Restauro sostenibile: l’ossigeno atomico pulisce le opere d’arte

Il progetto europeo MOXY porta nei laboratori di restauro una tecnologia ispirata alla ricerca spaziale. L’Università di Pisa tra i protagonisti: tre prototipi per sperimentare la rimozione di fuliggine e depositi senza strofinare le superfici.

Il nero della fuliggine può nascondere un dipinto, insinuarsi nella porosità del gesso, alterare l’aspetto di una scultura. Toglierlo significa affrontare uno dei problemi più delicati del restauro: eliminare il deposito preservando ciò che si trova sotto. Una possibile risposta arriva dalla ricerca spaziale e ha un nome poco familiare fuori dai laboratori: ossigeno atomico.

A studiarne le applicazioni nella conservazione del patrimonio culturale è MOXY, progetto europeo che nel 2026 conclude quattro anni di ricerca. Il risultato è lo sviluppo di tre prototipi, ospitati a Pisa, Gand ed Eindhoven, per portare questa tecnologia direttamente nei laboratori di restauro.

Che cos’è l’ossigeno atomico e perché interessa il restauro

Negli strati più alti dell’atmosfera, l’ossigeno può presentarsi sotto forma di singoli atomi. È una specie chimica molto reattiva, conosciuta in ambito aerospaziale per la sua capacità di deteriorare i materiali esposti delle navicelle.

Quella stessa reattività, opportunamente controllata, può diventare utile per la pulitura delle opere d’arte. Il principio consiste nel far reagire l’ossigeno atomico con determinati depositi presenti sulla superficie, trasformandoli in prodotti gassosi che si allontanano dall’opera.

Il precedente più celebre riguarda Bathtub, dipinto di Andy Warhol vandalizzato con del rossetto. Negli anni Novanta, gli scienziati della NASA Sharon Rutledge Miller e Bruce Banks applicarono l’ossigeno atomico per rimuovere le tracce. Da quell’esperienza prende le mosse il progetto MOXY.

La novità di MOXY: lavorare a pressione ambiente

Le prime applicazioni richiedevano apparecchiature complesse e camere sottovuoto. MOXY ha lavorato per superare questo ostacolo, sviluppando sistemi utilizzabili a pressione ambiente.

Come spiega Ilaria Bonaduce, docente del Dipartimento di Chimica e Chimica industriale dell’Università di Pisa e responsabile del progetto per l’Ateneo, il prototipo pisano permette di indirizzare un flusso di ossigeno atomico direttamente sulla superficie da trattare.

La pulitura avviene senza contatto meccanico: non occorre strofinare, bagnare il materiale o applicare solventi durante il trattamento. Una caratteristica particolarmente interessante per superfici fragili o difficili da affrontare con gli strumenti consueti.

Fuliggine e depositi neri: come funziona la pulitura

Tra i risultati più promettenti figurano quelli ottenuti sui depositi carboniosi prodotti da fumo, incendi e inquinamento. In questi casi, l’ossigeno atomico reagisce con il deposito trasformandolo in anidride carbonica, che si disperde in forma gassosa.

La sperimentazione ha coinvolto materiali molto diversi: gesso, pietra, dipinti a olio e a tempera, tessuti, carta, rivestimenti e plastiche. Sono stati studiati anche i veli biancastri che possono comparire su alcuni dipinti moderni e le tracce di atti vandalici.

L’interesse riguarda anche la sostenibilità del processo. Ridurre l’impiego di solventi e materiali di consumo può limitare la produzione di rifiuti contaminati associati alla pulitura. Il trattamento dei depositi carboniosi, inoltre, non lascia sulla superficie residui solidi del materiale rimosso.

Uno strumento in più per i restauratori

L’ossigeno atomico amplia le possibilità di intervento, con applicazioni da valutare in funzione del materiale e del problema conservativo.

Bonaduce sottolinea che la tecnologia può essere utilizzata autonomamente oppure affiancata ai metodi tradizionali. Nel caso dell’argento annerito, per esempio, il trattamento modifica la patina e ne facilita la successiva rimozione con acqua.

La compatibilità con ciascuna superficie resta un punto decisivo: i risultati sperimentali non equivalgono a una garanzia di impiego indiscriminato su qualsiasi opera. La ricerca riguarda proprio le condizioni nelle quali la pulitura può risultare efficace e rispettosa dei materiali originali.

Il ruolo dell’Università di Pisa e il simposio del 6 ottobre

Coordinato dall’Università di Gand, MOXY è finanziato dal programma Horizon Europe, con il grant agreement 101061336, per il periodo 2022–2026. L’Università di Pisa è l’unico partner italiano del consorzio.

Il gruppo pisano comprende Ilaria Bonaduce, Celia Duce, Ilaria Degano, Alessia Andreotti, Silvia Pizzimenti, Erika Ribechini e Jacopo La Nasa.

I risultati sono al centro del simposio internazionale del 6 ottobre 2026, ospitato all’Opera della Primaziale Pisana e dedicato all’innovazione sostenibile nella conservazione dei beni culturali. Il programma affronta la validazione scientifica della tecnologia, gli effetti sui materiali e il passaggio dalla sperimentazione alla pratica museale. Il 7 ottobre è prevista una dimostrazione nei laboratori dell’Ateneo.

Per il restauro si apre così una possibilità concreta: affrontare alcuni depositi particolarmente ostinati attraverso una reazione chimica controllata, riducendo la necessità di intervenire meccanicamente sulle superfici.


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