Martedì, 10 Giugno 2014 14:13

Benigni e Scalfari dal San Carlo di Napoli per lanciare un monito alle istituzioni

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NAPOLI - Entra al braccio di Eugenio Scalfari, senza l’accompagnamento abituale della sua marcia del Pinzimonio, il premio Oscar Roberto Benigni in Teatro, il S. Carlo di Napoli. “Pieno, nonostante i sondaggi lo dessero vuoto” ironizza subito sul risultato delle Europee.

E’ irriverente come sempre nella sua lucida analisi degli avvenimenti delle ultime settimane: dall’Expo al Mose, le “grandi opere” che fanno da contraltare alle virtù di Napoli che esalta, riferendosi in primis al San Carlo stesso. È un Benigni tagliente quello dell’apertura che, come abile schermidore, non risparmia sferzate a nessuno: si riferisce agli scandali di Milano, Venezia, Torino che hanno inferto una ferita al Nord dell’Italia. Ironizza: “Al Sud ormai c’è gente che vuole la secessione dal Nord”. Gli tiene testa Scalfari in un continuo siparietto iniziale che va dallo “scalfie” (il selfie con Scalfari) alle candidature per Benigni che dal Quirinale arriva al soglio di S. Pietro, passando per la Presidenza del Consiglio a Palazzo Chigi. I toni si alternano in un continuo avvicendarsi di battute e riflessioni.
Benigni parte con un’invettiva diretta a rivendicare il ruolo che l’Italia ha avuto nella storia Europea: da San Benedetto, non a caso patrono dell’Unione Europea, creatore del brocardo “Ora et labora”, che da piccolo “fraticello” inviò monaci in “giro per l’Europa a diffondere la cultura, attraverso il loro lavoro di amanuensi”, per poi passare a Cristoforo Colombo, scopritore del Nuovo Mondo fino ad arrivare, ironicamente, al bacio alla francese portato oltralpe da Caterina de’ Medici.


E proprio da qui nasce un monito alle istituzioni: fare in modo che l’Italia possa avere, come in passato, un ruolo trainante in Europa. L’unione come la realizzazione di un sogno : unione di diversità creata senza violenze, un lascito dell’Italia anche questo secondo Benigni, stato nato prima come entità culturale poi come Nazione, cita l’art 11 Cost : Lo stato accetta limitazioni di sovranità: “se qualcuno ha da proporre qualcosa di meglio  devo cedere la sovranità  per collaborare alla costruzione di qualcosa di grande”… l’Europa come uno scambio di regole di monete ma soprattutto di sogni,  fine del nazionalismo, cancro della società.

Leit motiv della discussione è la figura di Ulisse, eroe moderno, cui Dante fa un monumento ma poi relega all’Inferno: “Perché? Ora spiegalo”- così in modo diretto Scalfari cede la parola a Benigni. E’ un tono confidenziale, amichevole, una conversazione non tra due persone, ma tra migliaia di spettatori in sala e migliaia di spettatori della diretta web e quando Benigni paragona la figura di Ulisse a quella di Berlusconi -“Ulisse è molto furbo, bravissimo a raggirare le persone, lascia la moglie a casa e va con molte donne. E’ perseguitato...ha avuto una storia con la nipote di Poseidone. Ha sette ville ad Itaca ed il terrore di sentire le sirene"– il cane Dudù diventa Argù sul suggerimento di un pubblico che prende parte al dibattito, è vivo e partecipe, ride applaude interviene in questo sensazionale discorso che abbraccia il tema attualissimo della corruzione e, ad un tempo, quelli della poesia salvifica, dell’Etica e della Teologia, senza soluzione di continuità.


E Ulisse è la chiave di volta: l’eroe, abile raggiratore e “inventore di scelleratezza” dell’ottava Bolgia, quella dei Consiglieri Fraudolenti, che inganna i suoi compagni rendendoli strumenti al suo servizio. L'attore scherza ancora una volta con la sottile ironia che lo caratterizza sui personaggi che popolano questo girone infernale: -“Pensate che facevano nel Medioevo, politici che rubavano, che operavano con frode! Ma noi fortunatamente non le conosciamo queste “robe medievali”.  Ma qual è il peccato di Ulisse? La ubris, la prevaricazione.
L’eroe vuole possedere l’infinito proibito all’uomo, non pone freni alla conoscenza, freni che bisogna rispettare, perché, ed è questo il messaggio senza tempo che il ventiseiesimo canto ci fornisce, bisogna sapere usare l’intelletto con la consapevolezza che non si può arrivare a carpire il senso della vita con esso, perché c’è un limite, simbolicamente posto dalle colonne d’Ercole, oltre il quale non è permesso andare ed è la Virtù.
L’etica, la morale, il rispetto di quelle passioni divine instillate nell’animo umano: la dolcezza di figlio, pietà del vecchio padre e l’amore che Ulisse sacrifica: sono queste le colonne d’Ercole. C’è un fil rouge infatti tra l’eroe greco che col suo intelletto vuole sostituirsi a Dio e l’uomo moderno, teso verso un’incessante ricerca. La clonazione, gli esperimenti che modificano ilDna, non sono altro che un esempio di questo desiderio atavico dell’uomo di gettarsi oltre le barriere.

Cala il Silenzio. E' l’ora solenne della declamazione. Benigni fa prendere vita a quella “Pagina più alta dell’Umana Poesia”, e il teatro resta attonito in ascolto fino all’ ultimo verso, un sussurro che rende ancora più eterna la dannazione di Odisseo : ”...infin che il mare fu sovra noi rinchiuso”... ed è standing ovation.

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