Sabato, 25 Gennaio 2014 14:37

Cina ed emergenti sgomentano le Borse, è venerdì nero

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TRIESTE - I segnali premonitori c’erano già tutti sin dalla seduta dello scorso lunedì, puntualmente confermati dall’andamento di un’ottava che, nel “venerdì nero” di ieri, ha avuto il suo logico e catastrofico epilogo: la peggiore settimana dal maggio 2012 per la Borsa di New York deve la sua pessima chiusura ai timori degli investitori per la tenuta dell'economia cinese, stante la contrazione dell'attività manifatturiera registrata a gennaio, per le turbolenze e le svalutazioni nei paesi emergenti, in particolare in Venezuela, Argentina e Turchia, per le deboli trimestrali sinora registrate a Wall Street.

Certamente le previsioni su questo scenario, diffuse via Twitter dal World Economic Forum (WEF) di Davos dal "Dr. Doom" Nouriel Roubini, professore universitario ed economista statunitense divenuto celebre per aver previsto in anticipo il crollo dei mutui subprime e la conseguente crisi finanziaria globale, non sono delle più incoraggianti: in un parallelo tra lo scoppio della Prima Guerra mondiale (di cui a breve ricorre il centenario) e l'attuale situazione, l'economista individua nelle reazioni alla globalizzazione, nel periodo di grandi disuguaglianze e nelle crescenti tensioni geopolitiche gli echi del conflitto del 1914.

Sta di fatto che la crescita della crisi di liquidità che sta investendo la Cina (il sistema bancario vacilla, i tassi continuano a crescere ed è cominciata una corsa agli sportelli nel timore che la carenza di contante nasconda una più grave insolvenza degli istituti di credito) e l’incertezza sulle prossime mosse della Federal Reserve sul “tapering” (la prossima settimana potrebbe essere deciso un ulteriore taglio degli stimoli monetari) hanno scatenato una fuga di capitali dai paesi emergenti sui quali, a tredici anni dal default, pesa ancora il caso Argentina, non a caso artefice di una nuova maxi svalutazione del peso (-14%) nei confronti del biglietto verde.

 

Nella sola giornata di ieri l'indice MSCI Emerging Markets, paniere di riferimento dei mercati in via di sviluppo, ha registrato un calo dell'1,28%, peggiore performance dallo scorso 21 novembre, mentre da inizio anno la perdita è del 5,1%.  «Potremmo essere sul punto di ingresso di una fase critica - ha commentato a Bloomberg John-Paul Smith, strategist di Deutsche Bank a Londra - Tutti quegli elementi di vulnerabilità che si sono manifestati negli ultimi tre anni stanno iniziando a minare la fiducia degli investitori, con un impatto sull'azionario in generale e sulle Borse emergenti in particolare».

Conseguentemente gli asset più rischiosi (e redditizi), costituiti dai mercati di Paesi quali Cina, India, Russia, Brasile e Sudafrica, che avevano trainato la crescita economica globale dopo il 2008 risultando fortemente gettonati anche nelle prime settimane di quest’anno, ora rischiano di essere contagiati dalla crisi e, in quanto tali, vengono bersagliati dalle vendite degli speculatori internazionali.

L’attuale pausa di riflessione dei mercati si spiega anche con la carenza di aggiornamenti macroeconomici di rilievo, che nella settimana appena trascorsa si sono concentrati principalmente attorno alla divulgazione delle minute della Banca d'Inghilterra, nelle quali l’istituto dichiara di non voler procedere ad un rialzo dei tassi di interesse prima di una discesa del tasso di disoccupazione sotto la soglia del 7%, certificata al 7,1% proprio nello stesso giorno di diffusione dei verbali.

Salita dell'indice PMI manifatturiero dell'Eurozona a gennaio, prima lettura superiore alle stime degli analisti, con contestuale aumento dell’indice di fiducia dei consumatori (stima flash); per quanto riguarda il dettaglio del primo indicatore, l’economia francese si conferma in fase di contrazione mentre quella tedesca continua ad espandersi, tanto da spingere l’agenzia Fitch a confermare ad “AAA” il rating sul debito sovrano della Germania, in virtù del miglioramento del rapporto tra debito e PIL.

Seduta in rosso ieri per i listini asiatici in scia alla chiusura negativa di Wall Street, con i numeri del rallentamento dell’ex Celeste Impero a condizionare tutto il comparto dei paesi emergenti; in netto ribasso la Borsa di Tokyo (-1,94%), dove le preoccupazioni per la crescita dell’economia cinese si sono associate al nuovo apprezzamento dello yen sul dollaro, portando il Nikkei ai livelli più bassi dallo scorso 17 dicembre.

Nel  Vecchio Continente listini volatili sin dalle prime fasi di negoziazione: dopo una partenza positiva hanno repentinamente invertito la rotta iniziando a perdere punti, complice anche l’occasione di portare a casa un po’ di profitti dopo un anno eccezionale come il 2013; tutte le principali Borse di Eurolandia hanno poi chiuso con il segno meno a seguito dei dubbi sulla tenuta delle aree in via di sviluppo: Madrid (-3,64%) a picco, zavorrata dai timori per l’Argentina e dai grandi interessi economici nel paese e nel Sudamerica in generale, Parigi (-2,79%) con Francoforte (-2,48%) e Londra (-1,62%) in forte calo, ad azzerare di fatto tutti i guadagni conseguiti da inizio anno.

La palma di migliore d’Europa spetta a Piazza Affari (FTSE Mib -2,30%, FTSE Italia All Share -2,27%) che, sebbene in rosso, è riuscita a conservare un rialzo del 2,06 % da inizio anno. L’aumento dello spread ha penalizzato soprattutto il comparto bancario, fatta eccezione per la Popolare di Milano (+0,84%) il cui nuovo amministratore delegato, Giuseppe Castagna, ha annunciato una ricapitalizzazione che si concretizzerà soltanto dopo l'approvazione del bilancio 2013, la definizione del piano triennale ed il perfezionamento di una nuova governance dell'istituto; forte ribasso, invece, per Unicredit (-2,45%), alle prese con la crescita dei crediti problematici; in flessione Monte dei Paschi di Siena (-2,7%), nuovamente al lavoro sull'aumento di capitale ed Intesa Sanpaolo (-1,53%), quantunque il consigliere delegato Carlo Messina abbia dichiarato che l'istituto punta a raggiungere un ROE del 10% entro i prossimi 3 anni.

Tra i titoli a maggior capitalizzazione tonfo di Telecom Italia (-4,73%) che, secondo recenti rumors, avrebbe deciso di non cedere le attività brasiliane preferendo procedere ad un aumento di capitale per reperire le risorse necessarie a ridurre l’indebitamento ed a finanziare gli investimenti nell’infrastruttura di rete in Italia;  Fiat (- 3,41%) ancora in rosso nonostante Kepler Cheuvreux abbia incrementato il prezzo obiettivo sul gruppo del Lingotto, con gli esperti a confermare l’indicazione di ridurre l’esposizione sul titolo.

Cresce il differenziale di rendimento tra il Btp decennale ed il Bund tedesco di pari scadenza, con lo spread in rialzo a 225 Bp (Basis point, punti base) dopo aver toccato un picco di 229 Bp, ai massimi dal 27 dicembre, con il tasso sul decennale del Tesoro portatosi al 3,91%. 

Si allarga anche il divario tra i titoli decennali iberici e quelli tedeschi, giunto a 213 punti base per un rendimento dei Bonos al 3,78%.

 

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