Lunedì, 11 Maggio 2020 11:09

Televisione. Il bello dei programmi senza pubblico

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Una cosa di cui molti telespettatori dovrebbero esser grati al coronavirus è di aver eliminato il pubblico da alcuni programmi di varietà o di approfondimento. Oggi è un’esigenza imposta dalle regole sul divieto di assembramento, ma potrebbe domani diventare una bella novità che rivoluzionerebbe molti programmi televisivi condizionati e appesantiti dalla presenza del pubblico in studio.

Non si sa chi ha cominciato, tanti anni fa, col mettere il pubblico a fare da contorno alla scena principale del programma televisivo. Forse l’idea era venuta come alternativa agli applausi registrati che imperversavano nei programmi d’importazione e che ancora oggi sopravvivono in alcuni telefilm del pomeriggio. 

Poi, la presenza del pubblico è dilagata: oggi senza pubblico che applaude a comando vanno in onda solo i telegiornali, i servizi speciali di approfondimento giornalistico, ma non i talk-show, che anzi ne abbondano. Si distinguono Otto e mezzo condotto da Lilli Gruber su La 7, Atlantide di Andrea  Purgatori sulla stessa rete e pochi altri programmi. 

C’è da chiedersi: A sottolineare con fastidiosi applausi a comando la fine di una frase dell’ospite di turno, una battuta meno ovvia del solito, un momento felice del dibattito. Sono applausi ordinati da quello che nei teatri era una volta il capo-claque che al pari del direttore d’orchestra dirigeva i fanatici del loggione, e come tali non sono spontanei, durano più del necessario, spesso coprono le voci del conduttore e dei suoi ospiti e si vede che sono “prezzolati”. Per assicurarsi il pubblico, gli studi televisivi pubblici e privati sono, infatti, disposti a pagare una piccola somma agli aficionados che apposite agenzie reclutano fra massaie, pensionati, sfaccendati che così arrotondano il bilancio familiare da una parte e dall’altra danno sfogo all’impellente esigenza di apparire sul video, sia pure sullo sfondo.

Dopo il famoso decreto del presidente del consiglio dei ministri (DCPM) del 4 marzo scorso che tuttora proibisce gli assembramenti, Rai 1 è stata costretta a interrompere la realizzazione di nuove puntate dell’Eredità, un programma di grande ascolto e quindi da tenere in massima considerazione e ha rimediato mandando in replica alcune vecchie puntate, con l’avvertenza della piccola scritta in alto a destra del teleschermo “programma registrato prima del DCPM del 4 marzo”. Ma quando ha dovuto riprendere a produrre nuove serate (e devolvere a beneficio della Protezione Civile l’importo delle vincite in gettoni d’oro dei concorrenti) ha dovuto fare a meno del pubblico, senza per questo che il programma ne risentisse, anzi è senz’altro più snello e gradevole. Allora? Ci voleva il coronavirus per liberare certi programmi televisivi dal fastidio del pubblico e dei suoi stentati applausi? Si dice che quando la pandemia sarà finita, non tutto tornerà come prima. Liberarci dagli applausi a comando in tv sarebbe una piccola cosa. Ma intanto … 

Una volta i battimani erano solo per gli attori in teatro e per i cantanti all’Opera. Si applaudiva ai comizi in piazza, alla carrozza del re che fendeva la folla plaudente, al dittatore che parlava dal balcone. Oggi si battono le mani ai calciatori in campo, ai tennisti al Foro Italico, ai cavalieri in piazza di Siena. E, mai visto prima, si applaude in chiesa: ai matrimoni, ai funerali, alle cresime ai battesimi.  E, come s’è detto, negli studi televisivi. Sono applausi insinceri ma pretesi dai conduttori dei programmi per garantirsi una copertura in caso di una defaillance improvvisa: la conversazione che langue, un ospite indeciso, una pausa forzata e allora “Un bell’applauso!” che copre tutto. Grazie a Dio, l’informazione, quella vera, non ha bisogno di applausi. 

Di una notizia una volta si diceva: l’ha detto la radio, deve essere vero. Poi la televisione ha ulteriormente ratificato l’autorevolezza della notizia, fino ad allora affidata alla carta stampata. Oggi c’è il Web, che sembrava dovesse spiazzare ogni altro strumento d’informazione. Non è così: il dilagante fenomeno delle fake news ha in qualche modo penalizzato quel canale pseudo-informativo. E la televisione si è ripresa una bella rivincita. Dai dati più recenti risulta, infatti, che l’emergenza determinata dalla pandemia da virus ha rafforzato la carta stampata e i telegiornali: due fonti di notizie una volta in concorrenza, oggi non più. I dati ascolto dei telegiornali sono in ascesa, le copie dei quotidiani non registrano ulteriori cali nelle vendite, al contrario. Segno che il lettore-telespettatore ha fame di notizie, quelle vere, attendibili e al Web lascia gli sfoghi nevrotici dei mitomani, dei terrapiattisti, delle scie chimiche, dei negazionisti di tutto, dalla Shoa allo sbarco sulla Luna.

 Vuoi mettere i bravi mezzi-busti del Tg che non sono mai stati tanto seguiti?  Anche senza applausi. Tutti seri professionisti: dall’intrepida, scarmigliata Giovanna Botteri della Rai (che è stata insultata sul web) al dilagante Enrico “Mitraglia” Mentana de La 7, dall’autorevole Antonio Di Bella di RaiNews 24, al compìto Francesco Giorgino del TG 1, che sembra si sia beccato il coronavirus con un’intervista, ironia della sorte, proprio al ministro della salute Speranza. (Ma questa, forse, è una fake-news).

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