In occasione della Giornata mondiale della menopausa che si tiene il 18 ottobre, incontriamo la specialista in Medicina interna per parlare di dolore, qualità della vita e scelte terapeutiche
La dottoressa Cristina Lenzi si è laureata e specializzata con il massimo dei voti in Medicina interna all’Università degli Studi di Siena, dove ha conseguito anche un dottorato di ricerca in Malattie osteometaboliche. Ha maturato oltre vent’anni di esperienza come dirigente medico nell’ASL Sud-Est Toscana, tra Pronto soccorso e Medicina interna, e approfondito la terapia con ormoni bioidentici attraverso due master alla Marion Gluck Clinic di Londra. Oggi svolge la propria attività presso Medyca, a Siena.
In vista del 18 ottobre, le abbiamo rivolto quattro domande per approfondire come affrontare la perimenopausa e la menopausa, quali valutazioni siano necessarie e come orientarsi tra le possibilità di cura.
Dottoressa Lenzi, nella sua esperienza clinica quali difficoltà incontrano le donne nel riconoscere i sintomi della perimenopausa e nel chiedere aiuto? Perché questa fase viene ancora spesso vissuta come qualcosa da sopportare?
La difficoltà più grande è che molte donne non sanno di trovarsi in perimenopausa. Il ciclo c’è ancora, magari un po’ irregolare, e per ogni disturbo c’è già una spiegazione pronta: il lavoro, lo stress, i figli, l’età. Così il sonno che peggiora, la stanchezza, l’umore che cambia e i dolori alle articolazioni restano disturbi separati, e quasi nessuna, quando arriva da me, sa che fanno parte dello stesso quadro.
Poi, quando il dolore diventa fisso, alle donne in menopausa si dice ancora: «È la fase della vita, dovete sopportare». Oggigiorno si parla ancora malvolentieri della menopausa, perché molte donne se ne vergognano, come se fosse un’etichetta di vecchiaia stampata in fronte. La menopausa è una fase della vita, e arrivarci è una fortuna, ma bisogna viverla stando bene: non c’è niente da sopportare a prescindere.

Il dolore cronico è il tema della Giornata mondiale della menopausa 2026. Quale relazione può esserci tra cambiamenti ormonali, dolori articolari e rigidità mattutina, e come si accerta che non dipendano da altre patologie?
Gli ormoni c’entrano molto. Gli estrogeni, tutti e non solo l’estradiolo, servono a nutrire le articolazioni e le inserzioni dei tendini, cioè i punti in cui il tendine si attacca all’osso. Quando calano, le articolazioni si «seccano», e i dolori compaiono nelle piccole come nelle grandi articolazioni, spesso di notte, insieme alla rigidità del mattino. Già prima, in perimenopausa, quando gli estrogeni sono in eccesso rispetto al progesterone, i tendini si possono infiammare.
Per capire se dipendono dagli ormoni, oltre al profilo ormonale guardo come si comporta il dolore. Il dolore da causa ormonale si sposta, per due o tre notti fa male una spalla e poi l’altra, si sente soprattutto di notte, e la rigidità del mattino si scioglie muovendosi.
Il dolore dell’artrosi invece è fisso, giorno e notte. Quando le articolazioni sono gonfie e calde, o restano rigide per ore, è il caso di farle vedere a un reumatologo. Spesso questi dolori vengono scambiati per fibromialgia, ma il dolore non va mai ignorato: è un sintomo, e bisogna capire da dove viene, perché ogni causa ha la sua cura. Nella mia esperienza, quando si riportano gli ormoni in equilibrio, i dolori migliorano nella maggior parte delle donne. Se non migliorano, alla base c’è un’altra causa, che va cercata e poi risolta.
Lei ha approfondito l’impiego degli ormoni bioidentici: che cosa significa questa definizione e come si distinguono i medicinali autorizzati dalle preparazioni galeniche? Quali criteri guidano la scelta tra terapia ormonale e alternative non ormonali, anche per le donne con una storia di tumore al seno?
