Insonnia, apnee notturne, gambe senza riposo e alterazioni dell’orologio biologico possono compromettere il recupero fisico e mentale. Riconoscerne l’origine permette di scegliere trattamenti mirati. Le indicazioni delle linee guida e i risultati di alcune importanti ricerche
Difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti, sonnolenza durante il giorno: i disturbi del sonno possono presentarsi con sintomi simili e dipendere da meccanismi molto diversi. Una persona rimane sveglia perché il sistema della veglia mantiene un’attivazione eccessiva; un’altra si risveglia perché la respirazione si interrompe; un’altra ancora avverte un bisogno irresistibile di muovere le gambe.
Capire quale processo disturbi il riposo è il passaggio decisivo per curarlo. Più condizioni possono anche coesistere, come insonnia e apnee ostruttive: identificarne soltanto una rischia di lasciare irrisolto parte del problema.
Insonnia: quando la difficoltà a dormire diventa un disturbo
L’insonnia comprende difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il sonno o risvegli troppo precoci. Per parlare di insonnia cronica, questi problemi devono verificarsi almeno tre volte alla settimana per almeno tre mesi, nonostante condizioni e tempo adeguati per dormire, e produrre conseguenze durante il giorno.
Stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione e preoccupazione per la notte successiva sono manifestazioni frequenti. Il criterio decisivo riguarda anche il funzionamento quotidiano: una notte breve, da sola, non basta a stabilire una diagnosi.
Stress, malattie e cambiamenti di vita possono innescare il problema. Successivamente, l’ansia di dormire, il controllo continuo dell’orologio e l’abitudine a trascorrere molto tempo svegli a letto possono contribuire a mantenerlo.
La terapia di prima scelta è la CBT-I
Le linee guida raccomandano la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia, indicata con la sigla CBT-I. È un intervento strutturato che lavora sui pensieri legati al sonno, sull’associazione tra letto e riposo e sulla regolazione del tempo trascorso a letto.
Può essere svolta con professionisti formati o attraverso programmi digitali validati. La sua efficacia va distinta dai soli consigli di igiene del sonno: mantenere orari regolari e migliorare le abitudini serali è utile, ma generalmente insufficiente come unico trattamento dell’insonnia cronica.
Esempio clinico illustrativo. Una persona comincia a dormire male durante un periodo di lavoro intenso. Anche quando lo stress diminuisce, anticipa sempre più l’orario di coricamento e rimane a letto per ore, preoccupata di non addormentarsi. La valutazione può individuare meccanismi che mantengono l’insonnia e sui quali interviene la CBT-I.
Lo studio sulla prevenzione della depressione
Un’importante ricerca coordinata da Michael R. Irwin, pubblicata su JAMA Psychiatry nel 2022, ha coinvolto 291 adulti dai 60 anni in su, con insonnia e senza depressione maggiore nell’anno precedente.
Nel follow-up di 36 mesi, una depressione maggiore, nuova o ricorrente, è comparsa nel 12,2% dei partecipanti trattati con CBT-I, rispetto al 25,9% del gruppo che aveva ricevuto un intervento di educazione sul sonno.
Il risultato suggerisce che trattare l’insonnia possa avere benefici anche sulla salute mentale. Lo studio era condotto in un solo centro e su una popolazione specifica: queste percentuali non possono essere trasferite automaticamente a tutte le età e condizioni cliniche.
Apnee notturne: quando il riposo è interrotto dalla respirazione
Nelle apnee ostruttive del sonno, le vie aeree superiori si restringono o si chiudono ripetutamente. Ne derivano riduzioni o interruzioni del flusso d’aria, possibili cali dell’ossigenazione e risvegli che possono passare inosservati.
I segnali comprendono russamento abituale, pause respiratorie riferite dal partner, risvegli con fame d’aria, bocca secca, cefalea mattutina e sonnolenza diurna. In alcune persone, soprattutto nelle donne, possono prevalere stanchezza, insonnia e sonno poco ristoratore.
Esempio clinico illustrativo. Un uomo riferisce di dormire otto ore, ma si addormenta durante le riunioni. La compagna osserva russamento e pause respiratorie. Il racconto orienta verso un disturbo respiratorio, da verificare con un esame del sonno: le ore trascorse a letto, da sole, non descrivono la qualità del riposo.
Il trattamento può comprendere la CPAP, che mantiene aperte le vie aeree mediante aria a pressione positiva. In casi selezionati si utilizzano dispositivi di avanzamento mandibolare, terapie posizionali o interventi chirurgici. La gestione del peso, quando necessaria, rientra nel percorso terapeutico.
