Università e terza missione: oltre le classifiche

I nuovi ranking premiano gli atenei italiani, ma lasciano aperta una domanda: quanto della ricerca diventa conoscenza condivisa? Divulgazione, fiducia pubblica e collaborazione con le imprese richiedono un impegno continuo.

Le classifiche universitarie raccontano una parte importante dell’Italia della conoscenza. Individuano eccellenze, rendono visibili competenze, aiutano a leggere il posizionamento internazionale degli atenei. Ma, dopo aver registrato chi sale e chi scende, dovremmo porci un’altra domanda: quanto sappiamo davvero delle ricerche che contribuiscono a quei risultati?

È qui che il dibattito sui ranking incontra la terza missione delle università: il rapporto tra conoscenza accademica e società. Una ricerca può ottenere riconoscimento nella comunità scientifica e restare poco comprensibile a un cittadino, a un amministratore o a un imprenditore che potrebbe avviare una collaborazione. Ridurre questa distanza dovrebbe essere una priorità del sistema universitario.

Classifiche universitarie 2026: cosa misurano e dove si collocano gli atenei

Tra le pubblicazioni più recenti c’è lo Shanghai Global Ranking of Academic Subjects 2026, uscito il 15 settembre. Nelle graduatorie per disciplina la Sapienza figura al ventesimo posto mondiale in Ingegneria aerospaziale e al ventinovesimo in Fisica; l’Università Statale di Milano è decima in Scienze veterinarie e ventitreesima in Farmacia e scienze farmaceutiche. Sono esempi di specializzazioni che una posizione complessiva di ateneo può rendere meno evidenti.

Per interpretarli occorre guardare al metodo. Il ranking GRAS considera 57 discipline e nove indicatori raggruppati in cinque categorie, legate ai docenti, alla produzione scientifica, alla qualità e all’impatto della ricerca e alla collaborazione internazionale. Descrive soprattutto la forza scientifica nelle singole materie.

Un’altra prospettiva arriva dal QS World University Rankings 2027, pubblicato nel giugno 2026: il Politecnico di Milano è ottantasettesimo al mondo e primo in Italia, mentre la Sapienza è centoundicesima. Nella metodologia QS la reputazione accademica pesa per il 30% e quella presso i datori di lavoro per il 15%: il riconoscimento esterno entra dunque esplicitamente nella valutazione.

Diversa ancora è la classifica Censis 2026/2027, pubblicata il 14 luglio. Tra i mega atenei statali, con oltre 40.000 iscritti, guidano Padova, Bologna e Sapienza. La Calabria è prima tra i grandi, Sassari tra i medi e Camerino tra i piccoli; il Politecnico di Milano guida il gruppo dei politecnici. Il Censis distingue gli atenei per dimensione e natura e considera servizi, strutture, borse di studio, internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, occupabilità.

Queste differenze suggeriscono prudenza: una classifica va letta insieme alla domanda cui cerca di rispondere. La presenza di indicatori reputazionali o digitali, per esempio, non dimostra da sola che i cittadini comprendano meglio la ricerca. E dalla posizione di un’università non possiamo ricavare automaticamente la qualità del suo dialogo con il territorio.

Terza missione: il valore pubblico della conoscenza

Accanto a formazione e ricerca, la terza missione comprende le attività attraverso cui l’università interagisce con la società: trasferimento tecnologico, coinvolgimento dei cittadini, valorizzazione del patrimonio culturale e produzione di benefici sociali. La divulgazione scientifica ne costituisce una componente, insieme a forme di partecipazione che richiedono anche ascolto e confronto.

Questa dimensione è già presente nella valutazione italiana. Nel rapporto ANVUR sulla VQR 2020-2024, presentato nel maggio 2026, i casi di valorizzazione delle conoscenze conferiti sono 858: il 27% riguarda il public engagement e il 26,3% il trasferimento tecnologico. Sono casi selezionati per la valutazione, non un censimento di tutta la comunicazione universitaria.

Esiste dunque un’attività concreta da riconoscere. La questione è come renderla più continua, accessibile e riconoscibile anche a chi non frequenta già l’università. Un evento riuscito può aprire un rapporto; mantenerlo richiede organizzazione.

Perché le notizie sulla ricerca faticano a raggiungere il pubblico

Sostenere che oggi divulgare sia sempre più difficile richiederebbe dati confrontabili nel tempo. Le classifiche non li forniscono. Possiamo però individuare ostacoli documentati e interrogare il modo in cui vengono affrontati.

Già un’indagine britannica sostenuta dal Wellcome Trust nel 2015 indicava nella competizione per il tempo il principale impedimento al coinvolgimento pubblico, segnalato dal 61% dei ricercatori intervistati. È un dato storico, che non misura l’Italia di oggi, ma aiuta a individuare una questione organizzativa: comunicare richiede lavoro, competenze e risorse.

Quando questa attività si aggiunge a didattica, esperimenti, pubblicazioni e progetti senza un sostegno adeguato, la continuità può diventare fragile. Anche la frammentazione può pesare: una notizia distribuita tra siti di dipartimento, pagine personali e archivi difficili da interrogare rischia di essere reperibile soprattutto da chi sa già dove cercarla.

A questo si aggiunge la traduzione tra linguaggi. Un articolo scientifico risponde alle esigenze degli specialisti; il pubblico ha bisogno di comprendere il problema affrontato, il risultato ottenuto e ciò che resta incerto. Rendere visibile una pubblicazione è soltanto il primo passaggio.