Bioidentico vuol dire che la molecola è identica, nella struttura chimica, a quella che produce il nostro corpo, come l’estradiolo, l’estriolo, il progesterone e il testosterone. Io infatti parlo di terapia integrativa più che sostitutiva, perché al corpo si restituisce la stessa molecola che ha smesso di produrre. Bioidentico però non vuol dire naturale: queste molecole si ricavano da precursori vegetali e si completano in laboratorio, non si estraggono direttamente da una pianta.
Gli ormoni bioidentici si trovano sia nei medicinali industriali sia nelle preparazioni galeniche. I medicinali industriali sono prodotti in serie e hanno dosaggi fissi. La preparazione galenica, invece, la allestisce il farmacista su ricetta del medico, per ogni singola paziente. Per me la differenza più importante sta in quello che posso fare come medico: la terapia convenzionale in genere offre due ormoni a dosi già stabilite, mentre con la galenica posso usare tutti gli ormoni che servono a quella donna, alla dose giusta per lei.
Per scegliere parto sempre dal profilo ormonale di quella donna e dalla sua storia clinica. Nella mia esperienza l’unica vera controindicazione alla terapia ormonale bioidentica è una patologia tumorale attiva, mentre le altre condizioni si valutano caso per caso. Per una donna che ha avuto un tumore al seno, la terapia può essere presa in considerazione quando la malattia è in fase di quiescenza, di solito da almeno dodici mesi. Non è mai una regola automatica, e la valutazione si fa sempre insieme all’oncologo che l’ha seguita.
Nella mia pratica, con queste cautele, la terapia ormonale si può fare praticamente sempre. Per chi non può farla ci sono ottimi integratori a base di fitoestrogeni, che derivano dal mondo vegetale e possono aiutare.
Tra sonno, umore, vita intima e lavoro, come costruisce un percorso che tenga conto delle esigenze quotidiane della donna? Quale spazio riserva all’attività fisica, all’alimentazione e alla prevenzione della perdita di massa muscolare e dell’osteoporosi?
Comincio dai disturbi che le pesano di più. Il lavoro ne risente subito, perché chi non dorme rende meno, e chi ha dolori anche. Il sonno si fa leggero e spezzato con il calo del progesterone, il primo ormone a mancare, e riportando gli ormoni in equilibrio la terapia aiuta a migliorare sia il sonno sia l’umore. Nella vita intima, la secchezza e il dolore nei rapporti nascono dall’assottigliarsi della mucosa vaginale, e la terapia ormonale può migliorare la situazione. Il testosterone, che nelle mie terapie c’è sempre, aiuta anche a ritrovare il desiderio sessuale.
L’obiettivo per ogni donna è la quantità di ormoni più bassa che le tolga i sintomi, e per arrivarci la seguo nel tempo. Il primo controllo arriva in genere dopo tre mesi e si basa sui sintomi: serve a capire se bisogna aggiungere o aumentare qualcosa. A nove mesi dall’inizio chiedo gli esami del sangue, per controllare che gli ormoni siano in equilibrio tra loro, e quando una donna sta bene e non ha più sintomi la rivedo una volta all’anno.
Insieme alla terapia aiutano l’attività fisica, un’alimentazione corretta, il controllo del peso e il sonno. Alle articolazioni serve soprattutto non perdere muscolo, e il muscolo conta anche per le ossa, perché un muscolo poco attivo è tra le cause dell’osteoporosi. L’osteoporosi è subdola, non dà sintomi finché non si rompe un osso.
Per questo quando una donna entra in menopausa voglio vedere subito com’è la salute delle sue ossa, il suo punto zero, e capire se c’è bisogno di integrare, in genere con la vitamina D. Anche il testosterone conta: insieme agli estrogeni è, per me, fondamentale per aumentare la densità dell’osso, e lo doso sugli esami del sangue.


