Alitalia. Il materiale umano adesso è diventato carne da macello

ROMA – Rivedere il docufilm sull’Alitalia “Tutti giù per aria” a distanza di 7 anni dall’infausto accordo del 2008 che ha lasciato a casa migliaia di lavoratrici e lavoratori, suona come una sventurata profezia.

Lo sanno bene i lavoratori che hanno partecipato il 26 ottobre alla proiezione del film alla Camera dei Deputati, organizzata dal Movimento 5 Stelle, con la partecipazione dei deputati Paolo Niccolò Romano, Alessandro Di Battista assieme al produttore Alessandro Tartaglia Polcini al giornalista Gianni Dragoni e ai lavoratori come Francesco Staccioli e Antonio Amoroso che, con estrema precisione, hanno ripercorso i momenti più salienti e drammatici di questa vergognosa vicenda.

Ed è proprio attraverso una ricostruzione oggettiva dei fatti, sulla gestione industriale, politica, istituzionale e sindacale che il disegno delle sorti della compagnia di bandiera sono sempre più chiare, soprattutto dopo le recenti condanne  nei confronti di una classe dirigente responsabile che non farà un giorno di galera, tra cui l’ex ad Giancarlo Cimoli. 

E poi c’è la responsabilità di una strategia mediatica, capace di calamitare l’attenzione altrove, invece che illuminare il vero piano criminale che ha affossatto un’azienda che produceva eccellenza italiana a tutto tondo. Per i più è stato vietato diffondere le vere ragioni per indagare su come una compagnia aerea, un tempo tra le migliori al mondo, fosse finita sul baratro, ma si è pensato bene a dare contro ai lavoratori apostrofandoli come i “privilegiati”. Un’azione mediatica manipolatrice che ha di fatto modificato l’opinione pubblica, mettendo al riparo i veri responsabili del disastro. “Hostess prelevate con la limousine”, titolava un noto giornale nazionale su un articolo che senza troppa retorica gettava in maniera subdola le colpe sui lavoratori, rei di svolgere una professione così poco conosciuta anche dai più eruditi giornalisti e dagli editori che intascavano le pubblicità di Alitalia.

Forse oggi qualche cronista dovrà ricredersi o prendere le distanze da quanto scritto di proprio pugno o fatto scrivere dalle stanze alte delle redazioni, dopo aver letto le motivazioni recenti  dei giudici che il 28 settembre hanno condannato i manager per il dissesto dell’Alitalia: “I vertici ed i dirigenti di Alitalia hanno agito a costo di diminuire il patrimonio della compagnia per interessi del tutto estranei a quelli dell’azienda, piegandosi ad interessi politici del tutto avulsi da quelli imprenditoriali, contribuendo ad aprire una voragine senza fondo che ha inghiottito lavoratori, famiglie, l’economia nazionale”.

Ma dagli interventi che si susseguono ce n’è davvero per tutti. Per i sindacalisti complici del disastro, i quali siglarono senza battere ciglio gli accordi di Palazzo Chigi, assicurando riassunzioni qualora la “baracca Alitalia” fosse ripartita. 

Forse avevano dimenticato la massima dell’ad di Alitalia Cai Rocco Sabelli: Quello di cui abbiamo bisogno è il miglior materiale umano al minor costo”. 

Per la cordata dei “Capitani coraggiosi” spalleggiati da un governo spavaldo e sfacciato votato al salvataggio dell’illusione italiota,  per il conflitto di interessi che emerse in quel frangente tra Air One e Banca Intesa che entravano nell’affare Alitalia con la benedizione di Corrado Passera. 

Un “complotto affaristico massonico, inclusi i sindacati”, l’ha definito senza mezzi termini Antonio Amoroso della Cub Trasporti. 

Ma quello che spaventa e che fa ripensare alle parole irrispettose di Sabelli è che il trasporto aereo continua a crescere esponenzialmente e che il piano di svendita di Alitalia s’inserisce in una realtà calcolata nei minimi particolari, dove il massimo profitto combacia perfettamente con lo smembramento delle professionalità e con l’abbattimento dei costi. Sembra quasi di leggere una storia che avrebbe potuto partorire solo una mente come quella del venerabile Licio Gelli. Dalla cordata italiana alla Ethiad il passaggio è stato breve e indolore e un altro pezzo di Italia se n’è andato.  I lavoratori invece sono rimasti, a volte  hanno atteso speranzosi, qualcuno ha addirittura creduto in un possibile rilancio, e perchè no, qualcuno ha atteso invano un seganle, una lettera, una telefonata per sentirsi dire l’incubo è finito adesso potete tornare a lavorare. Ma il danno ormai è fatto e le parole stanno a zero. Con le unghie e i denti stretti gli ex dipendenti rimasti tagliati fuori continuano a reclamare i loro sacrosanti diritti . “Troppo giovani per andare in pensione, troppo vecchi per lavorare”, è rimasta la migliore risposta ai problemi insoluti. E dal 20 ottobre, cioè da una settimana, anche la mobilità è finita per migliaia di lavoratori che non avranno più un reddito.

Insomma carne da macello, non più materiale umano, gettata in pasto all’economia dei sopravvissuti, ai terremoti calcolati degli avidi manager, ai politici distratti e indifferenti e ai sindacalisti incapaci e arrivisti che guarda caso adesso sono completamente scomparsi dalla scena.  La profezia ha avuto il suo corso e adesso chi ristabilirà se non l’ordine quel minimo di giustizia.  E’ questa l’unica risposta che manca.

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Alessandro Ambrosin

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