Dalla bottega alla formazione delle nuove generazioni: quattro domande al maestro del Conservatorio Santa Cecilia sul mestiere che dà voce al legno
Prima che un violino arrivi sul palcoscenico, c’è un lavoro fatto di ascolto, precisione e pazienza. È quello del liutaio, artista e artigiano che costruisce, restaura e cura gli strumenti musicali a corda. Nella liuteria ad arco, violini, viole, violoncelli e contrabbassi prendono forma attraverso gesti tramandati tra generazioni: scegliere il legno, lavorarlo con sgorbie e pialle, curare ogni dettaglio della costruzione. Un sapere nel quale sensibilità musicale, abilità manuale e conoscenza dei materiali si incontrano.
A questa tradizione appartiene Mauro Fabretti, allievo del maestro Rodolfo Marchini e legato, attraverso il suo insegnamento, alla bottega di Giuseppe Lucci e alla scuola Bisiach.
Al Conservatorio di Musica Santa Cecilia di Roma, Fabretti ha dato vita nell’anno accademico 2010/2011 al corso di liuteria: un percorso che affianca 15 ore di teoria a 150 ore di laboratorio, dedicate alla costruzione, al restauro e alla conservazione degli strumenti ad arco. Gli strumenti realizzati rimangono di proprietà del Conservatorio, che li concede in prestito gratuito agli allievi che ne fanno richiesta: un legame concreto tra formazione artigianale e studio della musica.
Fabretti sarà presente a Cremona Musica Expo & Festival 2026, in programma da venerdì 2 a domenica 4 ottobre alla Fiera di Cremona. In vista dell’appuntamento, Dazebaonews gli propone quattro domande per conoscere da vicino questa attività e interrogarsi sul suo futuro.

Quando ascoltiamo un violino raramente pensiamo alle mani che lo hanno costruito: quali scelte del liutaio contribuiscono maggiormente a dare a ogni strumento una voce riconoscibile?
In ogni strumento il liutaio mette la propria personalità e le conoscenze acquisite dalla scuola da cui proviene. La scelta degli spessori, la scultura delle curve, la scelta del legno e, non per ultima, la vernice contribuiscono alla sonorità e alla qualità dello strumento.
Sono elementi che vanno pensati insieme: il carattere di un violino nasce dall’equilibrio fra le sue parti e dall’attenzione con cui ogni passaggio viene eseguito. Anche il rispetto di un modello tradizionale lascia spazio alla sensibilità e all’esperienza di chi lo realizza.
In particolare, per le vernici uso ricette della tradizione dei grandi maestri del Settecento, tramandatemi attraverso l’insegnamento ricevuto: sandracca, mastice in lacrime, gomma gutta, trementina di Venezia, gomma damar, benzoino, gomma elemi, copale di Manila e altre gomme, resine e coloranti, come il sandalo e il sangue di drago.
Queste sostanze, sapientemente dosate e disciolte insieme in alcol puro, formano la vernice, che applico con circa trenta-quaranta mani a pennello e una lucidatura a tampone. È una lavorazione che richiede pazienza e sensibilità: anche nella finitura si riconosce quella cura del dettaglio che accompagna la costruzione dello strumento fin dall’inizio.
La sua formazione si inserisce in una tradizione trasmessa da maestro ad allievo: come possono dialogare questo patrimonio di esperienza e la ricerca sull’acustica e sui materiali, e in quali fasi del lavoro trova più utile questo confronto?

Cerco di rispettare al meglio la tradizione e i dettami dei miei maestri, accompagnandoli con una continua ricerca acustica ed estetica. Gli insegnamenti ricevuti sono il punto di partenza: permettono di comprendere le ragioni di un gesto, di una proporzione, di una scelta costruttiva. Da questa conoscenza può nascere anche la capacità di sperimentare con consapevolezza.
Il confronto con la ricerca diventa particolarmente interessante quando si studia il rapporto tra la forma dello strumento e la sua risposta sonora, oppure quando si cerca di capire come rispondere alle esigenze dei musicisti. In questa direzione si inserisce anche il lavoro sul violino sperimentale “Santa Cecilia”, sviluppato insieme a Massimo de Bonfils: un percorso che affianca lo studio della liuteria classica alla ricerca di nuove possibilità costruttive. Per me la continuità della tradizione passa anche attraverso questa curiosità: conoscere a fondo ciò che ci è stato consegnato e continuare a interrogarlo attraverso il lavoro.
Al Conservatorio Santa Cecilia la liuteria si impara anche costruendo strumenti destinati agli studenti: quali competenze e quali condizioni servono perché un giovane possa trasformare questa esperienza in un mestiere, capace di offrirgli un futuro professionale?
Innanzitutto, tanta passione. Poi bisogna avere una buona manualità che, affinata con la pratica, può portare a ottimi risultati. Il liutaio, come dico sempre, dovrebbe avere l’occhio del pittore e la mano dello scultore: saper riconoscere l’armonia delle forme e, nello stesso tempo, possedere la precisione necessaria per tradurla nella materia.
Queste capacità crescono con l’esercizio, con l’osservazione e con la disponibilità ad accettare e correggere i propri errori. Occorrono pazienza, costanza e rispetto dei tempi di apprendimento: la sicurezza nell’uso degli attrezzi e l’autonomia nelle scelte si conquistano gradualmente. Per costruire un futuro professionale è inoltre importante imparare ad ascoltare i musicisti, comprenderne le esigenze e instaurare con loro un rapporto di fiducia.
Al Conservatorio, sapere che uno strumento realizzato in laboratorio potrà essere affidato a uno studente dà un significato concreto a questo percorso. Il lavoro delle proprie mani entra nella vita musicale di un’altra persona, accompagnandone lo studio e la crescita. È un’esperienza che aiuta a comprendere anche la responsabilità del mestiere.
A Cremona Musica 2026 incontrerà musicisti, appassionati e persone che forse non sono mai entrate in una bottega: quale lavorazione, strumento o storia vorrebbe mostrare loro per far comprendere il valore della liuteria e l’importanza di sostenerne la continuità?
Vorrei mostrare il lavoro artigianale che c’è dietro uno strumento e cosa può uscire dalle mani di una persona che entra in questo mondo e che intende lasciare un segno del proprio passaggio su questa terra. Mi piacerebbe far comprendere il percorso che conduce dal legno allo strumento finito: la costruzione delle forme, la cura degli spessori, la lavorazione dei dettagli e la pazienza della verniciatura. Osservare questi passaggi permette di riconoscere, dentro un violino, il tempo e il sapere necessari a realizzarlo.
Ogni strumento è come un testamento artistico che il liutaio lascia nella storia per centinaia di anni. Può attraversare generazioni, passare nelle mani di musicisti diversi e continuare a esprimere qualcosa di chi lo ha costruito. È questa possibilità di durata a rendere il nostro lavoro così affascinante e a dare valore alla trasmissione delle conoscenze. Sostenere la continuità della liuteria significa offrire ai giovani l’occasione di imparare, praticare e sviluppare una propria sensibilità, affinché quel patrimonio possa continuare a vivere in nuovi strumenti e in nuova musica.



