Salute mentale al lavoro: solo il 38% considera sano l’ambiente aziendale

I dati diffusi da Great Place to Work Italia mostrano un divario nel benessere psicologico dei dipendenti. Giovani e responsabili di primo livello registrano i peggioramenti più marcati, mentre le imprese sperimentano nuovi strumenti di prevenzione.

La salute mentale al lavoro passa dalla possibilità di chiedere aiuto, dalla qualità delle relazioni e da carichi professionali sostenibili. Eppure, nel riferimento italiano utilizzato da Great Place to Work, soltanto il 38% dei lavoratori considera il proprio ambiente sano dal punto di vista psicologico. Nelle aziende certificate la quota raggiunge il 71%: un divario di 33 punti percentuali che richiama l’attenzione sul ruolo dell’organizzazione del lavoro.

Il confronto accompagna un’analisi condotta da Great Place to Work Italia tra il 2022 e il 2025 su 310mila collaboratori di 496 aziende. Il valore di riferimento nazionale proviene dall’European Workforce Study. Si tratta di valutazioni espresse dai lavoratori sul contesto aziendale, non di diagnosi cliniche.

Benessere psicologico in calo anche nelle aziende certificate

Anche le organizzazioni certificate registrano un arretramento: la percentuale di collaboratori che descrive l’ambiente come psicologicamente sano scende dal 76% del 2022 al 71% del 2025.

Il peggioramento è più evidente tra i dipendenti di 26-34 anni, per i quali il dato passa dal 74% al 68%, e tra i responsabili di primo livello, dal 76% al 70%. In entrambi i casi la flessione è di sei punti percentuali. I vertici aziendali mantengono invece una valutazione molto più positiva, pressoché stabile: dal 90% all’89%.

Questa distanza suggerisce una questione organizzativa: chi dirige un’impresa può avere una percezione del clima interno diversa da quella di chi affronta quotidianamente scadenze, richieste operative e gestione dei gruppi di lavoro.

Burnout e paura del giudizio: cosa emerge dall’indagine statunitense

Un secondo quadro arriva dal Workplace Mental Health Poll 2026, realizzato dalla National Alliance on Mental Illness (NAMI) con Ipsos. L’indagine riguarda 2.153 adulti statunitensi occupati a tempo pieno in aziende con almeno 100 dipendenti: i risultati vanno quindi letti nel loro specifico contesto.

Il 53% riferisce di essersi sentito in burnout a causa del lavoro nell’ultimo anno. Il 39% segnala un impatto negativo delle richieste lavorative sulla propria salute mentale e il 26% dichiara di aver considerato le dimissioni per ragioni legate al benessere psicologico.

Il 74% ritiene appropriato parlare di salute mentale sul lavoro, ma la disponibilità al dialogo incontra ancora ostacoli. La paura di essere giudicati riguarda il 43% dei dipendenti nelle aziende che offrono formazione sul tema, contro il 52% dove questa formazione manca.

Particolarmente esposti risultano i caregiver: il burnout dichiarato raggiunge il 61%, rispetto al 49% di chi non svolge attività di assistenza non retribuita. Sono dati che richiamano l’attenzione sulla compatibilità tra responsabilità professionali e impegni di cura.

Rischi psicosociali: l’allarme dell’Organizzazione internazionale del lavoro

La dimensione globale emerge dal rapporto 2026 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che stima oltre 840mila decessi annui associati ai rischi psicosociali lavorativi.

La stima considera condizioni come orari prolungati, insicurezza occupazionale e molestie, associate soprattutto a malattie cardiovascolari e disturbi mentali. Il dato riguarda dunque un insieme ampio di esposizioni e conseguenze sanitarie.

La prevenzione richiede attenzione a come il lavoro viene progettato, distribuito e gestito: tempi, autonomia, relazioni professionali e chiarezza delle responsabilità entrano così nel dibattito sulla tutela della salute.

Cinque iniziative aziendali per sostenere i dipendenti

Tra le esperienze segnalate da Great Place to Work figurano interventi diversi per struttura e obiettivi. Sono esempi di politiche aziendali, la cui efficacia va valutata nel contesto in cui vengono applicate.

  • Bending Spoons: ferie senza un tetto massimo e supporto psicologico. L’iniziativa descritta prevede libertà nella durata delle ferie, attenzione a chi riposa poco e consulenze di salute mentale per collaboratori e familiari.
  • Prestiter: un responsabile del benessere organizzativo. Il Chief Happiness Officer si occupa dell’ascolto dei bisogni delle persone e della motivazione dei gruppi di lavoro.
  • Hilti: incontri fuori sede e consapevolezza dello stress. I Team Camp includono attività dedicate al rapporto tra cura delle persone e risultati, con attenzione all’iperconnessione e al recupero.
  • Accenture: dirigenti impegnati contro lo stigma. La campagna Mind the Gap coinvolge i leader come alleati della salute mentale, affiancando sensibilizzazione e iniziative di supporto.
  • AbbVie: formazione all’ascolto per i manager. Il percorso Real Essentials promuove rispetto, empatia, autenticità e ascolto nelle relazioni quotidiane con i collaboratori.

La salute mentale entra nella qualità del management

Per Gaia Morselli, Head of Consulting Services di Great Place to Work Italia, integrare ascolto e sostegno psicologico nella cultura aziendale è una condizione sempre più rilevante per attrarre e trattenere le persone.

La questione riguarda la coerenza tra iniziative dichiarate e vita quotidiana dell’organizzazione. Un servizio di supporto acquista valore quando è accessibile e riservato; la flessibilità diventa concreta quando può essere utilizzata; la formazione dei dirigenti conta quando modifica il modo di assegnare obiettivi, affrontare le difficoltà e riconoscere il lavoro svolto.

Proteggere la salute mentale dei dipendenti significa intervenire sulle condizioni in cui le persone lavorano. È su questa capacità che le imprese sono chiamate a misurare la qualità della propria cultura organizzativa.


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