprendo giornali e ascoltando le news vediamo ogni santo giorno questi personaggi darsi da fare per spostare l’opinione pubblica perché questa assecondi i loro fini ultimi: c’è chi come Marchionne mente, sapendo di mentire sul futuro della Fiat, applicando ai suoi discorsi le circonlocuzioni tanto care ai retori del basso impero, e c’è chi agita lo spettro dell’invasione barbarica, dicendo che vuole lasciare andare i tunisini in Francia, e poi si infastidisce se la Francia non li vuole, ma non si infastidisce se il suo capo Bossi dice agli stessi “fòra di ball”.

Poi c’è chi dice, come  ieri Tremonti, che i giovani italiani laureati in Italia sono troppi, anche se sono il 19% contro il 30% della Ue; e chi dice che i giovani italiani non vogliono più fare i lavori manuali, ma non dice che gli imprenditori preferiscono rivolgersi ai caporali delle agenzie interinali i quali si guardano bene dal proporre italiani perché sono troppo consci dei loro diritti, – i pochi ancora rimasti – e perché troppo poco ricattabili. Tutte notizie che però telegiornali e giornali, ormai troppo neutrali nei loro ‘pacati giudizi’, distorcono  a loro piacimento, perché ormai hanno preso le parti di chi sfrutta e non di chi viene sfruttato. Il Tg della prima reta nazionale, ormai inguardabile, gareggia per la palma della menzogna e dell’insulsaggine con il teleshow di Rete 4.

Insomma una bella associazione a delinquere tra politici, Vaticano, media  e Confindustria che ha per fine il modellamento di una società perfetta … per il loro interessi. Purtroppo gli Italiani, anche quelli sfruttati come animali da soma continuano a non vedere guardando, terrorizzati, a ritroso coloro che stanno peggio di loro, ai quali non vorrebbero assomigliare e non davanti pensando ad una possibile realizzazione della propria identità sociale ed umana.
Ed è proprio da queste ultime parole: ‘propria identità sociale ed umana’ che si dovrebbe partire se si vuole capire il fenomeno, non dell’emigrazione, ma ‘delle emigrazioni’. Perché non c’è solo il fenomeno dell’emigrazione degli extra comunitari che stanno arrivando nel nostro paese, ‘arrivando’ non ‘invadendo’ sono due verbi sostanzialmente diversi. Parliamo dell’emigrazione degli italiani all’estero, emigrazione di cui nessuno parla, eppure i dati sono sconvolgenti.
Per un totale di immigrati stranieri presenti in Italia ad oggi di 4,630,857 di italiani all’estero sono più di cinque milioni; solo negli ultimi 4 anni un milione di italiani è emigrato all’estero.

Nel 1971 l’emigrazione dall’Italia era quasi del tutto cessata. Il numero dei pochi espatriati era pari a quello dei rimpatriati, con un saldo quindi in pareggio. Questo fino al 1980. Poi si è invertita la tendenza; da Paese di emigranti l’Italia, negli ultimi anni (a partire dal 1980 come fenomeno) si è trasformata in Paese di immigrati.
Gli italiani sono sempre al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie. Solo nell’ambito della comunità europea, gli italiani emigrati sono 1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio;  seguiti da portoghesi, spagnoli e greci. Gli italiani all’estero secondo le stime del Ministero per gli Affari Esteri erano nel 1986 5.115.747, di cui il 43 per cento nelle Americhe e il 42,9 in Europa. L’entità delle collettività di origine italiana ammonta invece a decine di milioni, comprendendo coloro che hanno scelto la nazionalità estera e i discendenti degli immigrati nei vari paesi. Al primo posto troviamo l’Argentina con 15 milioni di persone, gli Stati Uniti con 12 milioni, il Brasile con 8 milioni, il Canada con un milione e l’Australia con 540.000 persone.
E se tra il 1861 e il 1985 sono state registrate ‘solo’ 29 milioni di partenze dall’Italia, ciò significa che il milione di immigrati italiani all’estero negli ultimi quattro anni è praticamente un esodo biblico, ancora maggiore degli anni post unificazione d’Italia, quando la gente del sud fuggiva la fame provocata ‘dall’esportazione della civiltà italica’ e le feroci armate piemontesi.

Il confronto tra questi ultimi anni con gli anni che seguirono la conquista, predatoria,  piemontese del Regno delle due Sicilie non è affatto peregrino: i due periodi storici sono troppo simili per quanto riguarda la devastazione, la prima solo materiale, la seconda soprattutto culturale.
Questi dati sulle ‘emigrazioni’ rimangono però sterili numeri che non spiegano certamente i motive di questo fenomeni migratori. L’immigrazione degli italiani non è certamente composta solo da quella che viene nella vulgata viene descritta come una ‘fuga di cervelli’ : ci sono ad esempio molti operai specializzati che vanno a lavorare all’estero perché in Italia la loro professionalità non viene riconosciuta né dal punto di vista salariale né come riconoscimento di una identità sociale.

Tra l’altro, coloro che scelgono di andarsene all’estero, non possono neppure tornare in Italia perché la loro professionalità, le loro pubblicazioni , i loro master, la loro esperienza, non conta nulla a confronto del potere clientelare e familistico delle nostre Università , delle nostre Istituzioni create per il progresso della scienza, e persino per le nostre industrie dove vale solo chi china la testa davanti all’arroganza della nuova generazioni di ‘padroni’. E non può contare no, visto che il vice direttore del CNR, ente proposto alla ricerca, anziché cercare i motivi scientifici del terremoto in Giappone va affermando che il disastro è voluto dal dio dei monoteismi, o ancor meglio dal suo dio che ‘sto deficiente si è creato nella sua vuota scatola cranica. Ma qualcuno ha sentito un politico intervenire su questo abominio culturale? Niente, Lo zero assoluto.
Ed ecco che allora, oggi, i flussi migratori non sono più dettati dalla fame come succedeva ai migranti del sud Italia della seconda metà dell’ottocento e del primo novecento, che preferivano un padrone americano o australiano piuttosto del piemontese: i flussi migratori oggi sono dettati dalla ricerca di una identità sociale e soprattutto umana. Ricerca di un’identità che nasce dal rifiuto – irrazionale perché non legato alla ragione e alla sopravvivenza fisica –  di un condizione umana umiliante e senza speranza di un futuro migliore. Naturalmente parliamo delle emigrazioni provenienti dal nord Africa e delle emigrazioni degli Italiani verso l’estero: nessuno fugge la fame, basterebbe, per i Nordafricani adeguarsi allo stato delle cose e fare i ruffiani per il Rais di turno, o, per gli Italiani, andare in parrocchia e vendere la propria dignità umana per un piatto di lenticchie e sicuramente un posto di lavoro, infame, salta fuori magari come usciere al CNR.

Giulia De Baudi

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