Sabato, 03 Maggio 2014 19:55

Alitalia. Torna l’incubo del 2008. A Etihad la parte buona, allo Stato italiano esuberi e debiti

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ROMA - L’ipotesi avanzata dal Messaggero fa ripiombare l’Alitalia a quel fatidico 2008, quando i capitani coraggiosi s’impossessarono per una pipa di tabacco della ormai ex compagnia di bandiera. Pardon, chiaramente della parte “buona”, quella “cattiva” sappiamo bene che fine ha fatto e chi se l’à accollata sul groppone.

E ora la soluzione che si ipotizza a distanza di appena 6 anni, sarebbe esattamente la stessa? Ovvero, la creazione di una nuova società posseduta dal 51% da Cai e dal 49% da Etihad, ovvero la good company, mentre la cosiddetta bad company con tanto di esuberi e debiti con le banche lasciata probabilmente al suo triste destino? Addirittura si ipotizza un nuovo nome per la newco, Alihad, nella quale, qualora partissero le cose,  confluiranno attraverso un cospicuo aumento di capitale ben 560 milioni di euro, più 200 da soggetti privati.

Immediati gli interventi sulla questione Alitalia, sulla quale per ora non c’è ancora nessuna certezza. Come dice la Camusso non è ancora dato a sapere quale sia il piano industriale, motivo per cui ogni soluzione appare forzata e del tutto priva di fondamento.  Anche il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, si dice cauto e replica che senza proposte c’è poco nulla da dire. 

Luigi Angeletti, invece, contrariamente plaude alla newco formata al 51% da Cai e 49% da Etihad e ribadisce che l’assetto societario così suddiviso è sempre stata cosa risaputa e rimane l’unica soluzione. E poi aggiunge: ”Per quanto riguarda l'accollo dei debiti pregressi mi sembra abbastanza naturale che una società che vuole investire in Alitalia sia disposta a mettere soldi non per coprire i debiti passati, ma per creare sviluppo. È evidente che in una situazione come questa non si poteva chiedere a Etihad di versare non so quante centinaia di milioni per coprire i debiti. Mi sembra una soluzione assolutamente ragionevole”.

Parole, quelle di Angeletti, che provocano una certa inquietudine e rendono poco onore  agli 8 mila lavoratori lasciati a terra nel 2008, che proprio nell’ottobre 2015 dovranno cavarsela da soli, senza ammortizzatori sociali, senza un lavoro, senza speranze per il loro futuro e con un’età troppo avanzata per trovare un lavoro e troppo giovane per andare in pensione.

Ma ciò che preme dire è come faccia un sindacalista ad affermare così candidamente che questo è l’unico modo per creare sviluppo, dimenticando quello che successe nel 2008, anche con l’avvallo dei sindacati compiacenti come il suo. Forse Angeletti è già a conoscenza del piano industriale? O forse le cose sono già state decise, proprio come  accadde nel 2008? All’epoca i lavoratori tentarono l’ultima via di salvezza con cortei, sit-in e blocchi stradali, ma la situazione non mutò affatto. Anzi. 

Insomma detta così viene veramente da pensare male. Anche perché finora non si è levato nessun grido del dissenso, pur timido che sia. Tutto tace. I sindacati non proclamano  nessun sciopero anche perché difficilmente  i lavoratori li seguirebbero ancora, come in quel 2008. In tempi di crisi come questo il lavoro è indispensabile per sopravvivere e assistere inermi a un epilogo già visto sarebbe davvero troppo doloroso, ma lo sarebbe  ancor più pensando a quelle lotte che finirono nella grande illusione di una speranza morta e sepolta.

Alessandro Ambrosin

direttore responsabile

www.dazebaonews.it

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