Lo scempio della Cava di Erchie. Un buco nella roccia dove regna il degrado

MAIORI (SALERNO)Nel piccolo centro di Erchie, Comune di Maiori, tutto è bonsai. La spiaggia è bonsai: bastano poche persone per affollarla. I posti auto sono bonsai: si contano sulle mani. Per non parlare degli abitanti: poco più di cento anime. Una chiesetta, piccole case presepiali e i limoni, tanti limoni.

Tutto è delicato ad Erchie, guai a pensare in grande. Il borgo marinaro dista pochi chilometri dalla più conosciuta Cetara, famosa per le alici e la torre normanna. E in un luogo dove tutto è misurato nessuno si aspetterebbe di trovare una cava abbandonata grande quanto la stessa montagna. Una cava visibile anche dal porto di Salerno, e ben oltre. Due buchi enormi scavati nel costone roccioso, esempio lampante di cattiva amministrazione in un territorio considerato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

La Cava di Erchie, dell’ex Italsider, ha funzionato per ben 50 anni. Serviva per estrarre roccia calcarea per la produzione di ghisa destinata agli altiforni dell’Ilva di Bagnoli, nel napoletano. Ma con la chiusura degli stabilimenti a Napoli la cava è stata abbandonata. Siamo nel 1965. È il periodo successivo alla fine del boom economico. La gente da questo momento in poi berrà l’amaro calice della crisi.  La cava ha dato lavoro a molti nella Costiera amalfitana. “Ricordo che al mattino presto arrivavano operai da Maiori e da Cetara. In quegli anni a Erchie fioriva anche la cultura dei limoni e fra operai alla cava e operai ai limoneti, ogni giorno, arrivavano una ventina di persone” ricorda Luigi di Bianco, erchitano doc, uno dei pochi a denunciare la questione, ancora irrisolta, della cava di Erchie.

Il suo racconto è a tratti emozionante e a tratti drammatico. Quella cava non era soltanto una fonte di sussistenza, ma anche di pericolo per le stesse persone che vi lavoravano. Gli operai si arrampicavano sul costone per riempire la roccia con dinamite. Lo scoppio avveniva esattamente alle 12 e alle 17, regolare come le ore di un orologio. Le case si coprivano di polvere per giorni interi, e il suono di quelle detonazioni si trasformava in bombe che i bambini avevano imparato a riconoscere subito come ‘amiche’. Quando veniva raccolta la quantità giusta di pietre, arrivava da Napoli la nave “Jason”. E con lei anche altro lavoro, giacché servivano molte braccia per caricare quella stiva. Poi un giorno la nave ha finito di attraccare; la cava è stata abbandonata; e assodato che lavoro non ne dava più, per la prima volta è apparso lo scempio provocato da anni di mutilazioni nella roccia. Di questo disastro ambientale per oltre 50 anni non se n’è occupato nessuno. Gli amministratori locali non hanno mai affrontato veramente l’argomento, chiedendo una bonifica o la riqualificazione dell’area magari alla stessa Italsider.

Dieci anni fa la cava è stata acquistata dalla società “Ambiente Italia” srl che fa riferimento a Mizzitelli, lo stesso proprietario del nuovo Fuenti. L’uomo avrebbe in progetto il risanamento della cava e la costruzione di un complesso turistico a basso impatto ambientale. Lo stesso Fuenti, costruito su regole simili, è stato però, poco tempo fa, sequestrato dalla Procura di Salerno. “Si tratta di una gigantesca speculazione edilizia (…) in una zona di tutela naturale dove dovrebbe vigere l’assoluto divieto di qualsiasi edificazione, sia pubblica che privata” si legge in una nota della Guardia di Finanza. Al momento del sequestro il presidente di Legambiente Campania, Michele Bonomo, che partecipò nel 2004 alla Conferenza di Servizi per evitare la nascita di nuovi eco-mostri, ha dichiarato: “La Guardia di Finanza è molto rigorosa nei suoi controlli, difficile mettere in dubbio i risultati dell’indagine. Mi sembra molto strano che i titolari abbiano fatto qualcosa in deroga alle norme, sapevano bene di avere i riflettori puntati addosso”. Sta di fatto che di riqualificazione della cava di Erchie per ora non se ne parla. Anche perché il Piano regolatore generale del Comune di Maiori sull’argomento è chiaro: quella parte di montagna è definita zona 1A E3, cioè di tutela dell’ambiente naturale; pertanto non può essere assolutamente toccata.

Attualmente l’ingresso alla cava è privo di controllo. D’estate la gente entra per prendersi il sole o guardare da vicino una parte della costa non raggiungibile da terra. È facile incappare in bottiglie di plastica o altri rifiuti lasciati lì dopo una serata a guardare le stelle. La recinzione è ormai arrugginita e in alcune parti si ha la sensazione che possa cadere a picco sul mare. Un mare che si infrange sugli scogli a ritmo costante, portando via tutto ciò che funge da ostacolo. La cava è divisa in due grandi buchi uniti da piccole gallerie. Pezzi di roccia continuano a cadere dal costone, lo fanno da soli questa volta, senza l’aiuto di nessuno. Lo fanno perché questa parte d’Italia è delicata. Tutta la Costiera amalfitana lo è. La Campania è una delle regioni italiane a più alto rischio idrogeologico. Le autorità locali hanno più volte denunciato la necessità di mettere in sicurezza l’intera costa eppure i soldi stentano ad arrivare e l’avvio di campagne di sensibilizzazione sono ben lontane dal produrre gli effetti sperati. L’abusivismo privato e l’incuria dell’uomo chiude il cerchio di un dramma ambientale che ha radici lontane nel tempo.

Eppure la storia insegna che proprio fra queste montagne ci sono stati tantissimi eventi catastrofici. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello di Atrani, nel settembre scorso. In quell’occasione l’esondazione del fiume Dragone provocò la morte della giovane Francesca Mansi, barista 25enne il cui corpo è stato ritrovato un mese dopo nelle isole Eolie. Poteva essere una strage, fortunatamente non lo è stato. A questo punto coscienza vorrebbe che si agisse in fretta, ma in Italia questo non avviene. La cava di Erchie, a distanza di oltre un secolo da quando è stata costruita e poi abbandonata, è ancora lì, immobile, ad aspettare una nave che non attraccherà più al suo molo. Più il tempo passa e più la cava si trasforma in degrado. È inevitabile che ciò avvenga, in assenza di un piano di riqualificazione alle spalle. Ormai il buco nella roccia è fatto, nessuno potrà riempirlo, ma perché aggiungere al disastro anche lo scempio?

Anna Ferrigno

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