SURMOUNT-OSA: la ricerca sulle apnee associate all’obesità
Nel 2024, il New England Journal of Medicine ha pubblicato i due studi SURMOUNT-OSA, su complessivi 469 adulti con obesità e apnee ostruttive moderate o gravi.
Dopo 52 settimane, tirzepatide ha prodotto una riduzione dell’indice apnea-ipopnea superiore al placebo di circa 20 eventi respiratori all’ora nel primo studio e 23,8 nel secondo. Questo indice misura quante apnee e ipopnee si verificano per ogni ora di sonno.
Gli studi, finanziati da Eli Lilly, documentano un beneficio nella popolazione esaminata e rafforzano l’importanza di intervenire sull’obesità quando contribuisce alle apnee. L’eventuale modifica di una terapia respiratoria richiede comunque una rivalutazione specialistica: il miglioramento del peso o del russamento non dimostra da solo la risoluzione del disturbo.
Gambe senza riposo: il bisogno di muoversi che impedisce di dormire
La sindrome delle gambe senza riposo, o malattia di Willis-Ekbom, provoca un bisogno intenso di muovere le gambe, spesso accompagnato da sensazioni difficili da descrivere.
Tre caratteristiche aiutano a riconoscerla: compare o peggiora a riposo, prevale la sera o di notte e migliora almeno temporaneamente con il movimento. La diagnosi richiede anche di escludere spiegazioni alternative, come crampi o altri disturbi muscolari.
Esempio clinico illustrativo. Una donna sta bene camminando, ma appena si sdraia avverte fastidio alle gambe e deve alzarsi. Un sintomo apparentemente attribuito al nervosismo può richiedere una valutazione specifica, compresi gli esami del metabolismo del ferro.
Perché le raccomandazioni sui farmaci sono cambiate
Le linee guida dell’American Academy of Sleep Medicine del 2025 raccomandano di valutare ferritina e saturazione della transferrina e intervenire sul deficit di ferro quando indicato. Tra le opzioni farmacologiche raccomandate figurano gabapentin e pregabalin, da scegliere in base al profilo del paziente.
Gli stessi documenti suggeriscono di evitare l’impiego standard di alcuni farmaci dopaminergici, tra cui pramipexolo, ropinirolo e rotigotina, soprattutto per il rischio di augmentation: un peggioramento nel tempo con sintomi più precoci, intensi o estesi ad altre parti del corpo.
È un esempio di come le evidenze sul lungo periodo possano modificare le scelte terapeutiche. Chi assume già questi medicinali deve concordare ogni modifica con il curante, evitando sospensioni autonome.
Ritmo sonno-veglia: quando l’orologio biologico non coincide con gli impegni
Nei disturbi del ritmo circadiano, l’orario biologico del sonno è disallineato rispetto agli orari richiesti dalla vita quotidiana.
Nel ritardo di fase, per esempio, una persona può addormentarsi molto tardi e faticare a svegliarsi al mattino, pur dormendo bene quando può seguire i propri orari. Il lavoro su turni può creare un altro tipo di disallineamento.
Esempio clinico illustrativo. Uno studente non riesce a dormire prima delle tre, ma in vacanza riposa regolarmente dalle tre alle undici. Questa distribuzione suggerisce di approfondire il ritmo circadiano prima di attribuire tutto a un’insonnia.
La terapia può comprendere regolarizzazione degli orari, esposizione programmata alla luce e, in determinate situazioni, melatonina. Il momento di somministrazione è parte del trattamento: luce e melatonina devono essere adattate al tipo di alterazione, perché influenzano la posizione dell’orologio biologico.
Sonnolenza eccessiva e narcolessia: quando il problema emerge di giorno
La sonnolenza è la tendenza ad addormentarsi; la stanchezza è una sensazione di esaurimento o scarsa energia. Possono coesistere, ma orientano la valutazione in modo diverso.
La narcolessia è un disturbo neurologico che può causare sonnolenza intensa, addormentamenti involontari e sonno notturno frammentato. Nella forma di tipo 1 è tipica la cataplessia, una perdita improvvisa del tono muscolare spesso provocata da emozioni come il riso.
Il sistema dell’orexina, una sostanza che contribuisce al mantenimento della veglia, ha un ruolo centrale nella forma di tipo 1. La diagnosi richiede accertamenti specialistici, generalmente una polisonnografia notturna seguita dal test delle latenze multiple del sonno, dopo aver verificato altre possibili cause di sonnolenza.
La cura combina abitudini regolari, sonnellini programmati e farmaci specifici per la veglia o la cataplessia, secondo il quadro clinico.
Comportamenti anomali durante il sonno: le parasonnie
Le parasonnie comprendono fenomeni diversi, tra cui sonnambulismo e disturbi associati alla fase REM.
