Colangite biliare primitiva: nanovettori contro il danno al fegato

Uno studio italiano pubblicato su Small esplora nanoparticelle lipidiche capaci di trasportare RNA nelle cellule immunitarie epatiche. I risultati nel modello animale aprono una prospettiva per terapie mirate, ancora da verificare nell’uomo

Trasportare molecole terapeutiche nelle cellule immunitarie del fegato per intervenire sui meccanismi del danno epatico. È la strategia al centro di uno studio sulla colangite biliare primitiva, malattia autoimmune che colpisce i dotti biliari. I ricercatori hanno sviluppato nanovettori lipidici capaci di veicolare acidi nucleici e ridurre la produzione di una proteina coinvolta nei processi patologici.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Small, ha ottenuto risultati promettenti in un modello animale. Si tratta di una sperimentazione preclinica: prima di ipotizzare un impiego terapeutico saranno necessarie ulteriori verifiche e studi nell’uomo.

Colangite biliare primitiva: perché il fegato si danneggia

La colangite biliare primitiva è una malattia cronica nella quale il sistema immunitario danneggia progressivamente i piccoli dotti biliari all’interno del fegato. Queste strutture consentono il passaggio della bile: il loro deterioramento può comprometterne il deflusso e favorire l’infiammazione.

Nel tempo, la malattia può provocare fibrosi epatica, ossia l’accumulo di tessuto cicatriziale. Nelle forme più avanzate il danno può compromettere la funzionalità dell’organo e rendere necessario un trapianto di fegato.

Intervenire sui processi che alimentano infiammazione e fibrosi è quindi un obiettivo della ricerca su nuove strategie terapeutiche.

Lo studio di Sapienza, Mario Negri e Milano-Bicocca

Il lavoro nasce dalla collaborazione tra i gruppi di Giulio Caracciolo, della Sapienza Università di Roma, Paolo Bigini, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, e Pietro Invernizzi e Carlo Alberto Scirè, dell’Università di Milano-Bicocca e della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori.

Finanziata nell’ambito del PNRR, la ricerca ha richiesto oltre due anni di sperimentazione. Il percorso ha unito la progettazione delle nanoparticelle alla valutazione della loro biosicurezza e della capacità di raggiungere le cellule bersaglio.

Nanoparticelle lipidiche: come funziona il trasporto mirato

I nanovettori sono strutture di dimensioni nanometriche progettate per trasportare molecole biologiche. In questo studio i ricercatori hanno confrontato quattro formulazioni lipidiche, differenti per piccole modifiche della componente a base di colesterolo.

Queste variazioni possono cambiare il comportamento delle particelle nell’organismo e la loro interazione con le cellule. La composizione lipidica influenza anche la formazione della corona proteica, lo strato di proteine che si associa alla superficie delle nanoparticelle quando incontrano i fluidi biologici.

Dopo i confronti in laboratorio, il gruppo ha selezionato la formulazione più promettente per la sperimentazione animale. Il punto centrale è riuscire a consegnare il materiale trasportato alle cellule nelle quali deve agire.

Il bersaglio TIMP1 e i risultati nel modello animale

La formulazione selezionata trasporta piccoli RNA interferenti, o siRNA, diretti contro TIMP1, una proteina coinvolta nella regolazione della matrice extracellulare e nei processi di fibrosi. Il meccanismo utilizzato è il silenziamento genico, che riduce la produzione della proteina bersaglio.

Nel modello murino di colangite biliare primitiva, le somministrazioni ripetute hanno ridotto l’espressione di TIMP1 nelle cellule di Kupffer, i macrofagi residenti del fegato. I ricercatori hanno inoltre osservato una riduzione dei segnali infiammatori, un miglioramento della colestasi e un’attenuazione della fibrosi epatica.

Quali prospettive per le terapie del fegato

Lo studio mostra quanto la progettazione della superficie dei nanovettori possa incidere sulla distribuzione delle molecole terapeutiche e sulla loro attività nelle cellule bersaglio.

La prospettiva è sviluppare trattamenti capaci di intervenire in modo più mirato sui meccanismi della malattia. I risultati ottenuti negli animali, però, non dimostrano ancora efficacia e sicurezza nei pazienti: il passaggio alla clinica richiederà ulteriori studi per valutare dosaggi, tollerabilità e benefici terapeutici.

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