Berlusconi ha fatto il disastro, Monti lo ha esasperato

ROMA- A fare il disastro è stato Berlusconi. Monti, con la sua politica del rigore senza equità e senza sviluppo, ne ha esasperato le conseguenze sul piano sociale.

E’ da qui che dovrà ripartire il prossimo governo. Non c’è solo la pressione fiscale da ridimensionare e rimodulare, e non ci sono solo i conti pubblici da tenere sotto controllo – obiettivo peraltro doveroso. Tornare a creare occupazione, ridare dignità al lavoro, restituire potere d’acquisto ai redditi di lavoratori e pensionati sono temi che devono stare in cima alle priorità del Partito Democratico in vista della prossima legislatura.
I dati diffusi la scorsa settimana da Bankitalia testimoniano drammaticamente che la politica del solo rigore ha avuto effetti negativi e perversi sull’andamento dell’economia. Soprattutto allarma il fatto che via Nazionale dichiari che le conseguenze della recessione non si siano finora riflesse in una caduta dell’occupazione. Ciò significa che anche nel 2014 il tasso di disoccupazione – e in particolare di quella giovanile – tenderà a crescere arrivando a toccare il 12 per cento contro l’11,4 previsto per fine 2013.
Anche le cifre recentemente fornite dalle diverse organizzazioni sindacali, elaborate su dati Istat e rivolte al passato recente, indicano una situazione drammatica. Da fine 2008 a fine 2012 il tasso complessivo di occupazione è sceso dal 59 al 56,9 per cento con una perdita secca di 567mila posti di lavoro, mentre tra chi un’occupazione ce l’ha è diminuito il numero di quanti hanno un impiego a tempo indeterminato, mentre sono cresciuti i contratti a termine e i rapporti di collaborazione. Come dire, meno lavoro e di minor qualità, cioè più precario.
Per questo occorre una politica di discontinuità rispetto ai passati governi. La soluzione non è l’agenda Monti, ma quella di Bersani che, appunto, si propone di abbinare alla politica del rigore quella dello sviluppo e dell’equità sociale.
Il prossimo governo dovrà dunque mettere in campo idee e risorse per stimolare la ripresa dell’economia e creare nuova occupazione. Il primo passo da compiere, in questo senso, è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca la pressione sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari. E si devono mettere in atto politiche fiscali in grado di favorire e sostenere l’occupazione femminile e giovanile, al Sud e non solo. Il secondo passo ha come obiettivo la lotta alla precarietà, ribaltando le scelte attuate dalla destra nel corso dell’ultimo decennio. La sfida della globalizzazione – lo insegna la Germania – non la si vince ricorrendo alla competitività al ribasso cara ai tanti provvedimenti di Maroni prima, di Sacconi poi. Più ricerca, più innovazione, più stabilità, migliore qualità del lavoro: sono queste le armi su cui si deve puntare. Va quindi spezzata la spirale tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti. Sarà sul tasso di occupazione giovanile e femminile che si misurerà l’efficacia delle strategie che verranno messe in campo.

C’è poi un ulteriore aspetto che il prossimo parlamento – e il prossimo governo – dovranno affrontare. Il lavoro oggi in Italia rappresenta lo snodo tra questione sociale e questione democratica. Occorre, finalmente, una legge sulla rappresentanza che prendendo le mosse dall’intesa interconfederale del giugno 2011, consenta l’esercizio effettivo della democrazia nei luoghi di lavoro. Non è più possibile consentire che si continui con l’arbitrio della condotta di aziende che discriminano i lavoratori, sulla base delle loro scelte sindacali, o che non sia consentito alle organizzazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale di avere propri rappresentanti nei luoghi di lavoro.
E si dovrà anche mettere mano alla riforma del mercato del lavoro firmata dal ministro Fornero e cancellare le norme a danno dei lavoratori disseminate a piene mani negli anni del governo Berlusconi. Su questo fronte, in particolare, mentre è condivisibile la soluzione trovata sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che, accanto al risarcimento, reintroduce il reintegro anche in caso di licenziamento per motivi economici), credo si debba procedere alla cancellazione della norma,  introdotta da Sacconi con l’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011, che rende derogabili dalle parti sociali a livello aziendale le disposizioni di natura legislativa e contrattuale a tutela dei lavoratori.
Saranno gli elettori a dire se questa sarà la strada che, nei prossimi cinque anni, andrà percorsa.

Cesare Damiano

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