Il rapporto Istat fotografa una spesa in crescita, trainata dalle università. Restano il divario con l’Europa, la concentrazione nelle grandi imprese e l’incertezza sulla continuità dei finanziamenti. Ecco dove vanno le risorse e come leggere i numeri.
Trentuno miliardi di euro possono sembrare una cifra rassicurante. Per capire come sta la ricerca in Italia, però, bisogna guardare dentro quel numero: chi investe, chi arretra e quanto pesa la conoscenza nelle scelte economiche del Paese.
Il rapporto Istat Ricerca e sviluppo in Italia – Anni 2024-2025, pubblicato il 24 settembre 2026, restituisce un quadro diseguale. Nel 2024 la spesa raggiunge 31,04 miliardi di euro, in aumento del 5,6% a prezzi correnti sul 2023. Le università accelerano, le grandi aziende consolidano il proprio ruolo, mentre piccole e medie imprese riducono l’impegno.
La precisazione iniziale è essenziale: questi 31 miliardi rappresentano spesa sostenuta nel 2024, non un fondo ancora disponibile da distribuire. E la crescita nominale, non depurata dall’inflazione, non misura da sola l’aumento delle attività di ricerca.
Quanto investe l’Italia nella ricerca rispetto all’Europa
La spesa italiana in ricerca e sviluppo sale dall’1,37% del PIL nel 2023 all’1,40% nel 2024. Un miglioramento contenuto, che lascia una distanza significativa dalla media europea: secondo Eurostat, nell’aggiornamento del 30 settembre 2026, l’Unione europea raggiunge il 2,26% del PIL nello stesso anno.
Il divario è di 0,86 punti percentuali. Le risorse sono consistenti in valore assoluto, ma l’intensità dell’investimento resta nettamente inferiore a quella europea. È questo il primo limite da considerare quando si parla dei “tanti soldi” destinati alla ricerca.
Università in crescita e imprese a velocità diverse
Le imprese rimangono il principale soggetto che svolge ricerca, con il 56,6% della spesa nazionale. La crescita più forte arriva però dagli atenei: 8,35 miliardi, il 13,4% in più rispetto al 2023.
| Chi svolge ricerca | Spesa 2024, miliardi di euro | Variazione sul 2023 | Variazione addetti* |
|---|---|---|---|
| Imprese | 17,57 | +2,4% | −5,9% |
| Università | 8,35 | +13,4% | +13,6% |
| Istituzioni pubbliche | 4,58 | +4,7% | +5,6% |
| Istituzioni private non profit | 0,55 | +7,9% | +7,1% |
| Totale | 31,04 | +5,6% | +1,2% |
Fonte: Istat. Importi arrotondati. Gli addetti sono misurati in equivalenti a tempo pieno: l’indicatore esprime il tempo effettivamente dedicato alla ricerca, non il numero delle persone.
Il dato delle aziende nasconde una frattura. Nelle grandi imprese la spesa cresce del 6,4%; nelle piccole, con meno di 50 addetti, scende del 13,7%; nelle medie diminuisce del 5,2%. Le grandi assorbono ormai il 76% della spesa delle imprese, mentre alle multinazionali fa capo l’82,2%.
Ne emerge un sistema nel quale la capacità di sostenere la ricerca si concentra nei soggetti più strutturati. La difficoltà delle PMI è quindi un problema centrale per diffondere l’innovazione nel tessuto produttivo.
Istat segnala anche una possibile influenza delle regole e dei controlli sul credito d’imposta: alcune imprese potrebbero aver riclassificato attività prima considerate ricerca. Il calo statistico richiede dunque cautela e non va interpretato automaticamente come una diminuzione equivalente di tutta l’innovazione aziendale.
Finanziamenti alla ricerca: quanti soldi e da dove arrivano
Nel 2024 le imprese finanziano circa 15 miliardi, pari al 48,3% della spesa complessiva. Le istituzioni pubbliche contribuiscono per circa 12 miliardi, il 38,6%, e i finanziatori esteri per circa 3,3 miliardi, il 10,7%. La quota restante proviene da università e non profit.
