Tumore del pancreas, la variante H63D associata a recidive precoci dopo la chirurgia

Uno studio coordinato dall’Università di Parma su quasi 800 pazienti individua un possibile indicatore genetico dell’aggressività del carcinoma pancreatico. Il risultato potrebbe contribuire a personalizzare il monitoraggio dopo l’intervento, ma richiede ulteriori conferme cliniche

Una variante genetica comune potrebbe aiutare a riconoscere i pazienti con tumore del pancreas a maggior rischio di recidiva precoce dopo l’intervento chirurgico. È la prospettiva aperta da una ricerca coordinata da Luigi Laghi, docente di Gastroenterologia dell’Università di Parma, e pubblicata su Clinical Cancer Research, rivista dell’American Association for Cancer Research.

Al centro dello studio c’è H63D, una variante del gene HFE, coinvolto nella regolazione del metabolismo del ferro. I risultati la associano a un comportamento più aggressivo dell’adenocarcinoma duttale pancreatico, senza dimostrare che aumenti il rischio di sviluppare la malattia.

Variante H63D e tumore del pancreas: il paradosso emerso dallo studio

L’indagine ha coinvolto quasi 800 pazienti, suddivisi in tre gruppi indipendenti, affiancando l’analisi dei dati clinici a esperimenti di laboratorio.

I ricercatori hanno osservato un apparente paradosso genetico: la variante H63D era presente in circa il 34–38% dei pazienti con un tumore ancora operabile, rispetto al 22% di quelli con una malattia avanzata non asportabile chirurgicamente.

Eppure, tra i pazienti sottoposti a intervento, la stessa variante risultava associata in modo indipendente a una progressione più rapida, alla ricomparsa precoce del tumore e a una sopravvivenza inferiore.

La maggiore frequenza nei casi operabili, quindi, non equivale a una prognosi migliore. Il dato suggerisce che H63D possa influenzare soprattutto l’evoluzione del tumore una volta insorto, un aspetto distinto dalla predisposizione a svilupparlo.

Perché riconoscere il rischio di recidiva è importante

La ricerca riguarda l’adenocarcinoma duttale pancreatico, la forma più comune di tumore del pancreas. La diagnosi arriva spesso quando la malattia è già localmente avanzata o ha prodotto metastasi.

Secondo i dati richiamati nello studio, soltanto il 10–15% dei pazienti presenta alla diagnosi una neoplasia operabile. Anche quando è possibile rimuovere il tumore, riconoscere le forme biologicamente più aggressive rappresenta una sfida centrale.

Un indicatore prognostico potrebbe aiutare a distinguere meglio i diversi profili di rischio dopo la chirurgia. Per stabilire se H63D possa svolgere questa funzione nella pratica clinica, tuttavia, servono ulteriori verifiche.

Il ruolo di TWIST1 nella diffusione delle cellule tumorali

Per approfondire i meccanismi biologici, gli studiosi hanno analizzato campioni umani e modelli preclinici, utilizzando anche la trascrittomica spaziale: una tecnica che permette di studiare l’attività dei geni nelle diverse aree del tessuto tumorale.

Nelle condizioni sperimentali esaminate, H63D è risultata collegata all’accumulo delle cellule neoplastiche nella fase G1 del ciclo cellulare e all’attivazione di un programma di transizione epitelio-mesenchimale dipendente da TWIST1. Questo processo favorisce caratteristiche cellulari associate all’invasione dei tessuti e alla diffusione della malattia.

La propensione alla disseminazione metastatica è stata osservata anche in presenza di tumori primitivi inferiori a due centimetri. Un risultato che richiama l’importanza di studiare, insieme alle dimensioni della neoplasia, le sue caratteristiche molecolari.

Un test genetico nel sangue: le possibili applicazioni

La variante H63D può essere identificata attraverso un esame genetico su un campione di sangue. La sua relativa semplicità di rilevazione rende interessante la possibilità di utilizzarla, in futuro, come indicatore prognostico nel tumore del pancreas.

Se il valore clinico sarà confermato, questa informazione potrebbe contribuire a individuare i pazienti per i quali valutare una sorveglianza più intensiva o strategie terapeutiche personalizzate.

L’impiego di H63D per guidare questi percorsi resta però una prospettiva di ricerca: lo studio non introduce un test già validato per prevedere la recidiva nel singolo paziente e non dimostra che modificare le cure in base alla variante migliori gli esiti.

La collaborazione tra Parma, Humanitas e Torino

Il lavoro nasce da un progetto sostenuto da Fondazione AIRC, sviluppato nel Laboratorio di Gastroenterologia Molecolare dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, convenzionato con l’Università di Parma.

Ha partecipato anche il gruppo di Paola Cappello, docente del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze della Salute dell’Università di Torino, che ha contribuito alla validazione dei meccanismi attraverso modelli sperimentali nel topo.

Le équipe proseguono lo studio della variante H63D per comprenderne meglio il ruolo nella progressione del carcinoma pancreatico e valutare possibili ricadute sulla cura dei pazienti.

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