Quanto conta la comunicazione nella conoscenza scientifica

Non esiste una percentuale universale con cui misurare quanto la comunicazione determini la conoscenza. Accesso alle informazioni, comprensione, fiducia e disponibilità a collaborare sono risultati diversi, da valutare separatamente.

Un elemento utile arriva dall’Eurobarometro pubblicato nel febbraio 2025: il 58% degli intervistati europei vorrebbe conoscere meglio gli sviluppi scientifici e l’80% ritiene che i risultati della ricerca finanziata con risorse pubbliche debbano essere disponibili gratuitamente online. Questi dati indicano una domanda di conoscenza, senza dimostrare che una maggiore quantità di contenuti produca automaticamente maggiore comprensione.

La conseguenza che possiamo trarne è operativa: occorre rendere le informazioni trovabili, leggibili e verificabili. Spiegare che cosa sostiene una conclusione, quali limiti abbia uno studio e dove consultare la fonte aiuta il lettore a orientarsi.

Per l’opinione pubblica questo significa disporre di strumenti migliori per discutere di salute, ambiente, energia e tecnologie. Significa anche poter valutare l’impiego delle risorse pubbliche e rivolgere domande informate alle istituzioni scientifiche. L’obiettivo dovrebbe essere una partecipazione consapevole, capace anche di esprimere dubbi e dissenso.

Divulgare bene significa raccontare anche i limiti

La ricerca ha bisogno di attenzione, ma il modo in cui la ottiene conta. Uno studio pubblicato sul BMJ nel 2014, con primo autore Petroc Sumner della Cardiff University, analizzò 462 comunicati di 20 università britanniche e le notizie collegate. Le esagerazioni presenti nei comunicati risultavano fortemente associate a esagerazioni nella copertura giornalistica. Lo studio era osservazionale: documentava un’associazione, non una prova causale.

È un richiamo alla responsabilità lungo l’intera catena informativa. Ricercatori, uffici stampa e giornalisti contribuiscono alla qualità di ciò che arriva al lettore.

Una divulgazione adeguata dovrebbe distinguere un’ipotesi da un risultato consolidato, un prototipo da una soluzione disponibile, una possibile applicazione da un beneficio dimostrato. Dovrebbe indicare autori, istituzioni, finanziamenti rilevanti e ricerca originale. La chiarezza sui limiti consente al pubblico di comprendere anche perché la scienza corregga e aggiorni le proprie conclusioni.

Università e imprese: conoscere la ricerca per avviare innovazione

Per un’impresa interessata a investire in ricerca e sviluppo, una notizia scientifica può rappresentare il primo contatto con una competenza utile. Per trasformarsi in collaborazione, però, deve consentire di capire quale problema il gruppo di ricerca sappia affrontare, quali risultati abbia ottenuto e chi possa discutere un progetto.

Immaginiamo una piccola azienda che cerchi di ridurre i consumi di un processo produttivo. Sapere che un ateneo eccelle in ingegneria può orientarla; trovare una scheda comprensibile sui laboratori, sulle tecnologie studiate e sui referenti le permette di compiere un passo concreto.

È coerente con questa esigenza il codice europeo sulla collaborazione tra industria e università per la valorizzazione delle conoscenze, che propone strumenti per costruire relazioni e sviluppare conoscenza congiuntamente.

La comunicazione può facilitare l’incontro, ma servono anche capacità tecnica dell’impresa, risorse, tempi compatibili e accordi chiari. Sarebbe perciò utile affiancare al racconto divulgativo informazioni sul grado di maturità dei risultati, sulle verifiche ancora necessarie e sulle modalità di collaborazione, coordinandole con la tutela delle informazioni riservate.

Questo rapporto deve inoltre preservare lo spazio della ricerca di base e delle discipline i cui benefici culturali e sociali non si traducono in un prodotto. Il valore pubblico dell’università comprende anche conoscenze che oggi non sappiamo ancora come utilizzare.

Dall’annuncio a una divulgazione continua

Una proposta concreta è riconoscere la comunicazione della ricerca come una funzione stabile dell’ateneo. Servono ricercatori affiancati da professionisti della comunicazione scientifica, collegamenti regolari con i dipartimenti e con chi segue il trasferimento tecnologico, archivi accessibili e referenti identificabili.

La continuità dovrebbe riguardare anche il seguito delle notizie: che cosa è accaduto dopo il primo risultato? Quali verifiche lo hanno rafforzato o ridimensionato? Sono nate collaborazioni? Quali domande restano aperte? Raccontare questi passaggi permette di mostrare come lavora la ricerca, senza trasformare ogni pubblicazione in una promessa.

Anche la valutazione dovrebbe andare oltre il numero di comunicati o visualizzazioni. Sarebbe utile verificare che cosa abbiano compreso i destinatari, quali pubblici siano stati raggiunti, quali richieste qualificate siano arrivate e quali collaborazioni siano proseguite. Sono indicatori da interpretare nel contesto, evitando di attribuire alla sola comunicazione risultati prodotti da molte condizioni.

Le classifiche offrono ragioni per riconoscere il lavoro delle università italiane. La terza missione invita a compiere un passo ulteriore: fare in modo che quel lavoro diventi comprensibile, discutibile e accessibile. Una società informata può scegliere meglio; un’impresa che conosce le competenze disponibili può trovare nuove possibilità di innovazione. È anche attraverso questa relazione quotidiana che l’eccellenza accademica acquista valore pubblico.

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