Questi importi spiegano l’origine dei 31 miliardi: non devono essere sommati al totale della spesa. Diverso ancora è il dato degli stanziamenti pubblici, che riguarda le previsioni di bilancio.
| Indicatore | Importo | Che cosa misura |
|---|---|---|
| Spesa complessiva in R&S nel 2024 | 31,04 miliardi | Attività svolte in Italia all’interno di imprese, atenei ed enti |
| Finanziamenti pubblici alla spesa R&S del 2024 | Circa 12 miliardi | Componente finanziata dalle istituzioni pubbliche, già inclusa nel totale |
| Stanziamenti pubblici 2024 | Circa 13,5 miliardi | Previsioni di spesa assestate di amministrazioni centrali, Regioni e Province autonome |
| Stanziamenti pubblici 2025 | Circa 13,1 miliardi | Previsioni iniziali, in diminuzione del 3,2% nel confronto riportato da Istat |
Fonte: Istat. Le righe descrivono misure diverse e non sono sommabili. Il confronto degli stanziamenti accosta il bilancio iniziale 2025 a quello assestato 2024; non misura la variazione della spesa effettivamente realizzata.
Nel bilancio pubblico assestato 2024, il 40,7% degli stanziamenti per R&S è destinato alla voce relativa al Fondo di finanziamento ordinario delle università. Seguono spazio, con il 14%, salute umana, con l’11,6%, e produzioni e tecnologie industriali, con il 7,9%.
Il rapporto non indica quanto denaro sia ancora assegnabile attraverso bandi aperti, né permette di isolare il contributo del PNRR alla crescita osservata. Attribuire automaticamente gli aumenti a uno specifico programma significherebbe andare oltre i dati disponibili.
Quale ricerca cresce e dove si concentra
La ricerca applicata rimane la componente maggiore, con circa 12,5 miliardi di euro. Lo sviluppo sperimentale, rivolto a nuovi prodotti e processi, raggiunge 10,5 miliardi e cresce del 9,8%. Alla ricerca di base vanno circa 8 miliardi, in aumento del 5,9%.
Nelle imprese, tuttavia, la spesa per ricerca di base diminuisce del 5,8% e quella applicata del 4,6%, mentre aumenta lo sviluppo sperimentale. È un orientamento verso attività più vicine all’industrializzazione che rende ancora più rilevante il ruolo degli atenei: nelle università oltre metà della spesa è destinata alla ricerca di base.
Anche la geografia rimane squilibrata. Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Piemonte concentrano oltre il 60% della spesa nazionale, pari a 18,9 miliardi. Il Sud registra una crescita dell’8,9%, ma nel Mezzogiorno il peso di università e settore pubblico resta determinante.
Più ricercatori, ma continuità da costruire
I ricercatori aumentano del 5,4%, raggiungendo circa 179mila equivalenti a tempo pieno. La crescita è forte nelle università, +15,3%, mentre nelle imprese si registra un calo del 4,3%.
Per il 2025 i dati preliminari indicano una diminuzione della spesa aziendale del 2,6%, a fronte di aumenti nelle istituzioni pubbliche e nel non profit. Mancano però i dati degli atenei: non è possibile ricavarne un bilancio complessivo della ricerca italiana nel 2025.
Il quadro suggerisce una priorità: trasformare l’aumento delle risorse in capacità scientifica duratura, con continuità dei gruppi di ricerca, laboratori operativi e collaborazioni accessibili anche alle imprese minori. Sono obiettivi da verificare attraverso indicatori ulteriori: il rapporto misura soprattutto risorse e personale, non l’efficacia dei finanziamenti o la qualità dei risultati scientifici.
La domanda riguarda quindi il futuro di questo investimento: quanta capacità di produrre conoscenza rimarrà quando i singoli finanziamenti saranno terminati? Per un Paese che dedica alla ricerca una quota di PIL ancora distante dalla media europea, la risposta conta quanto l’ammontare degli stanziamenti.