Nel disturbo comportamentale del sonno REM, la normale riduzione del tono muscolare durante questa fase viene meno: possono comparire vocalizzazioni, pugni, calci o movimenti collegati al contenuto del sogno. Gli episodi possono provocare lesioni.
La valutazione specialistica, con video-polisonnografia quando indicata, permette di distinguere il disturbo da altre condizioni. Le linee guida AASM del 2023 pongono al centro la sicurezza dell’ambiente e prevedono, in casi selezionati, trattamenti come melatonina o clonazepam, con raccomandazioni condizionali e valutazione individuale dei rischi.
La ricerca sul rapporto con le malattie neurodegenerative
Una ricerca multicentrica coordinata da Ronald B. Postuma, pubblicata su Brain nel 2019, ha seguito 1.280 persone con disturbo REM isolato, reclutate in 24 centri. Ha documentato che questa condizione può precedere malattie neurodegenerative, tra cui Parkinson e demenza a corpi di Lewy.
Il dato giustifica un monitoraggio neurologico appropriato. Riguarda pazienti con una diagnosi precisa e non consente di interpretare comuni incubi o movimenti occasionali come segnali di una futura malattia.
Dolore, menopausa, farmaci e sostanze: le altre cause da cercare
Il sonno può essere compromesso anche da dolore cronico, prurito, disturbi respiratori, problemi dell’umore e cambiamenti ormonali, compresi quelli della menopausa.
Nella visita vanno considerati medicinali, integratori e sostanze assunte. Caffeina e nicotina possono ostacolare il sonno; l’alcol può favorire inizialmente l’addormentamento e peggiorare la continuità del riposo.
Curare la condizione associata è fondamentale. Se l’insonnia persiste, può richiedere anche un trattamento dedicato, perché i meccanismi che la mantengono possono continuare dopo la riduzione del fattore iniziale.
Diagnosi dei disturbi del sonno: quali esami servono
Il percorso comincia dal colloquio clinico. Un diario del sonno per una o due settimane aiuta a ricostruire orari, risvegli, sonnellini e abitudini. Sono utili anche le osservazioni di chi condivide la camera.
Gli accertamenti dipendono dall’ipotesi diagnostica:
| Problema sospettato | Valutazione orientativa |
|---|---|
| Insonnia cronica | Colloquio, diario e questionari; esami strumentali quando indicati |
| Apnee ostruttive | Studio respiratorio domiciliare nei pazienti appropriati o polisonnografia |
| Alterazione circadiana | Diario, eventuale actigrafia e valutazione degli orari |
| Gambe senza riposo | Criteri clinici ed esami del metabolismo del ferro |
| Narcolessia | Polisonnografia e test delle latenze multiple |
| Comportamenti notturni complessi | Valutazione specialistica ed eventuale video-polisonnografia |
La polisonnografia registra diversi segnali fisiologici durante il sonno e risponde a domande specifiche. Non è necessaria di routine per ogni caso di insonnia; può diventarlo quando si sospettano altri disturbi o quando il quadro resiste al trattamento.
Farmaci per dormire: la scelta dipende dalla diagnosi
Quando la CBT-I non è sufficiente o non è praticabile, il medico può valutare una terapia farmacologica, definendo obiettivi, durata e controlli. La scelta considera età, altre malattie, rischio di effetti indesiderati e medicinali già assunti.
Tra le opzioni con un diverso meccanismo d’azione figura daridorexant, autorizzato nell’Unione europea per adulti con insonnia presente da almeno tre mesi e con un impatto considerevole sul funzionamento diurno.
È un antagonista dei recettori dell’orexina: riduce il segnale che sostiene la veglia. Anche questa terapia richiede prescrizione e valutazione di controindicazioni e interazioni; non costituisce un trattamento delle apnee o delle altre cause di sonno disturbato.
Quando rivolgersi al medico o a un centro del sonno
È opportuno chiedere una valutazione quando il problema si ripete, compromette la vita quotidiana o richiede un ricorso frequente a prodotti per dormire. Meritano particolare attenzione:
- pause respiratorie osservate o risvegli con sensazione di soffocamento;
- addormentamenti involontari durante il giorno;
- movimenti notturni violenti, cadute dal letto o lesioni;
- fastidi alle gambe che impediscono regolarmente il riposo;
- difficoltà di sonno persistenti accompagnate da peggioramento dell’umore.
In presenza di sonnolenza alla guida occorre interrompere la guida e chiedere una valutazione tempestiva. La soglia dei tre mesi serve a definire l’insonnia cronica: non è un tempo da attendere prima di cercare aiuto.
Gli esempi clinici sono ipotetici e illustrativi: non descrivono pazienti reali. L’articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica.



