Dall’adrenalina all’aspirina, il ruolo decisivo della chimica nella rivoluzione terapeutica raccontata nel libro di Francesco Adami
Sono da sempre un convinto sostenitore del rapporto virtuoso tra chimica e medicina. Una convinzione che trova ulteriore conferma nella lettura del volume “Sette farmaci che hanno salvato il mondo” di Francesco Adami, pubblicato da Hoepli Editore.
Il testo ripercorre la storia di sette medicinali fondamentali – adrenalina, atropina, insulina, cortisone, aspirina, antisettici e antiaritmici – che hanno segnato una svolta irreversibile nella medicina moderna. Si tratta di molecole che hanno trasformato l’arte del curare in una scienza rigorosa, contribuendo a salvare milioni di vite e ridefinendo l’approccio terapeutico nelle emergenze, nelle infezioni e nelle intossicazioni.
Dalla medicina empirica alla scienza: il ruolo della chimica
Ciò che emerge con forza è come queste scoperte non siano frutto del caso, ma il risultato di un percorso scientifico in cui la chimica ha sempre avuto un ruolo centrale. Dietro ogni farmaco c’è infatti un processo di isolamento, sintesi, analisi e perfezionamento che porta la firma di chimici e biochimici.
Emblematico è il caso dell’adrenalina: la sua forma pura e cristallina fu ottenuta nel 1900 a New York dai chimici Jokichi Takamine e Keizo Uenaka. Isolata inizialmente dalle ghiandole surrenali bovine, la sostanza fu successivamente prodotta su scala industriale dalla Parke-Davis, segnando uno dei primi esempi di farmaco moderno derivato da processi chimici controllati.
Insulina: la svolta che ha cambiato il destino del diabete
Ancora più significativa è la storia dell’insulina, la cui scoperta nel 1921 presso l’Università di Toronto da parte di Frederick Banting e Charles Best, sotto la supervisione di John Macleod, rappresenta uno dei momenti più alti della medicina del Novecento.
L’intuizione nacque da un’osservazione chimica: la presenza di zucchero nelle urine. Da lì prese forma un percorso che portò all’isolamento dell’ormone pancreatico capace di regolare la glicemia. Il successivo perfezionamento per uso clinico si deve al biochimico James Collip, rendendo possibile la trasformazione del diabete da malattia mortale a condizione gestibile.
Cortisone e aspirina: quando la chimica diventa terapia
Anche nel caso del cortisone, scoperto tra gli anni ’30 e ’40, la matrice chimica è evidente. I lavori di Edward C. Kendall, insieme a Philip S. Hench e Tadeusz Reichstein, portarono all’isolamento e alla sintesi degli ormoni della corteccia surrenale, aprendo la strada a terapie rivoluzionarie per patologie infiammatorie come l’artrite reumatoide.
Non meno rilevante è la storia dell’aspirina. Il principio attivo, l’acido acetilsalicilico, fu sintetizzato in forma stabile nel 1897 dal chimico Felix Hoffmann presso la Bayer. Sebbene il composto fosse già noto in forma grezza grazie agli studi di Charles Frédéric Gerhardt, fu la chimica industriale a renderlo un farmaco sicuro e accessibile, destinato a diventare uno dei più utilizzati al mondo.
Una lezione per il presente: interdisciplinarità e futuro
Anche per gli altri farmaci citati da Adami emergono legami diretti con la chimica, a conferma di una verità spesso sottovalutata: il progresso scientifico nasce dall’integrazione delle conoscenze.
La cultura olistica, capace di unire discipline diverse, rappresenta oggi una necessità più che una scelta. Al contrario, una visione eccessivamente frammentata e specialistica rischia di limitare la comprensione complessiva dei fenomeni e di delegare sempre più all’intelligenza artificiale il compito di collegare ciò che l’uomo separa.
La storia di questi sette farmaci dimostra invece che le grandi rivoluzioni nascono proprio dall’incontro tra saperi: chimica, medicina, biologia e cultura. È in questa contaminazione che si costruisce il futuro della ricerca e, soprattutto, della salute umana.


