Stato mafia. Mai dalla parte del torto

ROMA – I rapporti tra mafia e politica procedono regolarmente nel nostro amato Paese e, recentemente, il procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agucci, alla conferenza stampa per la cattura da parte dei carabinieri di cinque mafiosi corleonesi, ha ribadito che Cosa Nostra “ha dimostrato di produrre consenso elettorale, producendo pacchetti di voti nella sua ricerca puntando su determinati esponenti politici” citato un deputato dell’Assemblea regionale siciliana, Nino Dina dell’UDC che – secondo il magistrato di Palermo – potrebbe aver avuto rapporto con quegli ambienti mafiosi.

Il fenomeno mafioso – comunque la si pensi – ha avuto, dopo il 1943 e lo sbarco anglo-americano nella penisola (non a caso quest’anno chi fa il mio mestiere ha dovuto rispondere a molte richieste di ricordare l’anniversario della prima come della seconda guerra mondiale!), ha avuto una notevole centralità nella storia dell’Italia repubblicana. Ma ora ritorna, per così dire, di particolare attualità di fronte alla difficile ma forse alla fine vittoriosa di un uomo politico italiano, ex magistrato ed ex presidente della Camera, come Luciano Violante che ha tentato una seconda volta, in sfortunata coppia con un altro ex avvocato di Berlusconi, Gaetano Pecorella, di essere eletto senza fortuna alla Suprema Corte. Ma questa è una conseguenza delle caratteristiche dell’avversario arcoriano che ha portato con sé in parlamento personalità per così dire discutibili: ieri Pecorella ed oggi Bruno, felicemente  respinti nelle loro inaccettabili pretese.

Il caso dell’ex magistrato- dobbiamo subito dirlo- è di tutto altro genere.  Il curriculum dell’uomo è di prima qualità, capace di presentare all’esterno una sicura caratura antifascista, al di là di un infelice discorso fatto nel 1996, appena eletto sullo scranno più alto di Montecitorio, quando guardò con particolare benevolenza  ai ragazzi di  Salò o quando, sempre in quegli anni, criticò in maniera inaspettata (lui eletto più volte nella severa capitale del Piemonte!). O quando- sempre nei primi anni novanta- criticò apertamente sul quotidiano del suo partito i giudici di Palermo Falcone e Borsellino che indagavano senza timori le azioni politiche di personaggi importanti del partito di maggioranza come Giulio Andreotti e Salvo Lima. Ricordo che Violante aveva definito “precipitoso” il giudice palermitano. E quando  Falcone propone ,divenuto nel 1991 a Roma (ricordo di averlo incontrato per regalargli il mio libro Perchè la mafia ha vinto!) direttore degli Affari Penali con Claudio Martelli, ministro della Giustizia, e propone la creazione della Superprocura antimafia, immediatamente il deputato del PDS dichiara e fa mettere a verbale:”

Non può fare una simile proposta perché è troppo legato al Ministro.” E qualche anno dopo sottolinea che Falcone era “direttore al Ministro della Giustizia” e “quindi passare alla Superprocura sembrava un’anomalia, mentre quella da un ufficio giudiziario all’altro, come per il concorrente (Agostino Cordova, procuratore capo a Cosenza) era più semplice.” Così nell’estate  1999 per ricordare un piccolo  episodio del 1992 di fronte alle rivelazioni delCorriere della Sera sugli interrogatori di Massimo Ciancimino al processo di Palermo, gli torna improvvisamente in mente che, dopo le stragi di Capaci e di via d’Amelio, il colonnello Mario Mori gli propose più volte di incontrare privatamente l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, probabile intermediario della  trattativa tra i carabinieri del ROS e il binomio dei capi mafia Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, detto Binnu.  Violante, secondo il suo racconto autobiografico, si presenta dai magistrati di Palermo a spiegare di aver rifiutato ilfaccia a faccia, di aver proposto un’audizione in commissione Antimafia e di aver chiesto a Mori se avesse informato la procura di Palermo.

L’ufficiale dei carabinieri nega di averlo fatto perché è  cosa politica. E lui non dice nulla e anzi si dimentica anche lui di avvertire la procura. E ancora, nel 1996, di fronte alle tangenti di La Spezia da parte di Lorenzo Necci, presidente delle Ferrovie dello Stato e di Pacini Battaglia. Possiamo continuare: durante la campagna elettorale per lo scontro del  2001, Violante si sbraccia a proclamare che il PDS “ha garantito sempre le proprietà e i canali televisivi dell’imprenditore di Arcore”, secondo le direttive pervenute dall’allora presidente  del Partito on. Massimo D’Alema. Insomma, possiamo dire a questo punto, senza esitazioni  che l’ex parlamentare e magistrato di Torino non ha mai sbagliato posizione, ha curato nello stesso tempo quello che stava a cuore al suo partito e, nello stesso tempo, al suo sicuro percorso politico e personale. Non ce ne sono molti nella nostra classe politica tanto capaci di non sbagliare (quasi) mai.

Nicola Tranfaglia

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