Riforma costituzionale. Pregi e difetti

ROMA – Che il testo della Costituzione avesse bisogno di essere riformato in alcune sue parti non ci sono dubbi, come non ce ne sono sul fatto che l’approvazione di questa Riforma stia avvenendo con modalità discutibili e ad opera di politici non all’altezza del compito.

Ma tutti noi dobbiamo avere l’onestà intellettuale di comprendere dove sono i difetti e dove i pregi, che pur ci sono, della revisione in atto del dettato costituzionale.  Un aspetto, ad esempio, merita di essere sottolineato: il superamento del bicameralismo perfetto e quindi lo snellimento delle procedure legislative. 

Nel nostro Paese, da sempre, l’identità di funzioni di Camera dei deputati e Senato ha portato ad un ritardo praticamente cronico nelle attività di approvazione delle leggi ordinarie. Non è un caso che, soprattutto a partire dagli anni settanta, abbiamo assistito ad un fenomeno che col tempo è diventato quasi strutturale nel funzionamento del sistema istituzionale, ovvero l’abuso della decretazione d’urgenza. Un fenomeno indipendente dal colore politico di governi e maggioranze. Tanto quelli di centrosinistra tanto quelli di centrodestra per bypassare i tempi parlamentari hanno fatto spesso un uso massiccio dei decreti legge operando una decisa forzatura della Costituzione. Che in merito è sempre stata molto chiara: il potere dei Governi di emanare provvedimenti aventi forza di legge deve avere il carattere di eccezionalità e di urgenza perché il ruolo centrale nell’approvazione dei testi legislativi appartiene solo al Parlamento. 

Tuttavia negli anni, il superamento di tale principio ha raggiunto livelli tali da indurre illustri costituzionalisti a lanciare un vero e proprio allarme per l’alterazione di fatto del rapporto tra Governo e Parlamento e la violazione delle rispettive funzioni e competenze. Anche la Corte Costituzionale ha più volte censurato l’abuso dei decreti legge rimarcando la concezione del decreto come misura straordinaria. Questi paletti non sono stati sufficienti ad arginare la deriva in atto, ma sicuramente hanno sollecitato una soluzione del problema, resa sempre più urgente dalla necessità di Governi e cittadini di poter contare su procedure legislative snelle e veloci. In questa direzione, il bicameralismo imperfetto che la Riforma costituzionale introduce è stata una misura attesa e auspicata da più di vent’anni. Potendo contare su tempi più rapidi, gli esecutivi saranno difficilmente tentati dal vestire i panni di ‘colegislatori’, esercitando solo eccezionalmente e nei termini previsti dalla Carta il potere normativo. Questo orientamento è rafforzato anche dal cosiddetto ‘voto a data certa’ che la Riforma introduce con apposita norma inserita nell’art. 72. 

Ed eccoci arrivati al rovescio della medaglia. Pensiamo al Senato, ad esempio. Su cento componenti 95 saranno scelti dalle Regioni e di questi 21 dovranno essere sindaci. La Riforma non specifica come vanno eletti i consiglieri/senatori per cui servirà una legge a parte per colmare le attuali lacune. Inoltre, anche se il compenso dei senatori è abolito, nulla viene detto su eventuali rimborsi spese. Sapendo come vanno queste cose nei regolamenti interni di Camera e Senato, non è difficile immaginare come potrebbe finire questa storia. A colpire, poi, è anche l’aumento delle firme necessarie per la presentazione di proposte di legge di iniziativa popolare, che passano da 50.00 a 150.000. Per non parlare delle modalità con cui si sta votando la Riforma.

Sarebbe stato auspicabile che modifiche così importanti alla nostra Carta costituzionale fossero apportate con un ampio consenso delle forze parlamentari e non a colpi di maggioranza. Una maggioranza, peraltro, ‘strappata’ a furia ‘cambi di casacca’, di tradimenti, di voltafaccia. La Riforma al Senato ha potuto contare sui voti di un Verdini, di un D’anna, di un Barani. Che cosa ne avrebbero detto i nostri Padri costituenti? Calamandrei, Croce, Einaudi, Giorgio Amendola, Nilde Iotti e tutti coloro che fecero della nostra Costituzione un capolavoro del diritto e una sintesi formidabile del pensiero liberale, socialista e cristiano sociale, cosa direbbero?

A vedere oggi gli articoli approvati e anche come sono scritti si intuisce che dietro non ci sono quei grandi ideali che ispirarono l’Assemblea costituente. Quel tempo non c’è più e non ci sono più nemmeno politici di quella levatura morale, culturale, istituzionale.  Allora che fare? Un certo pragmatismo in questi casi non guasta: questa Riforma va presa con i suoi pregi e i suoi difetti nella consapevolezza che segna, comunque e con forza, un punto di rottura con l’immobilismo degli anni precedenti. Certo, si poteva fare di più e meglio, ma diciamocelo chiaramente, non con questo ceto politico. 

Annamaria Graziano

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